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Emirati

Perché gli Emirati lasciano l’Opec e perché è una rivoluzione

Emirati Arabi Uniti fuori dall’OPEC. Ecco le ragioni di un addio che scuote il mercato e la geopolitica

L’uscita di Abu Dhabi dal cartello degli esportatori di petrolio non è un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di una strategia di autonomia energetica e di una crescente divergenza con l’egemonia di Riad. Ecco perché gli Emirati cambiano rotta e cosa succede ora.

GLI EMIRATI VOGLIONO SFRUTTARE L’ORO NERO

L’addio degli Emirati nasce dalla volontà di proteggere gi interessi nazionali in un momento di estrema volatilità per il Medio Oriente e di incertezza per il futuro delle fonti fossili. Da anni gli Emirati Arabi Uniti spingono per aumentare la propria capacità estrattiva. Il Paese possiede infatti grandi riserve di petrolio e ha investito massicciamente per aumentare le estrazioni. Allo stesso tempo, però, la guida saudita dell’Opec applica limitazioni stringenti riguardo il quantitativo di petrolio che ogni membro può produrre. Limiti che Abu Dhabi considera un freno insostenibile.

Infatti, gli Emirati temono di non riuscire a monetizzare le proprie riserve petrolifere prima che la domanda globale cali drasticamente e i rubinetti siano costretti a chiudersi definitivamente. In altre parole, gli sceicchi hanno deciso di sacrificare la stabilità dei prezzi – che giova più ad altri partner del cartello – a costo di non sprecare la ricchezza del sottosuolo.

LO SCONTRO CON L’ARABIA SAUDITA

Il petrolio è solo una parte dell’equazione, la geopolitica gioca un ruolo altrettanto cruciale. La decisione segna infatti una frattura profonda con l’Arabia Saudita. Sono ormai finiti i tempi in cui l’asse tra Riad e Abu Dhabi era solido. Oggi le divergenze sulla gestione del mercato petrolifero e sulla politica estera regionale sono evidenti e la guida saudita del cartello è diventata sempre più ingombrante per gli Emirati. Quindi, l’addio all’Opec può essere letto come una rivendicazione di un ruolo di leadership autonoma nel Golfo. Le tensioni accumulate negli ultimi anni riguardo alle strategie in Yemen, ai rapporti con l’Iran e alla gestione delle crisi mediorientali hanno spinto gli UAU a riconsiderare la propria appartenenza al cartello.

LA SFIDA DIPLOMATICA PER L’ITALIA

Il Governo si trova ora costretto a un delicatissimo esercizio di equilibrismo diplomatico tra Riad e Abu Dhabi, due capitali che hanno rappresentato le tappe fondamentali dell’ultimo viaggio mediorientale di Giorgia Meloni. Se da un lato la diplomazia italiana deve evitare di irritare l’Arabia Saudita, leader del cartello, dall’altro non può permettersi di compromettere i privilegi energetici costruiti con gli Emirati. In gioco c’è la posizione strategica di Eni, la cui partnership con il colosso emiratino ADNOC costituisce un asset vitale per la sicurezza energetica del nostro Paese.

L’AUTONOMIA COMMERCIALE DEGLI EMIRATI

Il terzo tassello del puzzle è la sicurezza delle esportazioni. La chiusura parziale dello Stretto di Hormuz ha rappresentato un campanello d’allarme per gli Emirati. Gli sceicchi hanno deciso di slegare la propria sicurezza economica a decisioni collettive che potrebbero non riflettere le loro necessità urgenti.

Muoversi in autonomia significa, invece, poter garantire flussi di esportazione certi, bypassando i blocchi e costruendo corridoi logistici indipendenti.

“Con Hormuz ancora sotto pressione (Operation Epic Fury), Abu Dhabi potrebbe cercare di usare la produzione libera come leva diplomatica diretta con Washington”, scrive Gianclaudio Torlizzi, Fondatore di T-Commodity e Consigliere del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, su X.

ADDIO EMIRATI, COSA CAMBIA PER OPEC E MERCATO?

L’addio degli Emirati cambia profondamente il peso dell’OPEC. Senza uno dei suoi membri più dinamici e tecnologicamente avanzati, il cartello perde capacità di manovra e credibilità. Inoltre, la mossa potrebbe innescare anche un effetto domino. Iraq, Kuwait, Kazakhstan o altri membri potrebbe seguire l’esempio degli Emirati o chiedere di rinegoziare le quote di produzione. “Sancisce la fine dell’OPEC che già con Iran e e Russia è un’istituzione politicamente finita. UAE si riposiziona come potenza energetica autonoma, affiancandosi alla logica dei produttori non-OPEC (USA, Norvegia, Brasile)”, scrive Torlizzi.

Nel breve periodo, la scelta potrebbe tradursi in una maggiore offerta di greggio nel breve periodo, con una potenziale ribasso sui prezzi. Non è da escludere, però, che l’effetto possa essere opposto: uno shock. Inoltre, la fine della compattezza tra i produttori del Golfo rischia di aumentare la volatilità delle quotazioni. Quel che è certo è che il mercato globale dei prezzi dell’energia sarà sempre più frammentato.

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