L’intervista al prof. Enrico Campelli, docente ed esperto del sistema giuridico israeliano, sulla nuova legge approvata dalla Knesset che estende il campo di applicazione della pena di morte ai terroristi palestinesi
Lo scorso 30 marzo, alla vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica, il governo Netanyahu — con una norma approvata da 62 membri della Knesset su 120 — ha esteso l’ambito di applicazione della pena di morte, riportando al centro una misura rimasta a lungo dormiente nell’ordinamento israeliano. Ne abbiamo parlato con Enrico Campelli, docente di diritto costituzionale comparato a Sciences Po ed esperto del sistema giuridico israeliano.
Fino a pochi giorni fa Israele manteneva una moratoria sostanziale sulla pena di morte, come si è arrivati a varare questa legge? Qual è il tessuto politico che l’ha originata?
Questo della pena di morte è un tema sotterraneo che va avanti da almeno tre anni, se ne parlava già dal 2023. La pena di morte nell’ordinamento israeliano è stata abolita nel 1954 per i reati comuni, ma è rimasta tecnicamente ammissibile per crimini come il genocidio. È stata utilizzata due volte: nel 1948 contro Meir Tobiansky, un ufficiale dell’esercito falsamente accusato di tradimento, poi riabilitato postumo; e nel 1962 per Adolf Eichmann. Da allora non viene più applicata, anche se formalmente non è mai scomparsa dal sistema penale. Questa norma infatti non introduce la pena di morte, ma allarga le fattispecie a cui può essere applicata.
È chiaramente una grande vittoria di Otzma Yehudit, il partito di Ben Gvir, oggi ministro della Sicurezza nazionale, più volte arrestato e condannato per incitamento all’odio razziale e atti di terrorismo. Questo non è un dettaglio. Parliamo di una formazione che vent’anni fa era considerata impresentabile, riabilitata da Netanyahu per costruire una maggioranza: i famosi 61 seggi. Netanyahu negli anni ha bruciato tutti i suoi alleati, per questo ha portato dentro Otzma Yehudit, HaTzionut HaDatit e Noam: partiti di destra estrema, radicale e messianica, espressione delle frange più estreme dei coloni. Ben Gvir, per dire, tiene nel suo studio il quadro di Baruch Goldstein, quello che entrò in una moschea a Hebron e uccise 29 persone in preghiera. Ma il punto è che Netanyahu ha bisogno di loro e loro hanno capito di essere l’ago della bilancia. Senza di loro non c’è maggioranza, e questo gli dà un potere negoziale enorme. Hanno spostato l’agenda politica sempre più a destra, in modo progressivo, carsico. Israele è da anni un paese di destra, ma oggi è un paese di estrema destra — e in questo governo Netanyahu non è nemmeno il più a destra, è un equilibrista che tiene insieme pezzi che lo superano.
A questo si aggiunge il ruolo dei partiti ortodossi, centrali sul tema della coscrizione militare: o ottengono l’esenzione o minacciano di far cadere il governo. In questo equilibrio, i partiti di estrema destra sono decisivi e la pena di morte è una loro battaglia identitaria. Quando la legge è passata, Ben Gvir esultava in aula, già in prima lettura girava con la spilla del cappio al collo. Ha detto: abbiamo fatto la storia, era impensabile anni fa approvare una cosa del genere. E in effetti è così: la legge è passata nelle tre letture previste e segna quanto la politica israeliana si sia spostata.
In che modo questa legge si innesta su un’asimmetria giuridica già presente tra cittadini israeliani e palestinesi?
Questa legge opera su due binari distinti: da una parte i tribunali civili israeliani, che giudicano i cittadini israeliani; dall’altra i tribunali militari in Cisgiordania, che giudicano esclusivamente i palestinesi. Si innesta quindi su una dualità già esistente e introduce nuovi standard in entrambi i sistemi. Nel sistema civile israeliano, quindi nei tribunali ordinari, introduce la pena di morte per l’uccisione intenzionale di una persona con lo scopo di negare l’esistenza dello Stato d’Israele. È una formulazione chiaramente vaga e soggettiva, ma non è una vaghezza casuale: è una scelta precisa, che serve ad allargare il più possibile l’ambito di applicazione della norma.
Il punto più rilevante però riguarda i tribunali militari. Qui la pena di morte diventa la regola, non l’eccezione. Chiunque commetta un omicidio qualificato come atto di terrorismo — e nei tribunali militari quasi tutto viene qualificato come terrorismo — può essere condannato a morte. Può essere applicata anche senza richiesta dell’accusa: basta una maggioranza semplice dei giudici, mentre prima era richiesta l’unanimità. Inoltre, l’esecuzione deve avvenire entro 90 giorni e la pena non può essere commutata, quindi non ci sono margini reali di revisione. Vengono abbassati anche i requisiti dei giudici militari: prima dovevano avere almeno il grado di tenente colonnello, quindi un certo livello di esperienza; ora questo vincolo viene meno. Sono previste delle eccezioni in cui la pena può essere convertita in ergastolo, ma per “ragioni speciali” che non vengono definite. Anche qui la vaghezza non è un errore, è una scelta.
Nel modo in cui questa legge è scritta, quindi, il terrorismo viene trattato come un fenomeno esclusivamente di matrice palestinese?
I cittadini israeliani sono di fatto esclusi da questa disciplina. Non solo perché i tribunali militari giudicano esclusivamente i palestinesi, ma anche perché nei tribunali civili la pena di morte è prevista per chi agisce con lo scopo di negare l’esistenza dello Stato di Israele. Quale israeliano lo fa? Nessuno. Quindi è una norma che, pur con una formulazione volutamente ambigua e lassa, è chiaramente discriminatoria. Il risultato è molto concreto: il colono che uccide un palestinese non corre il rischio della pena di morte, mentre il palestinese che uccide un israeliano sì. Ed è questo che si intende quando si parla di doppio binario giuridico.
La Corte Suprema israeliana ha gli strumenti per fermare questa legge?
La Corte non ha ancora preso posizione. Sono stati presentati molti ricorsi, tra cui da Adalah, ACRI e anche da Rabbis for Human Rights. Vedremo se entrerà nel merito, ma è molto probabile: questo testo è problematico non solo sul piano etico e politico, ma anche giuridico e rispetto al diritto internazionale. Quando la Corte interverrà, la risposta politica sarà prevedibile: “la Corte mette in pericolo gli ebrei”. È una retorica che va avanti da tempo. Ed è paradossale, perché la stessa Corte in passato aveva escluso questi partiti dalla competizione elettorale proprio perché incitavano al razzismo o non riconoscevano Israele come stato ebraico e democratico. Oggi quelle forze sono dentro il governo e attaccano la Corte. Anche questo dice molto della trasformazione in corso.
Le elezioni in Israele sono attese per novembre 2026, che succederà? Netanyahu può ricandidarsi o ha un possibile successore?
È realistico pensare che la Corte Suprema intervenga nei prossimi mesi, probabilmente prima del voto, e questo diventerà un tema centrale di campagna elettorale. Netanyahu può ricandidarsi, perché in Israele non esiste un limite di mandato. E in questi anni è stato molto attento a non costruire nessun delfino. Nel Likud — il principale partito di centro-destra israeliano, di cui è alla guida da anni — non esiste un vero erede: chi ha provato a mettersi in quella posizione, come Gideon Sa’ar quando chiese le primarie, è stato di fatto spinto fuori. È una scelta precisa. Leader come Netanyahu evitano di creare un successore perché il delfino è il primo che può scalzarli. Parte del suo potere sta proprio nel presentarsi come insostituibile. C’era uno spot anni fa in cui lui era il “Bibi-sitter”, l’unico adulto che teneva a bada una classe di bambini: il messaggio era esattamente questo. Oggi, in un contesto di guerra, questa narrazione è ancora più forte: “vuoi sostituire me adesso?”. Da una parte costruisce l’emergenza, dall’altra evita accuratamente di creare alternative. Il tema dell’insostituibilità è centrale per lui. Il problema è che dall’altra parte non c’è un’alternativa chiara. Le opposizioni sono molto frammentate — partiti arabi, di centro, di centrosinistra e anche di destra — spesso con posizioni incompatibili tra loro. Anche quando si è formato un governo “anti-Bibi”, era tenuto insieme solo da quello: il fatto di non voler Netanyahu. Non aveva una visione comune. E questo resta il nodo: senza un’opposizione coesa, anche uno scontro politico molto duro rischia di non tradursi in un’alternativa reale.
Si ha l’impressione che il ricorso a un nemico esterno, in questo momento, serva anche a rimandare una ridefinizione profonda dell’identità dello Stato d’Israele che preluderebbe a uno scontro tra una parte di Israele sempre più capitalista e più laicae il mondo ultraortodosso.
C’è la necessità di avere un nemico esterno costante, quindi uno stato di guerra che non è l’eccezione ma la regola. Non uno stato di emergenza, ma uno stato in emergenza permanente, quasi una condizione ontologica. E questo serve a deviare lo sguardo. Serve a deviare lo sguardo dai guai personali di Netanyahu, dalle trasformazioni interne di Israele, da un livello di erosione democratica crescente e da un’economia che non va più come prima. Serve anche a spostare l’attenzione da nodi strutturali come la coscrizione militare: la Corte dice che tutti i cittadini sono uguali e devono servire, ma se gli ultraortodossi non ottengono l’esenzione fanno cadere il governo. Serve infine a deviare lo sguardo dall’avanzata dell’occupazione, che è ormai de facto e galoppante. Quindi sì, serve a spostare l’attenzione dai problemi interni, dalle ingiustizie che aumentano, dalle trasformazioni demografiche. Perché crescono gli arabi e crescono gli ultra ortodossi, e la domanda è: che stato sarà tra trent’anni?
Più che una guerra civile, parlerei di trasformazioni interne profonde — giuridiche, istituzionali, sociali, economiche — che Israele sta attraversando e che spesso non vengono lette in modo sistematico. Noi oggi parliamo della pena di morte, due anni fa parlavamo della riforma giudiziaria, ma non riusciamo a mettere insieme questi elementi. In realtà sono collegati. L’occupazione non è il figlio malato dello Stato di Israele: è il figlio sano di una degenerazione costituzionale interna che negli ultimi anni si è fatta sempre più marcata.


