Da funzionario della Uefa a protagonista della geopolitica del calcio: in dieci anni il presidente svizzero ha costruito una rete di alleanze, consenso e potere che ha cambiato il volto della federazione mondiale.
Ci sono presidenti che amministrano un’organizzazione. E poi ci sono quelli che finiscono per identificarsi con essa. Nel calcio mondiale, Gianni Infantino appartiene ormai alla seconda categoria. Quando nel febbraio del 2016 venne eletto alla guida della FIFA, il messaggio era chiaro: chiudere definitivamente l’era di Sepp Blatter, travolta dalle inchieste giudiziarie e dagli scandali sulla corruzione. Il dirigente svizzero prometteva trasparenza, riforme e una nuova credibilità internazionale. Ecco chi è Infantino e come è arrivato a dominare la FIFA.
CHI È GIANNI INFANTINO
Nato a Briga (Svizzera) nel 1970 da una famiglia di origini italiane, Gianni Infantino è laureato in Giurisprudenza e parla sette lingue. Dopo l’ingresso nella Uefa nel 2000, ne diventa segretario generale nel 2009, contribuendo all’introduzione del Fair Play Finanziario e alla riforma delle competizioni europee.
Nel 2016 viene eletto presidente della FIFA dopo gli scandali che travolgono Sepp Blatter. Rieletto nel 2019 e nel 2023, ha guidato l’espansione del calcio mondiale con il Mondiale a 48 squadre e nuovi tornei internazionali. Negli anni ha consolidato una fitta rete di rapporti con leader politici di primo piano, una scelta che gli ha garantito grande influenza, ma anche critiche per la crescente politicizzazione della FIFA.
IL CONSENSO COSTRUITO CON I VOTI E IL PROGETTO DI UN CALCIO MENO EUROPEO
Infantino ha capito molto presto che il vero potere nella FIFA non passa dalle grandi federazioni europee, ma dalle oltre duecento associazioni affiliate che dispongono ciascuna di un voto. Da qui la strategia che gli ha consentito di blindare il proprio consenso: maggiori finanziamenti alle federazioni, nuovi programmi di sviluppo, più posti ai Mondiali grazie all’allargamento da 32 a 48 squadre e un’attenzione crescente verso Africa, Asia e Caraibi. Allo stesso tempo, ha rafforzato il ruolo delle federazioni non europee attraverso programmi di sviluppo e nuove competizioni globali, riducendo di fatto il monopolio competitivo dei club europei. Una politica che i suoi sostenitori descrivono come un processo di democratizzazione del calcio globale. I critici, invece, la leggono come una sofisticata macchina del consenso che ha progressivamente neutralizzato ogni opposizione interna.
IL DIALOGO APERTO CON I CAPI DI STATO
Se Blatter era il padrone del calcio, Infantino ha cercato di diventarne anche il diplomatico. Negli ultimi anni il presidente della FIFA è comparso accanto ai principali leader mondiali con una frequenza senza precedenti. Da Vladimir Putin durante il Mondiale russo fino all’emiro del Qatar nel 2022. Oggi il rapporto più evidente è quello con Donald Trump. L’organizzazione del Mondiale 2026 negli Stati Uniti ha trasformato questa vicinanza in un asse politico-istituzionale sempre più visibile. La FIFA ha rafforzato la propria presenza americana, ha aperto nuovi uffici (uno a luglio nella Trump Tower di New York) e Infantino è diventato un interlocutore abituale della Casa Bianca.
UNA NEUTRALITÀ SEMPRE PIÙ DIFFICILE, IL CASO BALOGUN
Il problema è che più il presidente della FIFA frequenta il potere politico, più diventa difficile convincere l’opinione pubblica che il calcio resti davvero neutrale. Il clamoroso caso del rosso a Balogun poi sospeso ha sollevato riflessioni, nonostante la FIFA abbia ribadito che gli organi di giustizia operano in piena autonomia e che nessuna decisione è stata influenzata da pressioni esterne. Ma il solo fatto che il presidente degli Stati Uniti abbia evocato quel contatto ha alimentato nuovi interrogativi sull’indipendenza dell’organizzazione.
Durante il Mondiale ha fatto discutere anche il caso di Cristiano Ronaldo, ambasciatore del calcio saudita, che dopo una squalifica di tre giornate rimediata nelle qualificazioni ne ha scontata soltanto una, con le altre due sospese. Una decisione che gli ha consentito di prendere parte fin dall’inizio alla sua sesta Coppa del Mondo e che ha generato confronti sull’autonomia della giustizia sportiva.
LE STELLE PRIMA DI TUTTO E I RUMORS SUI DANNI ALL’AMBIENTE
Per Infantino il Mondiale vive soprattutto dei suoi campioni. Lo dimostra il caso Cristiano Ronaldo e l’apprensione mostrata durante Argentina-Capo Verde, quando il rischio di un’eliminazione anticipata di Lionel Messi aveva agitato il presidente della FIFA. Per seguire il torneo, secondo la BBC, nella sola fase a gironi Infantino ha assistito a 24 partite in 17 giorni, prendendo 27 voli e percorrendo oltre 50 mila chilometri, alimentando le critiche sull’impatto ambientale dei suoi spostamenti.
LA MACCHINA DEI RICAVI FIFA
Con i Mondiali 2026 per l’organizzazione guidata da Gianni Infantino si stimano ricavi complessivi per 8,9 miliardi di dollari, contribuendo in modo decisivo all’obiettivo di 13 miliardi di ricavi fissato per il ciclo 2023-2026. Uno dei principali motori è il ticketing: per la prima volta nella storia dei Mondiali è stato adottato il sistema di dynamic pricing, che adegua il prezzo dei biglietti all’andamento della domanda. Una scelta che ha già alimentato polemiche, con alcuni tagliandi arrivati a costare migliaia di dollari e prezzi, in diversi casi, superiori fino a dieci volte rispetto all’edizione disputata in Qatar. Alla vendita primaria si aggiunge poi il mercato secondario gestito attraverso la piattaforma ufficiale FIFA, che prevede una commissione del 15% sia per il venditore sia per l’acquirente. Complessivamente, ticketing e hospitality garantiranno circa 3 miliardi di dollari di ricavi.

