Per un italiano su quattro la comunicazione sul gioco responsabile è una mossa per ripulirsi la reputazione, solo uno su cinque la considera un aiuto concreto. Tutti i dati della ricerca Ipsos Doxa
L’Ue ha fatto passi da gigante nel contrasto al gioco patologico, ma c’è ancora molta strada da fare sul fronte della comunicazione. Infatti, i consumatori percepiscono le campagne sul gioco responsabile più come un adempimento burocratico che come un reale strumento di tutela. In alcuni casi, i messaggi di sensibilizzazione vengono letti come un obbligo di facciata. La conseguenza è che raramente le campagne rimangono impresse nella mente degli italiani e, quando lo fanno, resta solo un ricordo vago. È quanto emerge dalla ricerca di Ipsos Doxa sulla comunicazione del gioco responsabile, presentata nel corso dell’evento “La comunicazione del Gioco Responsabile” organizzato da Fondazione FAIR, fondata da Sisal per contrastare la ludopatia e aperta ad altre organizzazioni del settore.
TUTTI I NUMERI SULLA COMUNICAZIONE DEL GIOCO RESPONSABILE
La ricerca mostra che c’è ancora molta strada da fare nel percorso verso una comunicazione veramente efficace sui rischi del gioco patologico. Solo un italiano su quattro ritiene che questi slogan rappresentino un reale richiamo morale e meno di uno su cinque li considera un aiuto concreto per evitare la ludopatia. Al contrario, il 31% degli italiani percepisce i messaggi sul gioco responsabile come un obbligo di legge. Il 24% degli intervistati li considera addirittura come un modo per migliorare l’immagine degli operatori piuttosto che un tentativo di tutelare i giocatori. Solamente il 18% considera le campagne un aiuto concreto per giocare in modo prudente e moderato.
Inoltre, il 15% degli italiani pensa che abbiano un tono di comunicazione efficace ed adatto. Al contrario, 1 italiano su 5 lo considera un richiamo etico del settore. La stessa percentuale pensa che questi messaggi facciano riflettere. Tuttavia, solo il 20% li ritiene credibili. La buona notizia è che appena l’8% degli intervistati considera queste campagne fastidiose e invasive.
IL MESSAGGIO NON RESTA NELLA MENTE
I giocatori online affermano di ricordare più nitidamente le informazioni (39%) rispetto ai player di canali fisici. Tuttavia, il dato da non trascurare è che anche la loro conoscenza dei contenuti non è approfondita, come dimostrano le risposte spontanee e generiche al sondaggio.
Infatti, dalla ricerca emerge che oggi parlare di gioco responsabile evoca messaggi generici legati prevalentemente al canale di comunicazione. A proposito di canali, la televisione si conferma la regina dei media. La maggior parte degli intervistati cita prevalentemente spot televisivi. Solo 1 intervistato su 5 afferma di ricordare campagne sul gioco responsabile viste su pubblicità online e materiale stampato.
QUALE MESSAGIO ATTIRA DI PIU’
Tra i messaggi sul gioco responsabile il più d’impatto è “gioca responsabilmente”. Un concetto che ha più presa di tutti sui giocatori online (51%) e rimane più impresso nella mente (53% delle persone che ricordano chiaramente). Al secondo posto con il 16% troviamo i messaggi incentrati sui rischi e sulle dipendenze da gioco, che attirano il 18% dei giocatori online e sono i secondi più ricordati con nitidezza. Terza posizione per “Il gioco è un divertimento, non un modo per guadagnare”, con il 14% delle citazioni, percentuale che sale di un punto distinguendo tra appassionati del gioco online e persone più colpite dalle campagne per la prevenzione e il contrasto del vizio.
Riscuotono pochissimo successo, invece, i messaggi con numeri verdi e servizi di aiuto (5%), che hanno ancora meno presa sull’online (3%) e vengono ricordati vagamente (4%). In generale, il 78% degli italiani (2 su 3) considera rilevanti almeno uno dei contenuti visti.
COSA MANCA NELLA COMUNICAZIONE SUL GIOCO RESPONSABILE?
I dati mostrano che manca un significato concreto associato all’espressione “gioco responsabile”. Per rilanciare questa battaglia sociale, serve conoscenza più qualificata e di messaggi precisi, capaci di abbandonare il paternalismo astratto per trasformarsi in supporti tangibili, secondo lo studio di Ipsos Doxa.
“Serve una rendicontazione chiara degli strumenti, messaggi trasformativi e una comunicazione autenticamente omnicanale. I concessionari devono valorizzare il proprio ruolo nella sfera pubblica, quasi facendo a gara nel darsi limiti stringenti per prevenire i comportamenti patologici, piuttosto che limitarsi a esporre un bollino di conformità”, ha evidenziato Stefania Siani, presidente di ADCI (Art Directors Club Italiano).
GIOCO RESPONSABILE, IL RUOLO DEI CONCESSIONARI
A complicare il quadro interviene uno scenario regolatorio stratificato e non privo di zone grigie. Come spiegato da Marina Lanfranconi (Principal Legal di KPMG), l’industria si muove ancora sotto la scure del Decreto Dignità, che vieta la pubblicità del gioco d’azzardo, ma deve contestualmente fare i conti con il più recente Decreto Riordino Giochi. Norma che ha aperto alla promozione della cultura del gioco responsabile. Una dicotomia che genera incertezza. Infatti, la definizione stessa di gioco responsabile non è esaustiva, il che alimenta una forte confusione interpretativa tra ciò che è informazione sociale e ciò che potrebbe essere scambiato per promozione indiretta.
Per navigare questo mare magnum, gli operatori devono seguire regole ingaggianti ma rigidissime. La prima è l’investimento obbligatorio dello 0,2% dei ricavi netti in campagne di comunicazione sociale incentrate sulla tutela, la prevenzione e la formazione dei giocatori, con un focus prioritario sulle fasce più vulnerabili. Regole che riguardano chiunque diffonda tematiche legate al gioco responsabile, come specificato dall’AGCM. L’Autorithy ha stabilito anche che nelle campagne sono tassativamente vietate le Call to Action (CTA), i reindirizzamenti ai siti di gioco e i riferimenti a offerte commerciali di singoli operatori. Al contrario, è obbligatorio inserire i numeri di assistenza per il contrasto alla ludopatia e avviare un monitoraggio scientifico sull’impatto psicologico del messaggio stesso sull’utente.
Sullo sfondo, l’Ue sta premendo l’acceleratore sulla difesa del consumatore, estendendo i principi della recente Direttiva Greenwashing anche al cosiddetto “social washing”. In altre parole, utilizzare asserzioni etiche, filantropiche o sociali come vanto reputazionale senza che vi sia un reale, misurabile e strutturato fondamento normativo o operativo non sarà più tollerato, esponendo i brand a pesanti sanzioni e a un danno d’immagine.


