Skip to content

Malagò Figc

Potere, relazioni e sport: perché la FIGC ha scelto proprio Giovanni Malagò

Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc: ecco chi è ‘luomo scelto dall’assemblea federale FIGC per risollevare le sorti del calcio italiano 

Se si dovesse costruire un prototipo del dirigente sportivo italiano perfettamente spendibile, il nome di Giovanni Malagò sarebbe inevitabilmente in cima a tutte le liste. E infatti, all’indomani della disfatta della nazionale italiana di calcio a Zenica, per tutti i giorni che precedettero le dimissioni di Gabriele Gravina, e ancor prima che Aurelio De Laurentiis lo tirasse in ballo, l’ex presidente Coni era già l’indiziato numero 1 per raccogliere la patata bollente della Figc.

Adesso è realtà: l’assemblea federale lo ha eletto con il 68,58% dei voti contro il 29.17% di Giancarlo Abete. E pensare che fino a qualche mese fa in cima ai suoi pensieri c’era quello di prolungare la legacy olimpica italiana, che sotto la sua presidenza  ha vissuto un periodo di straordinari successi. Gli viene affidato invece il compito di salvare il calcio italiano, impantanato in una crisi senza fine: sarà lui l’uomo giusto? Uno sguardo al lungo percorso che lo ha portato dai trionfi sul campo alle scrivanie più importanti della politica sportiva italiana.

CHI È GIOVANNI MALAGÒ

Romano, figlio di Vincenzo, già vicepresidente della Roma, e di Livia Campili – imparentata con l’ex ministro democristiano Pietro -, Giovanni Malagò studia Economia e Commercio nella Capitale. Accusato di falsificare gli esami, si vedrà annullata la laurea dalla Sapienza. Intanto si dedica a tennis, canottaggio, pallacanestro, atletica e nuoto. È però nel calcio a 5 che emerge una prima notorietà più definita: qui si parla di un atleta competitivo, capace di vincere due scudetti, quattro Coppe Italia e di partecipare al primo Mondiale in Brasile nel 1982.

IL DOMINUS DEL CIRCOLO ANIENE

Questa dimensione “sportiva vissuta” resta una costante, anche quando la traiettoria si sposta progressivamente verso la gestione e l’organizzazione. Il passaggio decisivo arriva nel 1997, quando assume la presidenza del Circolo Canottieri Aniene, uno dei club più esclusivi della capitale. È qui che, per circa vent’anni, prende forma il suo vero laboratorio politico: non solo una polisportiva, ma un nodo di connessione tra sport, imprenditoria e istituzioni.

L’Aniene, nella sua evoluzione recente, diventa infatti un luogo in cui lo sport romano incontra imprenditori, dirigenti pubblici, professionisti e protagonisti della vita politica. È in questo contesto che si struttura quello che viene spesso chiamato “metodo Malagò”: coltivare relazioni, coinvolgere campioni, attrarre sponsor, organizzare eventi e trasformare una rete sociale in una macchina organizzativa stabile. Più che un club, un ecosistema.

MALAGÒ IMPRENDITORE

A questo si aggiunge la dimensione imprenditoriale, che è tutt’altro che marginale. A Malagò fa capo il gruppo familiare Samocar, attivo nella gestione di concessionarie di auto di lusso — Ferrari e Maserati in primis — con un fatturato che nel 2024 supera i 117 milioni di euro. È un dato che aiuta a comprendere perché la sua figura sia stata così spesso percepita come ponte naturale tra sport e mondo economico. Nel tempo, questa posizione lo porta a costruire relazioni con figure centrali dell’imprenditoria italiana, dalla famiglia Agnelli alla famiglia Montezemolo.

Sempre in questa logica di intreccio tra capitale e relazioni, si inserisce la collaborazione con Lupo Rattazzi, con cui amministra GL Investimenti Srl, società con partecipazioni in realtà come Banca Finnat, Eni, Terna, Iren e Acea. Tramite la finanziaria Samofin — di cui le figlie Ludovica e Vittoria detengono una quota minoritaria — partecipa anche a investimenti in startup innovative. In passato ha fatto parte dei consigli di amministrazione di Air One e Banca di Roma ed è stato advisor per HSBC. Non è quindi, almeno nella narrazione più solida, un dirigente nato soltanto dentro il perimetro federale, ma una figura che si muove tra sport, finanza e relazioni industriali.

IL PERCORSO NEL CONI

Il passaggio al sistema sportivo istituzionale arriva nel 2001, quando entra per la prima volta nel Comitato Olimpico Nazionale Italiano come membro della Giunta esecutiva del CONI. Da lì in avanti, la traiettoria è progressiva: prima organizzatore di grandi eventi sportivi — dal cinquantenario della Ferrari nel 1997 agli Europei di volley del 2005 fino ai Mondiali di nuoto del 2009 — poi figura sempre più centrale nella governance dello sport italiano.

La svolta arriva nel 2013, con l’elezione alla presidenza del CONI, incarico che manterrà fino alla fine del terzo mandato, tra il 2025 e il 2026 a seconda delle ricostruzioni istituzionali. In questi anni diventa il principale punto di raccordo tra federazioni, politica, sponsor e sistema sportivo internazionale. È una posizione che lo rende, di fatto, un perno strutturale più che un semplice amministratore.

IL CANDIDATO OVUNQUE

Ed è proprio qui che si innesta il tema della sua “onnipresenza” politica. Nel momento in cui si avvicina la fine del mandato, secondoToday, ben 43 presidenti federali arrivano a chiedere una modifica delle regole per consentirgli un quarto mandato. La norma non cambia, e Malagò è costretto a lasciare la guida del CONI, lasciando però dietro di sé un dato politicamente rilevante: non solo consenso personale, ma una rete di dirigenti che lo considera ancora indispensabile.

La fase successiva non è un’uscita di scena, ma una ricollocazione su scala ancora più ampia. La presidenza della Fondazione Milano Cortina 2026 lo proietta nel ruolo di coordinatore di uno dei più complessi progetti sportivi e istituzionali europei, con interlocuzioni continue con il Comitato Olimpico Internazionale, il Governo, le regioni e i grandi partner industriali. Dal 2018 è inoltre membro del CIO, posizione che — pur senza ruoli esecutivi apicali — gli garantisce accesso a un livello di informazione e relazione difficilmente replicabile nel sistema sportivo nazionale.

È anche per questo che il suo nome è ubiquo a tutti i totonomine: possibile soluzione per il Ministero del Turismo, ipotesi per il Campidoglio, fino alla suggestione di una guida della FIGC al posto di Gabriele Gravina, con il sostegno evocato  da Aurelio De Laurentiis.

MALAGÒ IL RIVOLUZIONARIO?

La candidatura alla FIGC non nasce come proposta di rottura, ma come soluzione di sistema. La Serie A lo sostiene quasi compatta, e si aggiungono calciatori, allenatori e Serie B. Non viene scelto come “rivoluzionario”, ma come figura capace di rappresentare il sistema verso l’esterno. In un calcio segnato da crisi di risultati — tre esclusioni consecutive dai Mondiali — la richiesta non è solo tecnica, ma anche reputazionale: recuperare credibilità istituzionale e internazionale.

Anche sul piano politico, la sua figura è sempre stata definita dalla trasversalità. Non è mai stato organico a una sola area, ma interlocutore stabile di governi diversi. Certo, con il ministro dello Sport Andrea Abodi i rapporti sono stati complessi, soprattutto in relazione al mancato quarto mandato al CONI e alle verifiche dell’Autorità anticorruzione sul suo possibile passaggio verso la FIGC. Ma come non ha mancato di ricordare il neopresidente nel suo intervento odierno, la legislatura potrebbe essere agli sgoccioli, mentre il suo sarà un mandato quadriennale.

E chi meglio di lui potrà interpretare anche questa transizione, forte dei suoi rapporti bipartisan? Su questo punto peròsi concentra il paradosso più interessante: Malagò viene percepito come soluzione proprio perché è stato, per decenni, parte integrante del sistema che dovrebbe riformare. È una candidatura che tiene insieme continuità e cambiamento, e che solleva inevitabilmente una domanda: può davvero trasformare dall’interno ciò che ha contribuito a costruire?

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Torna su