È il regista delle operazioni anti-immigrati dell’Ice in molte città americane ed è l’uomo che più rappresenta la politica aggressiva di immigrati condotta da Trump contro i migranti, ma non solo. Ecco chi è Gregory Bovino
Il comandante italoamericano in prima linea a Minneapolis è stato chiamato da Trump per rendere più efficienti le retate anti immigrati. Violazioni dei diritti civili, irruzioni senza mandato, pestaggi e fredde esecuzioni ai manifestanti sono il modus operandi dell’Ice sotto il suo controllo. Lui replica: “È legale, è etico. Abbiamo arrestato diecimila criminali”.
CHI È GREGORY BOVINO
Gregory Bovino è italoamericano con origini calabresi. Il bisnonno Michele era arrivato in Pennsylvania dalla Calabria nel 1909, lasciando la famiglia ad Aprigliano, per diventare minatore in America. Quindici anni più tardi, aveva avviato le pratiche per ottenere la naturalizzazione e portato la moglie e i quattro figli in America.
Nato nel 1970 in North Carolina fin da giovane Bovino sogna di lavorare per il controllo delle frontiere, rapito dal film “The Border”, con Jack Nicholson nei panni di un agente per l’immigrazione. Si laurea in Conservazione delle risorse naturali, consegue due master – uno in Pubblica amministrazione e l’altro ottenuto al National War College – poi, nel 1996, entra nella neonata Us Border Patrol, istituita con una legge approvata appositamente per ridurre il numero di italiani e di altri immigrati dal Sud e dall’Est Europa. Viene dislocato a El Paso, in Texas, dove il suo nome inizia a circolare tra i simpatizzanti repubblicani Maga già nel 2020, con i primi video promozionali della Us Border Patrol. Prima del secondo mandato di Trump, Bovino si è reso protagonista dell’operazione Return to the Sender (restituzione al mittente), una retata di sospetti immigrati illegali nella contea californiana di Kern in cui emerse che dei 78 arrestati peruviani solo uno di loro aveva precedenti penali.
IL NOME DELLE OPERAZIONI
Le operazioni condotte da Bovino seguono un’aggressiva operazione di marketing con nomi sono eclatanti: a giugno l’”Operazione Cavallo di Troia” a Los Angeles, a settembre a Chicago l’”Operazione blitz di mezzanotte”, dopo l’uccisione di una giovane investita e uccisa da un immigrato ubriaco. A ottobre a New Orleans l’”Operation Swamp Sweep” (ripulire la palude) e adesso a Minneapolis “Operation Metro Surge”, valanga metropolitana.
IL CAPPOTTO DA NAZISTA
Hanno fatto il giro del mondo le sue foto con indosso un cappotto da guerra “great coat” che The New York Times ha associato ai nazisti. Per la testata il doppiopetto con bottoni dorati è “il simbolo del conflitto” in corso. “Nel mare di agenti mascherati, il cappotto di Bovino è impossibile da ignorare. Non solo è un segno di militarizzazione, ma anche di tirannia”, scrive il Nyt. Secondo lo storico di Princeton Harold James il problema non è necessariamente il soprabito, quanto il contesto e il modo in cui Bovino lo indossa. I critici online lo hanno descritto come un “cappotto da cosplay nazista” e l’account stampa del governatore della California Gavin Newsom su X lo ha definito “in codice nazista”.
La portavoce del dipartimento di Sicurezza interna, Tricia McLaughlin ha risposto che quel cappotto fa parte “della divisa invernale regolare della polizia di frontiera” e “paragonare le forze dell’ordine ai nazisti o alla Gestapo è incredibilmente pericoloso”. Come riporta Politico, che il cappotto somigli o meno a quello dei gerarchi nazisti è sicuramente il simbolo della crescente militarizzazione delle misure di controllo dell’immigrazione.
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