Oltre 500 autovelox sono già stati disattivati perché privi dei requisiti previsti, mentre Comuni e automobilisti devono fare i conti con nuove regole che puntano a chiudere definitivamente il caso dell’omologazione.
La lunga vicenda degli autovelox non omologati è arrivata a una svolta. Con il decreto ministeriale entrato in vigore il 13 luglio 2026, il governo ha introdotto una disciplina destinata a mettere ordine in un settore che, negli ultimi anni, aveva alimentato migliaia di ricorsi e acceso il dibattito sulla validità delle multe per eccesso di velocità.
La riforma stabilisce quali dispositivi possono continuare a funzionare e quali, invece, devono essere spenti perché non conformi ai nuovi requisiti. L’obiettivo è uniformare i controlli sul territorio nazionale, garantire maggiore certezza giuridica e ridurre il contenzioso tra amministrazioni e cittadini.
UNA RIFORMA NATA DOPO ANNI DI INCERTEZZE
L’origine della riforma risale alle sentenze della Corte di Cassazione che, nel 2024, hanno ribadito un principio destinato a cambiare il sistema dei controlli elettronici della velocità: l’approvazione ministeriale di un autovelox non equivale alla sua omologazione, prevista invece dal Codice della strada. Da quel momento numerosi automobilisti hanno impugnato le sanzioni ricevute, sostenendo che molti apparecchi utilizzati dai Comuni non fossero pienamente conformi alla normativa.
Per risolvere il problema, il Ministero delle Infrastrutture aveva predisposto un primo decreto che avrebbe dovuto sanare la situazione. Tuttavia, nel marzo 2025, il ministro Matteo Salvini ne dispose la sospensione pochi giorni prima dell’invio alla Commissione europea. La bozza prevedeva infatti che gli autovelox approvati a partire dal 13 giugno 2017 fossero considerati automaticamente omologati, una soluzione che suscitò forti critiche perché ritenuta incompatibile con l’orientamento espresso dalla Cassazione.
Dopo oltre un anno di confronti tecnici e politici, il Ministero ha quindi elaborato un nuovo testo. Il decreto definitivo è stato firmato il 9 giugno ed è entrato in vigore il 13 luglio 2026, introducendo regole più dettagliate sull’utilizzo degli autovelox e imponendo lo spegnimento dei dispositivi non conformi.
COSA PREVEDE LA RIFORMA
Il nuovo decreto stabilisce quali apparecchi possono continuare a rilevare le infrazioni e quali, invece, devono essere disattivati fino al completamento delle procedure previste dalla normativa.
Oltre a chiarire il tema dell’omologazione, la riforma introduce criteri uniformi per l’installazione, la verifica tecnica e la gestione degli autovelox, con l’obiettivo di eliminare le differenze applicative che negli anni avevano caratterizzato i diversi territori. Come riferisce il Foglio, il decreto di Matteo Salvini stabilisce che gli apparati approvati dopo il 2017 possano rimanere in esercizio anche se non sono omologati, ribadendo che approvazione e omologazione sono cose diverse ed entrambe necessarie. Inoltre, descrive minuziosamente i test da effettuare per ottenere l’omologazione e, infine, attribuisce al Mit la responsabilità di entrambi i procedimenti.
QUANTI AUTOVELOX SONO STATI SPENTI E DOVE
L’effetto del decreto diramato è stato immediato. Secondo i dati diffusi dal Ministero e dalle prime ricognizioni effettuate dagli enti locali, erano stati individuati 850 autovelox non conformi alla nuova disciplina.
A pochi giorni dall’entrata in vigore della riforma risultano già 569 dispositivi spenti su circa 2.600 autovelox presenti in Italia, pari a quasi il 22% del totale nazionale. Come riferisce l’ANSA, 12 misuratori sono stati spenti in Abruzzo, 18 nella provincia di Bolzano, 7 in Campania, 15 nelle Marche, 4 in Val d’Aosta e 1 in Basilicata. Più consistenti i numeri per Lombardia (144), Piemonte (131), Toscana (69), Emilia Romagna (94), Friuli (47) e Veneto (84). In Molise sono stati spenti 18 dispositivi, 6 in Sardegna, 16 in Liguria, 3 in Umbria, 9 in provincia di Trento e 4 in Calabria.
COSA CAMBIA PER COMUNI E AUTOMOBILISTI
Per le amministrazioni locali la riforma comporta un significativo cambiamento organizzativo. Gli enti potranno utilizzare soltanto autovelox conformi ai requisiti previsti dal decreto, mentre quelli non in regola dovranno essere spenti oppure sostituiti. I Comuni saranno inoltre tenuti a garantire una documentazione tecnica più rigorosa, effettuare verifiche periodiche sugli strumenti e rispettare procedure uniformi per l’installazione e la gestione dei dispositivi.
Per gli automobilisti la principale novità riguarda la maggiore certezza sulla validità delle sanzioni. Le multe potranno essere elevate soltanto con apparecchi conformi alle nuove disposizioni, riducendo il rischio di ricorsi legati alla mancanza di omologazione.
MA QUANTO È ENTRATO NELLE CASSE DEI COMUNI DAGLI AUTOVELOX NEL 2025?
Stando a quanto riportato dal Fatto Quotidiano, basatosi sullo studio condotto da Facile.it, nel corso del 2025 i guadagni totali per violazione dell’art.142 del CdS hanno superato la soglia dei 284 milioni di euro. Restringendo il campo alle città sedi di prefettura, i gradini più alti dell’elenco risultano presidiati da Firenze, Bologna, Milano, Padova e Genova. Tali centri urbani, per mezzo di postazioni di controllo radar stabili e itineranti, misuratori della andatura media e ulteriori apparecchiature di intercettazione, hanno contabilizzato entrate superiori a 46 milioni di euro.
LE POSIZIONI DI DESTRA E SINISTRA SULLA RIFORMA
Per quanto riguarda il confronto politico, la maggioranza di centrodestra sostiene che il provvedimento restituisce certezza al sistema e impedisce che vengano rilasciate multe con dispositivi non pienamente regolari, mentre le opposizioni ritengono che lo spegnimento di centinaia di autovelox possa ridurre l’efficacia dei controlli e incidere negativamente sulla sicurezza stradale anche in previsione del grande esodo estivo.

