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Stranieri, vivaio, infrastrutture, etica: come rifondare il calcio secondo il prof. Mezzacapo (Sapienza)

I mali del calcio italiano, come e dove intervenire: l’intervista al prof. Domenico Mezzacapo, direttore del Master in Diritto e Sport dell’Università Sapienza di Roma 

La mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di calcio, per la terza volta consecutiva, sta portando ad un ripensamento collettivo, da parte dell’intero Paese, sul sistema calcio. A distanza di circa un mese dalla sconfitta contro la Bosnia-Erzegovina nella finale playoff, cerchiamo di analizzare il tema con opportuno distacco per dare una risposta non solo emotiva a quanto accaduto.

Bisogna saper cogliere con occhio tecnico gli aspetti giuridici e manageriali necessari per il cambiamento drastico chiesto a gran voce dai tifosi. Ci siamo quindi rivolti al professore Domenico Mezzacapo, direttore del Master in Diritto e Sport – La gestione dei rapporti e del fenomeno sportivo – dell’Università Sapienza di Roma.

Professore Mezzacapo, per la successione a Gabriele Gravina, di quale profilo manageriale avrebbe bisogno la FIGC? Si sente spesso dire che occorre una personalità “che conosca bene l’ambiente”. Così non si rischia, però, di essere troppo condizionati dall’ambiente circostante, specie se l’obiettivo è quello di un taglio netto col recente passato non esaltante del nostro calcio?

È molto difficile trovare un punto di equilibrio tra la conoscenza dell’ambiente e la capacità di prendere decisioni senza subire le pressioni e le ingerenze che inevitabilmente quello stesso ambiente tende a presentare. A maggior ragione se parliamo di una carica come quella di presidente della FIGC! Sotto questo punto di vista la conoscenza dell’ambiente di per sé può essere anche un falso mito, nella misura in cui il profilo prescelto non garantisca uno spessore istituzionale tale da consentirgli di prendere decisioni anche “scomode”, se ritenute necessarie. La conoscenza dell’ambiente, in conclusione, è certamente un requisito auspicabile, ma deve essere accompagnato da una caratura istituzionale del prescelto che garantisca l’autorevolezza (non solo l’autorità) necessaria per guidare la federazione in un momento così buio. In caso contrario, tra i due requisiti, conoscenza dell’ambiente e autorevolezza del candidato, credo sia quest’ultimo quello da privilegiare. Il requisito della conoscenza dell’ambiente, tra l’altro, potrebbe anche essere declinato in senso più ampio, non necessariamente riferito solo all’ambiente calcistico, visti i molti successi che, fortunatamente, lo sport italiano può vantare in altre discipline. In questo senso, guardare anche al di fuori del calcio, potrebbe offrire una più ampia rosa di candidati di alto profilo istituzionale.

Il presidente Gravina, nella conferenza stampa seguita all’eliminazione contro la Bosnia Erzegovina, ai giornalisti che gli chiedevano i motivi del flop del calcio in un momento in cui invece in altri sport il nostro Paese eccelle, rispose che il calcio è uno sport professionistico, mentre gli altri sono dilettantistici. La frase non piacque, specie agli atleti olimpici, ma poi precisò che il suo era un riferimento alle differenti normative e regolamentazioni interne. Cosa prevede la legislazione sportiva?

Si trattò probabilmente di un malinteso, a caldo l’espressione può essere “uscita male” ma credo che non vi fosse l’intenzione di sminuire gli sport dilettantistici. È vero che lo sport dilettantistico è regolato diversamente da quello professionistico, come è vero che, storicamente, la legge n. 91 del 1981, sul professionismo sportivo, nasceva principalmente con riferimento al calcio. La distinzione tra professionismo e dilettantismo, tuttavia, è solo formale: dipende dal fatto che la federazione abbia o non abbia riconosciuto formalmente il professionismo, ma gli sport professionistici si contano sulle dita di una mano. Ad alti livelli, sport dilettantistici possono avere un grande seguito di pubblico e vantare una copertura mediatica simile al calcio, nonché vantare risultati di grandissima rilevanza sul piano internazionale. Basti pensare ai recenti successi della pallavolo. Non a caso in queste situazioni si parla di “professionismo di fatto”, proprio per sottolineare che l’impegno e la dedizione richiesta a questi atleti, giuridicamente dilettanti, è la stessa dei professionisti, come elevati sono la loro notorietà e i loro ingaggi. Restano alcune differenze regolative, ma uno dei meriti della riforma dello sport di cui al d. lgs. n. 36 del 2021 è stato aver chiarito che anche il dilettante può essere un lavoratore sportivo, come il professionista. Ciò non significa, ovviamente, che non si possano studiare ulteriori soluzioni: anche nell’ambito del dilettantismo, infatti, le situazioni sono molto diversificate, ci sono i professionisti di fatto ma anche coloro che veramente praticano sport per mero diletto. Sarebbe senz’altro opportuno, allora, diversificare le regolamentazioni anche nell’ambito del dilettantismo.

Il Ministro dello Sport Andrea Abodi si è espresso in termini di rifondazione totale. Quali interventi strutturali lei ritiene che siano indispensabili per rendere il calcio italiano nuovamente competitivo in ambito internazionale?

Ci sono diversi aspetti sui quali riflettere. La questione delle strutture è ormai annosa: se parliamo di calcio, ma il discorso potrebbe essere riprodotto per tutti gli sport, la maggior parte degli impianti è obsoleta, spesso di proprietà pubblica, in grado di generare ricavi solo il giorno della partita di cartello. Un intervento regolativo che favorisse una migliore gestione delle strutture, che permettesse ad esempio ai club di ristrutturare o costruire stadi di proprietà, potrebbe generare un indotto su molti fronti. È importante però che tali interventi non si traducano in mere speculazioni edilizie, ma siano guidati in modo che si determinino vantaggi anche per i territori e per le collettività interessate. In altri termini, non deve essere costruito solo lo stadio per il club professionistico: deve essere ristrutturata la viabilità, devono essere previsti spazi e strutture annesse a vantaggio della collettività per la pratica sportiva a tutti i livelli, devono essere riqualificate aree in condizioni di degrado. Ma per rendere il calcio italiano nuovamente competitivo questo non basta e, probabilmente, non è nemmeno il punto centrale: siamo stati competitivi anche con le strutture attuali.

Qual è allora il punto centrale?

La verità è che la differenza la fa chi va in campo. È imprescindibile allora studiare soluzioni che consentano di aumentare il numero dei giocatori italiani da schierare obbligatoriamente, compatibilmente con i vincoli derivanti dalla legislazione europea e, eventualmente, ponendo le condizioni per la modifica di determinate regolamentazioni europee alla luce del principio di specificità dello sport. Sarebbe necessario, poi, rivalorizzare i vivai, implementando ulteriormente il sistema delle seconde squadre e promuovere, ancora più a monte, gli investimenti nelle scuole calcio e nella formazione dei tecnici. Diventa, inoltre, di vitale importanza consentire anche a chi non ha mezzi di accedere alla pratica sportiva (regione Lazio e Roma Capitale, ad esempio, sono molto attivi sul punto, con il riconoscimento di voucher sportivi), responsabilizzando sempre di più Sport e Salute nella gestione dei fondi destinati alla pratica sportiva di base. Altri interventi dovrebbero poi riguardare gli aspetti finanziari ed etici, posto che ormai anche secondo la nostra Costituzione lo sport da promuovere è quello che si caratterizza per valori (anche) educativi e sociali.

In che senso parla di aspetti finanziari ed etici?

È evidente che nel calcio ormai il business governa il gioco. Occorre chiedersi come questo aspetto possa essere razionalizzato e, se del caso, limitato quando finisca per contraddire la funzione educativa e sociale che lo sport deve assolvere. Sotto questo punto di vista si potrebbe ragionare sul fatto che le società sportive possano essere quotate in borsa; sull’implementazione di controlli di gestione più severi volti ad evitare l’accumulo di debiti insostenibili, a maggiore garanzia della meritocrazia e della stabilità del sistema; sulla ripartizione dei diritti TV e sulle azioni necessarie per valorizzare a 360 gradi il “prodotto” calcio anche all’estero e nei paesi emergenti. È evidente che, in assenza di risultati sportivi di rilievo internazionale, questo è molto difficile e si arriva a un punto in cui il “nome” e la “tradizione” non bastano più. È anche necessario che il comportamento dei giocatori, in campo e fuori, sia tale da ispirare l’ammirazione dei tifosi, cosa anche questa sempre più rara. La convocazione in Nazionale, in altri termini, dovrebbe essere vissuta come un valore ed un onore, non come una seccatura o un evento da monetizzare. Ma per arrivare a questo è necessario ancora una volta partire dalle scuole calcio e dalla formazione dei tecnici.

Una delle ragioni del declino del calcio italiano, secondo molti addetti ai lavori, è proprio la mancata valorizzazione dei giovani talenti. Lei è professore ordinario di diritto del lavoro, davvero l’ordinamento non tutela i giovani calciatori italiani oppure dietro si nasconde qualcosa di diverso?

Lo dicevo in parte prima. Oggi molte società non trovano conveniente investire nei vivai e, d’altra parte, la necessità di fare risultato subito scoraggia il lancio di giovani per la difficoltà di attendere che maturino l’esperienza necessaria. Le seconde squadre potrebbero essere un volano in questo senso, unitamente ad un numero minimo di giocatori italiani da schierare necessariamente. Qui, però, come dicevo, ci sono problemi di carattere normativo a livello europeo che possono, però, a mio avviso, essere affrontati da giuristi preparati. La formazione dei manager e degli amministratori, sotto questo punto di vista, non è meno importante di quella dei tecnici. Poi certamente, visto l’elevato numero di stranieri e la obiettiva non elevata qualità di molti di loro, se posso permettermi una battuta, a chi, come me, era abituato a vedere arrivare dall’estero Falcao, Platini, Maradona, Rummenigge, Gullit, Van Basten, a volte il dubbio che dietro possa nascondersi qualcosa di diverso può anche venire!

Un altro punto dolente, e lo vediamo spesso quando assistiamo alle partite di Champions League ed Europa League, è il divario enorme fra la maggior parte degli stadi italiani e quelli degli altri Paesi. Cosa frena lo sviluppo dell’Italia nell’ambito delle infrastrutture sportive?

Lo sviluppo delle infrastrutture sportive è un problema cronico derivante da un intricato mix di ostacoli normativi, politici ed economici. Nonostante la legge sugli stadi abbia fatto dei passi in avanti, la burocrazia impone tempi molto lunghi e passaggi amministrativi complessi che dilatano i tempi ed aumentano i costi. Le società devono interfacciarsi con moltissimi contro-interessati, pubblici e privati, in un contesto di alta litigiosità e tempi della giustizia non certo celeri. Tutto questo scoraggia gli investimenti, i club non hanno interesse ad investire in un bene che non possiedono e che non possono sfruttare tutti i giorni con attività collaterali quali musei, ristoranti, centri commerciali ecc. D’altra parte, le amministrazioni proprietarie spesso non hanno fondi sufficienti per interventi di ristrutturazione importanti.

Sono vincoli esterni alle società… 
In Italia, molti stadi sono soggetti a vincoli di vario tipo, o lo sono i terreni sui quali si vorrebbe costruire i nuovi, il che contribuisce a rallentare o paralizzare qualsiasi iniziativa. Ancora, l’importanza del calcio in Italia finisce per favorire la politicizzazione di molte iniziative, soprattutto quelle legate alla costruzione di nuovi stadi, per l’impatto che i progetti possono avere sulle comunità territoriali. I progetti per nuovi stadi incontrano quasi sistematicamente la dura opposizione di comitati cittadini preoccupati per il traffico, l’impatto ambientale o il rumore, in assenza di rassicurazioni sulle opere pubbliche complementari. Per timore di alienarsi il consenso dei residenti, le amministrazioni locali spesso esitano a prendere decisioni nette, preferendo rimandare il problema o richiedere continue modifiche ai progetti. Senza contare che costruire uno stadio di respiro europeo richiede investimenti nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Senza la certezza di poter avviare i cantieri in tempi rapidi e senza la garanzia sui terreni, le banche e i fondi di investimento sono restii a concedere finanziamenti a club che spesso presentano già bilanci in perdita.

Si ha la sensazione che il rapporto fra i vertici del calcio e la base dei tifosi, spesso anche a livello dei singoli club, sia ai minimi storici. Come si può ricostruire questo legame? La normativa attuale consente un maggior coinvolgimento dei tifosi nelle decisioni? Alla fine sono loro, con i loro soldi, a far sì che il calcio non sia solo un giuoco, ma anche un’industria miliardaria.

Il calcio italiano sta vivendo una crisi di identità. Da un lato deve competere come industria globale (diritti TV, marketing), dall’altro la sua “materia prima” è una passione territoriale che non risponde a logiche di mercato standard. In altri paesi questa criticità è stata colta prima è si è insistito molto sul coinvolgimento dei tifosi a vari livelli. In Italia, la legge n. 86 del 2019, da una parte, sollecitava l’introduzione di forme e condizioni di azionariato e altri strumenti di partecipazione popolare per le società sportive professionistiche e promuoveva la costituzione di un organo consultivo a tutela degli interessi dei tifosi composto da abbonati della società. La prima previsione non ha avuto attuazione, mentre la seconda è stata riprodotta nel d. lgs. n. 36 del 2021. Tale organo fornisce pareri obbligatori ma non vincolanti finalizzati alla tutela degli interessi specifici dei tifosi e il presidente può assistere alle assemblee dei soci. Si tratta, però, di disposizioni allo stato di scarsissimo impatto. La verità è che il rapporto con la base si costruisce inevitabilmente grazie ai risultati sportivi, ai comportamenti esemplari, ai valori trasmessi e, non ultime, alle iniziative commerciali premiali che convincono il tifoso di non essere solo un cliente ma un valore per la società.

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