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Francesco Rocca

Perché Francesco Rocca ripropone la separazione di Ostia da Roma

Tra una sanità che non funziona, vecchi referendum dimenticati e nuove bandiere da piantare, l’idea di staccare Ostia dalla Capitale riemerge ciclicamente. Come i problemi che il litorale romano dovrebbe risolvere

Ci sono idee che tornano con la regolarità delle maree di Ostia: salgono, fanno rumore e poi si ritirano senza lasciare traccia. Come l’idea di separare Ostia da Roma, l’ultima trovata del presidente meloniano della Regione Lazio Francesco Rocca, che punta al secondo mandato. Rocca ha deciso di smuovere le acque  – è proprio il caso di dirlo – riaprendo un dossier vecchio di trent’anni e che negli anni Novanta non ha mai convinto abbastanza da cambiare davvero le cose.

PERCHÉ ROCCA TORNA A PROPORRE LA SEPARAZIONE DI OSTIA DA ROMA

La leva principale è sempre quella più sensibile (e discussa): la sanità. Il governatore del Lazio mette al centro il tema dell’ospedale Grassi di Ostia, delle difficoltà di accesso alle cure e, più in generale, della sensazione diffusa che il litorale sia trattato come una periferia lontana, nonostante i numeri da città medi

Durante l’inaugurazione della casa della comunità di Casal Bernocchi, Rocca ha dichiarato: «Il Grassi è un ospedale a metà e per tante cose oltre 200mila persone devono andare, come diciamo noi a Ostia, a Roma». Il ragionamento – riferisce Repubblica – è semplice e quasi brutale: se Roma non riesce a garantire servizi adeguati, allora tanto vale separarsi.

Una logica un po’ meno efficace quando si passa ai dettagli operativi. Perché trasformare Ostia in un Comune autonomo non crea automaticamente medici, reparti o risorse. Però crea un ottimo argomento politico, soprattutto quando si parla a un territorio che da anni si sente dimenticato.

I PRECEDENTI DEL 1989 E DEL 1999

Non è la prima volta che Ostia sogna (o minaccia) l’indipendenza. Nel 1989 vinse il no alla separazione, ma con un’affluenza modesta e, soprattutto, senza conseguenze concrete. Tradotto: entusiasmo tiepido e nessuna voglia politica reale di portare la cosa fino in fondo.

Nel 1999 andò peggio: non si raggiunse nemmeno il quorum. Segno che nel frattempo l’idea aveva perso fascino o credibilità, oppure entrambe. Politicamente, allora il fronte del sì era un mosaico: comitati locali, pezzi della destra romana e qualche voce liberale favorevole al decentramento. Il fronte del no, invece, era molto più strutturato: centrosinistra, area cattolica e istituzioni capitoline, tutte accomunate da una parola chiave—stabilità.

Oggi lo schema si ripete, ma con una differenza: la proposta arriva dall’alto e non dal basso. Non più cittadini che chiedono autonomia, ma un presidente di Regione che la suggerisce. Un cambio di prospettiva che dice molto su quanto il tema sia diventato politico prima ancora che territoriale.

L’ULTIMO PRECEDENTE DEL 2017 E IL TERZO REFERENDUM SFIORATO

Nel 2017, mentre il Municipio X usciva da un commissariamento per mafia che già di per sé non prometteva grandi slanci istituzionali, qualcuno pensò che fosse il momento ideale per rilanciare un terzo referendum. L’idea, sostenuta da comitati civici e pezzi della società locale, era sempre la stessa: Ostia ha numeri, identità e problemi sufficienti per fare da sé.

A rendere il tutto appena più credibile c’era il precedente dei “cugini” di Fiumicino, che nel 1992 riuscirono davvero a staccarsi da Roma diventando Comune autonomo dopo un referendum e una lunga battaglia politica. Il problema è che il paragone funziona soprattutto come suggestione: perché se Fiumicino rappresenta il caso riuscito, Ostia continua a essere quello citato nei convegni e mai realizzato nella realtà. E così, anche nel 2017, tra raccolte firme e dichiarazioni fiduciose, il terzo referendum restò esattamente dove era più facile lasciarlo: allo stato di ipotesi.

LA POSIZIONE DEL CAMPIDOGLIO

Dal Comune di Roma la reazione è prevedibile: freddezza, quando non aperta contrarietà. Separare Ostia significa perdere pezzi di territorio, popolazione e—soprattutto—gestione. E nessuna amministrazione è particolarmente entusiasta di amputarsi volontariamente.

In più c’è un problema di principio: se si apre la porta a Ostia, chi la richiude per gli altri municipi? Il rischio effetto domino è reale, e a Roma basta poco per trasformare una proposta in un precedente.

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