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La tassa nascosta: chi paga davvero i dazi di Trump

La tassa nascosta dei dazi di Trump: il conto lo pagano gli americani.

A un anno dall’offensiva tariffaria lanciata da Donald Trump nel nome dell’America First, il bilancio economico e politico di quella strategia appare sempre più chiaro e sempre meno favorevole agli Stati Uniti.

L’idea alla base dei dazi era semplice e potente: colpire le importazioni per costringere i partner commerciali a pagare il conto, riequilibrare la bilancia commerciale e riportare produzione e lavoro sul suolo americano. La realtà racconta una storia diversa.

CHI PAGA DAVVERO I DAZI

A pagare i dazi non sono stati gli esportatori stranieri, ma in larga misura, gli stessi Stati Uniti. I dati sono difficili da contestare. Analisi su registri di spedizione relativi al periodo gennaio–dicembre 2025, indicano che il 96% dell’onere tariffario è stato trasferito sugli acquirenti americani, mentre solo il 4% è stato assorbito dagli esportatori esteri.

In altre parole, i dazi si sono tradotti in una tassa indiretta sui consumi, pagata da importatori, imprese e famiglie statunitensi. Questo risultato emerge con chiarezza anche dall’andamento dei prezzi: quelli dei beni esportati verso gli Stati Uniti sono rimasti sostanzialmente invariati, mentre i prezzi al dettaglio negli USA sono aumentati. Il meccanismo è semplice: il costo della tariffa si scarica lungo la filiera fino al consumatore finale.

GLI EFFETTI SULLE ENTRATE E SUI PREZZI

Dal punto di vista macroeconomico, i dazi hanno generato un aumento delle entrate doganali, circa 200 miliardi di dollari per il Tesoro. Ma queste risorse non rappresentano nuova ricchezza: sono una tassa interna.

In un contesto segnato da inflazione, salari stagnanti e aumento del costo della vita, l’effetto si è rivelato particolarmente oneroso. Le conseguenze si riflettono nella vita quotidiana. I prezzi al consumo sono aumentati sia per i beni importati sia per quelli prodotti internamente, a causa degli effetti lungo le filiere produttive. La spesa alimentare cresce, i beni di consumo costano di più e la varietà sugli scaffali si riduce. Per molte famiglie, si tratta di una perdita concreta di potere d’acquisto.

LE IMPRESE AMERICANE E IL DILEMMA DEI COSTI

Anche le imprese americane si sono trovate davanti a un dilemma difficile. Quelle che dipendono da componenti importati hanno dovuto scegliere tra tre opzioni: assorbire i costi riducendo margini e investimenti; trasferirli sui consumatori aumentando i prezzi; oppure riorganizzare le catene di approvvigionamento, con costi elevati.

Nella maggior parte dei casi, la risposta è stata una combinazione di ipotesi, con effetti non sempre positivi.

PERCHÉ GLI ESPORTATORI NON HANNO ASSORBITO IL COLPO

Ma perché gli esportatori stranieri non hanno abbassato i prezzi per compensare i dazi? Le ragioni sono diverse. Gli Stati Uniti restano un mercato fondamentale, ma non insostituibile: molti produttori possono reindirizzare le esportazioni verso Europa, Asia o economie emergenti. Inoltre, l’entità delle tariffe renderebbe insostenibili riduzioni di prezzo tali da mantenere la competitività.

Infine, il carattere potenzialmente temporaneo delle misure scoraggia cambiamenti strutturali nei listini. Un esempio significativo emerge confrontando i prezzi applicati dagli stessi esportatori verso mercati diversi: quelli destinati agli Stati Uniti risultano allineati a quelli praticati altrove, anche in assenza di dazi. Ciò conferma che il peso delle tariffe non è stato assorbito dai produttori esteri, ma è rimasto nell’economia americana.

UNA LEZIONE GIÀ VISTA

Non si tratta di una sorpresa. Durante la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina del 2018-2019, numerosi studi avevano già documentato lo stesso fenomeno: prezzi delle esportazioni cinesi stabili, prezzi delle importazioni americane in aumento. La lezione della storia è: le tariffe raramente funzionano come promesso da chi le sostiene.

DEFICIT COMMERCIALE E TENSIONI GEOPOLITICHE

Nemmeno sul fronte del deficit commerciale gli obiettivi sono stati raggiunti. Nei primi undici mesi del 2025, il deficit statunitense per le merci ha raggiunto i 1.139,8 miliardi di dollari, in aumento rispetto all’anno precedente. I dazi, dunque, non hanno riequilibrato il commercio: ne hanno modificato le rotte, senza incidere sulle cause strutturali.

Le implicazioni geopolitiche sono altrettanto rilevanti. L’uso dei dazi come strumento di pressione ha aumentato le tensioni con partner e alleati, spingendo molti paesi a diversificare le proprie relazioni commerciali. In un mondo sempre più multipolare, questa strategia rischia di accelerare la formazione di blocchi economici alternativi e di ridurre l’influenza americana.

IL PARALLELO STORICO CON LA CRISI DEL ’29

Il parallelo storico con gli anni Trenta resta inevitabile. Dopo la crisi del 1929, l’innalzamento delle tariffe negli Stati Uniti contribuì a contrarre il commercio globale e ad aggravare la Grande Depressione. Il contesto odierno è diverso, ma il rischio di effetti distorsivi su scala internazionale non può essere ignorato.

Sul piano politico interno emerge una contraddizione crescente. Da un lato, la narrativa ufficiale continua a presentare i dazi come uno strumento di protezione e rilancio industriale; dall’altro, i dati mostrano effetti negativi per i consumatori. A complicare il quadro si aggiungono tensioni istituzionali, come la recente decisione della Corte Suprema che ha limitato le modalità di imposizione delle tariffe.

UNA TASSA NASCOSTA

In conclusione, i dazi introdotti appaiono sempre più come un problema economico. Invece di trasferire i costi all’estero, hanno pesato soprattutto sull’economia interna: riducendo il potere d’acquisto, aumentando gli oneri per le imprese e generando distorsioni nei mercati.

Più che uno strumento di riequilibrio, si stanno rivelando una tassa nascosta e diffusa. E il monito è chiaro: nel commercio internazionale, le scorciatoie protezionistiche raramente producono i risultati promessi e spesso finiscono per colpire proprio chi dovrebbero proteggere.

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