Bruxelles revoca il contributo europeo da 2 milioni di euro dopo la riapertura del padiglione russo. La vicepresidente Henna Virkkunen ha incaricato l’Eacea, l’agenzia che gestisce i programmi europei per cultura e istruzione, di avviare la procedura di revoca.
La Commissione europea ha deciso di revocare il finanziamento da 2 milioni di euro destinato alla Biennale di Venezia nell’ambito di una sovvenzione pluriennale. La decisione arriva dopo mesi di confronto con la Fondazione sulla scelta di riaprire il padiglione della Federazione Russa alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, dopo l’esclusione seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Ad annunciarlo è stata la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen, che ha dato mandato all’Eacea – l’agenzia esecutiva dell’Ue che gestisce operativamente i programmi europei nei settori della cultura, dell’istruzione, dell’audiovisivo, dei giovani e dello sport – di procedere con la revoca del contributo.
PERCHÉ LA COMMISSIONE HA DECISO DI TAGLIARE I FONDI
Il procedimento era stato avviato già nella primavera del 2026, quando Bruxelles aveva contestato la decisione della Biennale di riammettere la Russia. Secondo la Commissione, gli eventi sostenuti con fondi europei devono promuovere i valori democratici, la libertà di espressione e il dialogo culturale e non possono offrire una piattaforma istituzionale a uno Stato che continua la guerra contro l’Ucraina.
Nei mesi successivi la Commissione e l’Eacea hanno chiesto chiarimenti alla Fondazione, che ha sostenuto di aver agito nel rispetto del diritto e di non aver violato il regime sanzionatorio europeo. Le spiegazioni non hanno però convinto Bruxelles. Virkkunen ha spiegato di aver disposto la revoca dopo “un’attenta valutazione” delle osservazioni presentate dalla Biennale. “La cultura finanziata dall’Unione, si legge sul Sole 24 Ore, deve tutelare i valori democratici europei, che non sono rispettati nella Russia di oggi”. Il provvedimento riguarda il contributo europeo destinato ad alcuni progetti della Fondazione nel periodo 2025-2028 e non l’intera organizzazione della manifestazione.
LA DECISIONE DI RIAPRIRE IL PADIGLIONE RUSSO
La vicenda nasce dalla decisione della Biennale di consentire il ritorno del padiglione russo all’edizione 2026 della mostra internazionale d’arte. Il padiglione era rimasto chiuso nelle precedenti edizioni dopo l’invasione dell’Ucraina e il ritiro di artisti e curatori russi. La Fondazione ha sostenuto che la riapertura fosse conforme alle norme vigenti e che il padiglione nazionale rientrasse nella responsabilità del Paese partecipante. Per la Commissione europea, invece, pur nel rispetto dell’autonomia della Biennale, il sostegno finanziario dell’Ue non è compatibile con la partecipazione ufficiale della Russia finché prosegue il conflitto.
LA REAZIONE DI BUTTAFUOCO
Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha sempre difeso la scelta della Fondazione, rivendicandone la legittimità giuridica. Dopo l’annuncio di Virkkunen, la Biennale ha fatto sapere di aver appreso della decisione attraverso il social X e non dall’Eacea. La Fondazione sottolinea di aver risposto nei termini previsti a tutte le richieste dell’agenzia europea e di attendere ora la comunicazione formale del provvedimento per valutarne le motivazioni e gli eventuali sviluppi. Ha inoltre precisato che le attività della Biennale proseguiranno regolarmente, poiché il contributo europeo rappresenta solo una parte limitata delle risorse destinate ai programmi interessati.
IL SOSTEGNO DEI PAESI UE ALL’INIZIATIVA DI BRUXELLES
La linea della Commissione è stata già sostenuta in primavera da un’ampia parte degli Stati membri. A maggio 2026, durante il Consiglio dei ministri della Cultura, quattordici Paesi avevano appoggiato la proposta di sospendere i finanziamenti europei alla Biennale, mentre ventidue ministri della Cultura avevano firmato una lettera indirizzata alla Fondazione chiedendo di scongiurare la riapertura del padiglione russo. Nella lettera si sottolineava che, con la guerra ancora in corso, la partecipazione ufficiale della Russia avrebbe rischiato di trasformarsi in uno strumento di legittimazione internazionale del Cremlino e di entrare in contrasto con i valori che i programmi culturali dell’Unione sono chiamati a promuovere.

