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Patto di Stabilità

Chi ha paura del Patto di Stabilità

Roma chiede la sospensione del Patto di Stabilità, Bruxelles risponde picche. Ecco perché ora Meloni vorrebbe sospendere gli accordi avallati nel 2023

Da una parte Ursula von der Leyen, che da Bruxelles gela ogni speranza di flessibilità; dall’altra Giorgia Meloni e i suoi vice, che vedono nel ritorno delle regole fiscali europee lo spettro di una paralisi politica ed economica.

La Presidente della Commissione europea tiene il punto: non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di Stabilità e Crescita (PSC). Un colpo duro per Roma, proprio mentre le tensioni in Medio Oriente e l’incognita sul gas russo minacciano di far deragliare l’economia.

COS’È IL PATTO DI STABILITÀ

Il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) è un insieme di regole che garantiscono agli Stati membri Ue di adottare finanze pubbliche sane e coordinare le proprie politiche fiscali. Introdotto nel 1997, anno del Trattato di Amsterdam, la sua entrata in vigore è coincisa con l’arrivo dell’euro (1999). Negli anni è stato sottoposto a diverse modifiche, l’ultima attuata nel 2024. Il Patto si mette in pratica tramite politiche di vigilanza sui deficit e sui debiti pubblici dei Paesi dell’Unione; il principale strumento correttivo è la procedura per i disavanzi eccessivi, che scatta quando gli Stati non rispettano i parametri fissati.

PERCHÉ IL GOVERNO VUOLE LA SOSPENSIONE DEL PATTO DI STABILITÀ

Il timore che agita il governo si lega alla sopravvivenza stessa della sua agenda politica. Senza una sospensione del Patto di Stabilità, l’Italia si ritrova stretta nella morsa della cosiddetta spesa netta, un indicatore che non permette sgarri e che obbliga a percorsi di rientro forzato. E la prossima legge di bilancio diventerebbe un doloroso esercizio di sopravvivenza contabile, con ricadute politiche sulla coalizione.

Per un esecutivo che ha costruito il proprio consenso su promesse di tagli alle tasse, come la conferma del cuneo fiscale, e su investimenti strutturali, la mancata sospensione limita la capacità d’intervento, dal momento che ogni euro speso in deficit per calmierare le bollette o sostenere le famiglie diventerebbe una mina pronta a far scattare procedure d’infrazione umilianti e costose.

LA TRAPPOLA DEGLI AIUTI DI STATO

C’è poi un elemento più sottile e velenoso che alimenta l’ansia dei ministeri economici: la disparità di fuoco tra le nazioni. Von der Leyen ha promesso nuove regole sugli aiuti di Stato entro aprile, ma questa apparente concessione nasconde una trappola per chi ha il debito pubblico alle stelle. Mentre la Germania può permettersi di iniettare miliardi di capitali propri per proteggere le sue industrie dalla crisi energetica, l’Italia, vincolata dai limiti del Patto, resterebbe a guardare i propri campioni industriali perdere competitività. Giorgia Meloni si trova oggi prigioniera di quel “buon compromesso” firmato a fine 2023: una riforma che lei stessa ha avallato e che ora rischia di tramutarsi in una gabbia contabile.

IL FRONTE DEL GAS RUSSO

Sullo sfondo si muovono i pesi massimi dell’industria energetica, con l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che non nasconde le preoccupazioni per un embargo al gas russo che rischia di essere più punitivo per chi lo impone che per chi lo subisce, a maggior ragione se perdura il blocco dello Stretto di Hormuz.

Il governo Meloni ha provato a cavalcare questa emergenza, paragonandola allo shock della pandemia per invocare uno stato di necessità che giustifichi lo sforamento dei conti, ma la risposta di Bruxelles, per adesso, rimane un “no” secco.

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