Tucidie e la trappola delle potenze: ecco qual è il senso della citazone di Xi Jinping
Nella Grande Sala del Popolo, Xi Jinping ha evocato davanti a Donald Trump la celebre “trappola di Tucidide”. L’espressione, ormai entrata stabilmente nel lessico delle relazioni internazionali, descrive il rischio che l’ascesa di una potenza emergente provochi paura nella potenza dominante, trasformando la competizione in guerra.
Il riferimento originario è Tucidide, lo storico della Guerra del Peloponneso, che individuava proprio nella crescita di Atene e nel timore suscitato in Sparta la causa profonda del conflitto.
L’analogia è seducente e appare immediata: Atene è la città giovane, dinamica, commerciale, in espansione; Sparta la potenza terrestre, austera, conservatrice, custode dell’ordine esistente. Trasportato nel presente, il parallelismo sembra quasi automatico. Pechino è la forza storica in ascesa, destinata a reclamare spazio e riconoscimento; Washington rappresenta invece la forza egemone del secondo dopoguerra, che guarda alla crescita cinese come a una minaccia sistemica.
IL MESSAGGIO POLITICO DI PECHINO
Il significato politico del richiamo di XI è evidente. La Cina sta dicendo agli Stati Uniti: non trasformate la vostra paura in strategia di contenimento. La Repubblica Popolare non sarebbe una parentesi della globalizzazione né una deviazione dell’ordine americano, ma una potenza destinata a occupare stabilmente il centro della scena mondiale. Citando Tucidide, Xi chiede dunque il riconoscimento della legittimità storica dell’ascesa cinese.
L’OMBRA DI ATENE
Eppure il paragone contiene un’ambiguità che Pechino tende a rimuovere. Nel racconto tucidideo, Atene non è soltanto vittima del timore spartano. È anche una potenza capace di trasformare la propria energia in arroganza, la sicurezza in dominio, l’espansione in imposizione.
Nel celebre dialogo dei Melii, gli Ateniesi formulano una delle frasi più dure della storia politica: “I forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono”. È il momento in cui l’ascesa perde il senso del limite e diventa imperiale.
IL ROVESCIO DEL PARALLELO
Per questo il richiamo di Xi può essere rovesciato contro la stessa Cina. Se Pechino vuole identificarsi con Atene, dovrebbe riconoscerne anche l’ombra: la pressione sui più deboli, la convinzione che la crescita autorizzi una nuova disciplina del mondo, l’idea che il successo storico coincida con un diritto naturale all’espansione.
TAIWAN E IL LIMITE DELLA METAFORA
Esiste poi un dettaglio che il parallelismo tende a occultare. Atene, pur con tutti i limiti di una democrazia antica fondata sull’esclusione di donne, schiavi e meteci, restava comunque una polis democratica. La Cina di Xi, invece, è un potere autoritario che chiede riconoscimento all’esterno mentre pretende obbedienza all’interno. È qui che Taiwan assume un significato decisivo. L’isola non rappresenta soltanto una variabile strategica regionale, ma il punto in cui la metafora tucididea mostra la propria insufficienza.
Una potenza autoritaria invoca prudenza contro la paura americana, ma pretende al tempo stesso che una democrazia insulare viva sotto la minaccia permanente dell’annessione. Nel caso ateniese esisteva almeno la tensione tragica tra libertà interna e dominio esterno; nel caso cinese vi è piuttosto una continuità tra autoritarismo domestico e pressione internazionale.
Naturalmente anche Sparta, nel parallelo contemporaneo, è lontana dall’innocenza. Dopo il 1945 gli Stati Uniti hanno costruito un ordine internazionale fondato su istituzioni multilaterali, alleanze, mercati aperti e garanzie di sicurezza. Quel sistema ha protetto molte democrazie e favorito una lunga stagione di prosperità. Ma ha anche prodotto guerre sbagliate, interventi disastrosi e l’idea, spesso implicita, che la stabilità globale coincidesse con la permanenza del primato americano.
WASHINGTON, TRUMP E L’INCERTEZZA DELL’ORDINE
Washington non può quindi presentarsi come custode disinteressato dell’ordine mondiale. E la presidenza Trump aggiunge ulteriore incertezza. La sua tendenza a ridurre la politica estera a trattativa personale, a scambio immediato di vantaggi e a vittoria negoziale da esibire davanti all’opinione pubblica rischia di accentuare la dimensione impulsiva della competizione con Pechino.
LA TRAPPOLA COME COSTRUZIONE POLITICA
Tucidide obbliga infatti a diffidare delle narrazioni autoassolutorie delle grandi potenze. La “trappola” non è una legge della storia: è una costruzione politica e mentale. La guerra diventa inevitabile nel momento in cui gli uomini cominciano a considerarla tale. Nel rapporto tra Stati Uniti e Cina il pericolo maggiore non è la competizione in sé, fisiologica tra grandi potenze, ma la trasformazione della competizione in destino.
Se Washington interpreterà ogni passo cinese come un’aggressione mascherata, finirà per irrigidire sempre di più la propria strategia di contenimento. Se Pechino considererà ogni limite posto alla propria espansione come un complotto contro la rinascita nazionale, reagirà con crescente durezza. La retorica della “trappola di Tucidide” rischia così di produrre ciò che pretende di scongaiurare.
IL NODO DECISIVO
L’evocazione di Tucidide obbliga gli Stati Uniti a interrogarsi sulla propria paura del declino e consente anche alla Cina di presentare la propria ascesa come un fatto storico da accettare quasi senza condizioni. È qui il nodo politico decisivo. Il riconoscimento non può significare deferenza, così come la prudenza non può tradursi nell’abbandono di Taiwan. E la critica dell’egemonia americana non può trasformarsi in indulgenza verso una nuova egemonia autoritaria.


