L’obiettivo della governabilità può essere raggiunto anche con altri sistemi elettorali. PolicyMaker propone una legge elettorale innovativa, ideata da Carlo Garzia
La parola d’ordine della nuova legge elettorale proposta dal centrodestra è “governabilità”. Per ottenerla si punta ad un sistema proporzionale di coalizione con premio di maggioranza. Governabilità e premio di maggioranza, però, potrebbero essere raggiunti anche seguendo altre strade, mai battute finora, e con altri sistemi elettorali. Ma facciamo un passo indietro.
La legge elettorale non è altro che un sistema per tramutare i voti espressi dagli elettori in seggi parlamentari. Più i numeri in Parlamento rispecchiano quelli nel Paese, più potremmo ritenere che quel sistema sia giusto e realmente rappresentativo. Il problema è che un sistema giusto e pienamente rappresentativo potrebbe anche non essere efficace. I cittadini votano candidati che, una volta eletti, come deputati e senatori saranno chiamati a votare un Governo. Quindi lo scopo ultimo del voto, la “attività-obiettivo” che ha in mente l’elettore, non è il Parlamento, ma il Governo.
LA LEGGE ELETTORALE DALL’OTTICA DELL’ELETTORE E NON DEL PARTITO
Il guru della Service Innovation, Lance Bettencourt, lo chiama “Job”: il concetto non appartiene al mondo della politica, ma appunto a quello dell’innovazione dei servizi nelle imprese, ma è utile per capire l’ottica di chi riceve l’offerta politica, cioè l’elettore, e non di chi fa l’offerta politica, cioè il partito. E’ il bisogno di eseguire un “job”, cioè una attività rivolta a conseguire un obiettivo o a risolvere un problema, il motivo per il quale il consumatore utilizza i servizi. Così l’elettore utilizza il voto per avere un Governo che migliori la sua vita e risolva i problemi del Paese, spesso accontentandosi che almeno non li peggiori entrambi.
Tutti sanno che è il Presidente della Repubblica che nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri, ma l’elettore, quando si trova nella cabina elettorale, non pensa all’articolo 92 della Costituzione, pensa al leader politico che vorrebbe vedere a Palazzo Chigi e vota proprio per questo. Ed è proprio per questo che la governabilità è senz’altro apprezzata ed una legge che la garantisca è necessaria. Ma è anche sufficiente per soddisfare l’elettorato? Forse no.
COME CONCILIARE LE ESIGENZE DELL’ELETTORATO E DEL SISTEMA PARTITICO
E’ solo spostando l’ottica dai partiti agli elettori che può nascere una legge elettorale che riporti gli aventi diritto a votare. L’elettore vuole che il giorno dopo le elezioni si sappia chi ha vinto e che il proprio vota sia valso a qualcosa, sia stato cioè in qualche modo utile, e non semplicemente di testimonianza. Il cittadino-elettore non vuole sprechi, men che mai che sia il proprio voto ad essere sprecato. La prospettiva del partito è diversa: non cerca un sistema che dia soddisfazione all’elettore, ma una legge elettorale che dia soddisfazione al partito stesso. Se, però, ogni partito può avere interesse ad un sistema diverso, a seconda che sia grande o piccolo, nazionale o presente solo in alcune aree del Paese, propenso alle coalizioni o invece alla corsa solitaria, i leader di partito hanno un interesse identico: scegliere i candidati da far eleggere che, in assenza di preferenze di cui tutti parlano ma che nessun partito desidera davvero, vuol dire scegliere sostanzialmente gli eletti già prima delle votazioni. E la proposta di legge elettorale del centrodestra è, infatti, proprio in questo senso e senza le preferenze.
GOVERNABILITÀ POSSIBILE ANCHE COL SISTEMA MAGGIORITARIO
Se il fine della maggioranza certa e della governabilità è apprezzabile, come si diceva in premessa ci sono anche altri sistemi elettorali per dare al Paese, immediatamente dopo il voto, un vincitore e consentire a quest’ultimo un margine sufficiente di seggi in Parlamento idoneo a formare un Governo. Ad esempio, e in alternativa al proporzionale, si potrebbe puntare sul maggioritario. Il territorio nazionale potrebbe essere suddiviso in tanti collegi quanti sono la metà dei seggi del ramo del Parlamento da eleggere (400 eletti alla Camera, quindi 200 seggi, meno gli 8 deputati eletti all’estero il cui sistema di elezione resta invariato, cioè 196 seggi). Ogni collegio elegge 2 deputati. In ciascun collegio i partiti o le coalizioni presentano una propria lista fino a 3 candidati. Risultano eletti il candidato della lista che ottiene più voti e il candidato della seconda lista che ha ottenuto più voti dopo il vincitore. Ciascun elettore può esprimere un solo voto per una sola lista o partito.
PREMIO DI MAGGIORANZA MASSIMO DI 220 SEGGI E NON 230
Per fare un esempio, se nel collegio Milano 1 la lista Tizio ottiene il 42%, la lista Caio il 40% e la lista Sempronio il 18%, vengono eletti i candidati delle liste Tizio e Caio. Risulta vincitore delle elezioni il partito o coalizione che si classifica al primo posto nel maggior numero di collegi. Se la lista che ha vinto le elezioni, cioè quella che è arrivata prima nel maggior numero di collegi, non ha però raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi, allora le viene garantito un premio di maggioranza utile per raggiungere i 220 seggi (ma potrebbero essere anche 210). La soglia massima di seggi conseguibili alla Camera dei deputati dalla coalizione vincitrice, nella proposta del centrodestra, è invece fissata a 230.
CHI PERDE PEGGIO CEDE IL SEGGIO A CHI VINCE MEGLIO
Ma quali seggi verrebbero attribuiti alla coalizione vincitrice e chi sarebbero i perdenti a doverli cedere? A cedere i seggi alla lista vincitrice sarebbe la lista non vincitrice con il maggior numero di seggi ottenuti, cioè quella che si è classificata seconda per numero di seggi. I seggi che questa lista dovrà cedere saranno quelli in cui è arrivata seconda con la maggiore percentuale di voti di scarto. Nell’esempio fatto precedentemente, nel collegio Milano 1 la lista Tizio ha ottenuto il 42% dei voti e la lista Caio il 40%, quindi la Lista Caio ha perso con un distacco del 2%. Se nel collegio Roma 1 la lista Tizio ha ottenuto il 42% dei voti e la lista Caio il 38%, il distacco è del 4% e quindi, in questo caso, sarà il candidato della Lista Caio nel collegio di Roma 1 a cedere il posto al secondo in lista della Lista Tizio dello stesso collegio. Quindi il collegio di Roma 1 avrà comunque 2 eletti, ma saranno entrambi della stessa Lista.
UNA CHANCE ANCHE PER I PARTITI PICCOLI MA RADICATI SUL TERRITORIO
Mettendo in fila i risultati di tutti i collegi, e i relativi scarti percentuali, si sapranno quali sono i seggi in più che saranno attribuiti alla Lista vincitrice delle elezioni come premio di maggioranza, nel caso in cui essa non abbia già conquistato 220 (o 210) seggi. Con questo sistema anche un partito piccolo a livello nazionale, ma ben radicato in un collegio, così come singole personalità a livello locale, possono aspirare ad un seggio, dato che lo ottengono anche se arrivano secondi. E quel seggio non sarà mai ceduto come premio di maggioranza alla coalizione vincitrice perché, come detto, sarà una delle due coalizioni più forti a cedere all’altra i seggi necessari per il premio di governabilità. Quindi, in questo caso, l’elettorato è fortemente motivato a votare.
UN SISTEMA PER AUMENTARE L’AFFLUENZA ELETTORALE
Ciò vale, però, anche per gli elettori delle coalizioni più forti. Ogni partito o coalizione, in ogni singolo collegio, sarà spinto a dare il massimo perché chi vince deve puntare a stravincere, per ottenere due seggi nel collegio, mentre chi arriva secondo deve cercare di non straperdere per evitare, all’opposto, di cedere quel seggio al partito vittorioso a livello nazionale. Forse, dall’ottica degli elettori, questa potrebbe essere una soluzione per contare di più, essere più motivati e partecipativi, ma non è detto che anche ai partiti interessi davvero avere, al di là dei proclami di rito, una grande affluenza alle urne. Il seggio viene attribuito comunque, anche se a votare vanno sempre meno elettori.

