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Cosa cambia tra rimpatrio volontario assistito e remigrazione. Il punto

Depositata alla Camera la raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Ecco qual è la differenza rispetto ai rimpatri volontari assistiti voluti dal governo 

Infuria la battaglia politica intorno alle modalità con cui indurre i migranti indesiderati al ritorno nel proprio Paese d’origine: da un lato il percorso istituzionale individuato dal governo con la formula dei rimpatri volontari assistiti, dall’altro la remigrazione propugnata dall’omonimo comitato e da Roberto Vannacci, che vorrebbero trasformare il proprio slogan identitario in norma dello Stato.

Non è soltanto una differenza di approccio: è una frattura culturale.  Perché una cosa è disciplinare il ritorno di chi non ha titolo per restare, altra è costruire un impianto che mette in discussione la permanenza di stranieri regolarmente residenti e perfino la stabilità della cittadinanza acquisita. È una visione che, per radicalità e conseguenze, segna uno spartiacque nel dibattito italiano sull’immigrazione.

COME FUNZIONANO I RIMPATRI VOLONTARI ASSISTITI

I rimpatri volontari assistiti si articolano lungo un percorso che accompagna il rientro dalla fase decisionale fino alla reintegrazione nel Paese d’origine. Le amministrazioni competenti offrono innanzitutto un’attività di orientamento e consulenza sul rientro volontario, seguita dall’organizzazione del viaggio e dal supporto logistico necessario alla partenza.

Una volta avvenuto il rientro, il sistema prevede l’erogazione di contributi economici per la fase iniziale di reintegrazione e, in alcuni casi, l’attivazione di percorsi di reinserimento socio-lavorativo nei Paesi d’origine, per lo più nell’ambito di programmi di cooperazione internazionale. Il modello è ormai parte delle politiche europee di gestione dei rimpatri e del rientro dei cittadini di Paesi terzi, in cui strumenti amministrativi e cooperazione con organismi internazionali si intrecciano nella gestione dei flussi in uscita.

LA RACCOLTA FIRME PER LA LEGGE SULLA “REMIGRAZIONE”

Accanto al perimetro istituzionale dei rimpatri volontari, si muove una proposta che interviene direttamente sul linguaggio e sull’impianto delle politiche migratorie. Il “Comitato Remigrazione e Riconquista”, promosso da CasaPound, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani, comunica di aver depositato in Parlamento la proposta di legge di iniziativa popolare dopo la raccolta delle 150 mila firme necessarie.

I rimpatri volontari assistiti operano dentro un quadro amministrativo consolidato, centrato sulla gestione del singolo caso e sulla scelta individuale del rientro. La “remigrazione”, invece, propone una riconfigurazione complessiva del sistema migratorio, che investe simultaneamente ingresso, permanenza e status giuridico delle persone straniere.

LE DIFFERENZE TRA I DUE APPROCCI

La recente normativa sui rimpatri si colloca nel quadro del nuovo Regolamento UE sui rimpatri approvato dal Parlamento europeo a giugno 2026, che si differenzia in modo sostanziale dalla Proposta di Legge  “Remigrazione e Riconquista”: il regolamento europeo punta ad accelerare le procedure di allontanamento di chi non ha il diritto di soggiornare nell’Unione europea. In questo contesto, è previsto l’obbligo di cooperazione dei migranti alle procedure di identificazione, con la possibilità di trattenimenti fino a 24 mesi nei casi previsti.

Il testo apre inoltre alla possibilità di trasferimento in centri situati al di fuori dell’Unione europea, nell’ambito di una strategia di esternalizzazione delle procedure di gestione dei rimpatri. Restano esclusi da queste misure i minori non accompagnati, per i quali non è previsto il trasferimento forzato.

La proposta di legge sulla “remigrazione”, invece, si colloca su un piano differente. Non riguarda soltanto cittadini irregolari o destinatari di provvedimenti di allontanamento, ma include anche lavoratori, studenti e famiglie con background migratorio regolarmente residenti.

Il meccanismo proposto prevede inoltre incentivi economici per favorire il rientro nei Paesi d’origine, accompagnati dalla rinuncia ai diritti di soggiorno e cittadinanza futura. Nel perimetro della proposta rientrano anche la revoca della cittadinanza per naturalizzazione in caso di determinati reati e un insieme di misure restrittive sugli ingressi, inserite in una più ampia cornice definita come “riconquista” dell’identità nazionale.

UNA FRATTURA CHE È ANCHE ISTITUZIONALE

La distanza tra i due modelli non riguarda soltanto gli strumenti, ma il livello stesso dell’intervento pubblico. Il tema aveva già acceso lo scontro in Parlamento in occasione della presentazione della proposta di legge alla Camera, con l’area stampa prenotata dall’allora parlamentare leghista – oggi in Futuro Nazionale – Domenico Furgiele e occupata da 32 deputati che impedirono la conferenza, andando incontro alla sospensione.

Si parla di rimpatri, ma in realtà il confronto è su un’altra domanda: chi fa parte della comunità nazionale e a quali condizioni? Il modello costruito dall’Italia e dall’Unione europea considera il ritorno uno degli strumenti con cui gestire l’immigrazione dentro un quadro di regole comuni. La proposta di “remigrazione”, invece, sposta il baricentro: non riguarda solo chi deve lasciare il Paese perché irregolare, ma mette in discussione anche il rapporto con una parte degli stranieri regolarmente residenti, fino a ipotizzare la revoca della cittadinanza per naturalizzazione in specifici casi. È qui che il dibattito smette di essere tecnico e diventa culturale.

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