Trump accelera il distacco atlantico. Ma il vero ostacolo è la frammentazione dell’Europa.
Donald Trump sembra concepire la presidenza americana come una funzione svincolata da qualsiasi limite politico o istituzionale. La convinzione di poter piegare alle proprie esigenze alleati, avversari e organizzazioni internazionali accompagna il suo ritorno alla Casa Bianca e alimenta una politica estera sempre più fondata sul rapporto di forza. Eppure, al netto della retorica, il dato geopolitico più rilevante non riguarda la volontà di potenza di Trump. Riguarda piuttosto il progressivo allontanamento degli Stati Uniti dall’Europa.
LA FINE DELLA COMUNITÀ DI DESTINO TRANSATLANTICA
Per anni, nel Vecchio Continente si è discusso della necessità di affrancarsi dalla tutela americana. Oggi quella prospettiva non appare più una scelta strategica, bensì una conseguenza di dinamiche avviate a Washington. Le parole pronunciate nelle ultime settimane da esponenti dell’amministrazione statunitense nei confronti degli alleati europei confermano una tendenza ormai consolidata: gli Stati Uniti considerano sempre meno il rapporto transatlantico come una comunità di destino e sempre più come una relazione condizionata da interessi immediati e misurabili.
IL NUOVO CRITERIO DELLE SPESE MILITARI
La questione delle spese militari è il terreno sul quale questa trasformazione si manifesta con maggiore evidenza. Da anni Washington chiede agli alleati della Nato di aumentare gli investimenti nella difesa. Ma sotto la seconda amministrazione Trump il tema ha assunto un significato diverso. Non si tratta più soltanto di una richiesta di maggiore equità nella ripartizione degli oneri. È diventato il criterio attraverso cui gli Stati Uniti ridefiniscono il proprio impegno strategico sul continente europeo.
IL RIBILANCIAMENTO VERSO L’INDO-PACIFICO
La National Security Strategy americana del 2025 ha formalizzato questa impostazione. La cooperazione con gli alleati è sempre più subordinata alla loro capacità di contribuire autonomamente alla sicurezza collettiva. Dietro questa scelta vi è una realtà strutturale: il progressivo ribilanciamento strategico verso l’Indo-Pacifico. La competizione con la Cina rappresenta ormai la priorità assoluta della politica estera americana. Ogni risorsa impiegata in Europa è una risorsa sottratta al confronto con Pechino.
Per questo motivo l’idea di un’Europa che si emancipa dagli Stati Uniti racconta soltanto una parte della storia. La realtà è che gli Stati Uniti stanno riducendo progressivamente il proprio coinvolgimento nelle questioni europee. L’autonomia strategica del continente non nasce quindi da un impulso sovranista europeo, ma dalla necessità di colmare un vuoto che Washington intende lasciare dietro di sé.
LA DIPENDENZA DALL’INDUSTRIA BELLICA AMERICANA
Tuttavia, riconoscere il problema non significa averne individuato la soluzione. L’Europa continua infatti a scontare debolezze strutturali che ne limitano la capacità di agire come attore geopolitico autonomo.
La prima riguarda l’industria della difesa. Negli ultimi anni gli Stati europei hanno aumentato sensibilmente gli acquisti di armamenti statunitensi. Una scelta comprensibile nel breve periodo, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma che rischia di consolidare una dipendenza incompatibile con qualsiasi progetto di sovranità strategica. Un continente che finanzia la propria sicurezza acquistando prevalentemente sistemi d’arma prodotti negli Stati Uniti difficilmente può aspirare a una reale autonomia decisionale.
IL COSTO DELLA NON-EUROPA NEGLI APPROVVIGIONAMENTI
La seconda debolezza riguarda la frammentazione degli approvvigionamenti militari. Ogni Stato continua a privilegiare procedure nazionali, duplicando investimenti, moltiplicando piattaforme e rinunciando alle economie di scala. Il risultato è un sistema inefficiente, costoso e scarsamente integrato. Da anni le istituzioni europee denunciano il cosiddetto “costo della non-Europa” nel settore della difesa, vale a dire l’enorme quantità di risorse disperse a causa della mancanza di coordinamento.
Questa frammentazione non produce soltanto inefficienza economica. Riduce anche la credibilità della deterrenza europea. Una potenza militare è credibile quando può agire in modo coordinato, sostenere operazioni prolungate e garantire una risposta tempestiva alle minacce. Oggi l’Unione europea non dispone ancora di tali capacità senza il sostegno statunitense.
IL SALTO POLITICO NECESSARIO
L’autonomia strategica richiederebbe pertanto un salto politico prima ancora che finanziario. Non basta aumentare le spese militari. Occorre costruire un sistema di difesa realmente integrato, sviluppare una base industriale comune, rafforzare i meccanismi decisionali e coinvolgere in questa architettura anche i partner europei esterni all’Unione, a partire dal Regno Unito.
La dipendenza europea dagli Stati Uniti, inoltre, va ben oltre la dimensione militare. Essa riguarda l’intelligence, la deterrenza nucleare, l’energia e la tecnologia. L’Europa continua ad affidarsi alle capacità informative americane, alla protezione dell’ombrello atomico statunitense, alle forniture energetiche provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico e alle infrastrutture digitali sviluppate dalle grandi aziende della Silicon Valley. Nessuna di queste dipendenze può essere superata rapidamente.
Per questo motivo il vero nodo della questione non è Trump. Il presidente americano può accelerare processi già in corso, renderli più visibili o più traumatici. Ma non ne è l’origine. La fragilità europea precede la sua presidenza e continuerà a esistere anche dopo la sua uscita dalla scena politica. Trump ama evocare figure storiche che ritenevano di poter dominare il proprio tempo e imporre la propria volontà al corso degli eventi. La storia, tuttavia, è raramente indulgente con chi si considera indispensabile. Nessun leader resta eterno. Nessuna potenza conserva indefinitamente la propria centralità.
Il declino politico di Trump, prima o poi, arriverà. La costruzione della sovranità europea, invece, non è un esito garantito. Dipenderà dalla capacità degli europei di trasformare una necessità strategica in un progetto politico condiviso. Perché la sovranità non è una dichiarazione di intenti. È una capacità concreta. E, nel caso dell’Europa, potrà essere esercitata soltanto insieme.

