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Perché l’Europa è il vero bersaglio della guerra ibrida

Il firmware potrebbe essere l’unica arma per il Vecchio continente ma mancano le competenze tecniche adeguate. Intervista a Gianni Cuozzo, imprenditore ed esperto di cybersecurity, fondatore di Exein S.p.A.

Le campagne di disinformazione hanno conseguenze concrete ben oltre lo spazio digitale, ed è anche per questo che la guerra cognitiva è diventata una componente sempre più rilevante dei conflitti contemporanei. A potenziare questa dinamica è l’Intelligenza artificiale che, tra deepfake, contenuti sintetici e reti automatizzate, ha abbassato il costo della manipolazione, rendendo più facile generare contenuti falsi ma credibili. 

La posta in gioco, quindi, supera la sicurezza informatica. Se la manipolazione digitale incide sulla tenuta politica e sociale di un Paese, riguarda direttamente la sicurezza nazionale. E chiama in causa anche l’Europa, che rischia di restare passiva in uno spazio tecnologico che controlla sempre meno. Ne parliamo con Gianni Cuozzo, imprenditore ed esperto di cybersecurity, fondatore di Exein S.p.A. 

Nel contesto della guerra cognitiva, quanto è cambiata oggi la natura del conflitto rispetto alle guerre tradizionali e in che modo la dimensione digitale sta ridefinendo il concetto stesso di sicurezza nazionale? 

Quello che sta cambiando oggi è la sempre minore distinzione tra ciò che accade nel mondo digitale e ciò che accade nel mondo fisico. Le attività che si sviluppano online hanno ormai effetti concreti anche sul piano operativo. Le campagne di aggressione informatica si inseriscono in una dimensione più ampia, che richiama la tradizionale “guerra di percezione”: mostrarsi più forti di quanto si è, spaventare il nemico, destabilizzare la società, abbattere il morale dell’avversario. La differenza è che oggi gli strumenti digitali – soprattutto con l’avvento dell’Intelligenza artificiale – hanno fatto un salto di livello. Se prima queste operazioni erano accessorie rispetto ad altre attività militari, oggi sono diventate centrali. In molti casi rappresentano il focus principale delle operazioni. Si tratta di un’evoluzione naturale: assistiamo sempre più spesso a campagne progettate specificamente per destabilizzare, operazioni nate e pensate per fare esattamente questa opera di destabilizzazione. 

Quali sono oggi gli strumenti più efficaci utilizzati per influenzare opinioni e decisioni e che ruolo gioca l’Intelligenza artificiale in questo scenario? 

I social, soprattutto in Occidente, giocano un ruolo fondamentale. Il campo di battaglia più grande di questa guerra è senz’altro l’Europa. Perché l’Europa è l’unico Stato che non controlla i social e non ne possiede neanche uno. Non esercita forme di controllo come avviene in Russia o in Cina, ma non ha nemmeno piattaforme proprie su cui esercitare influenza, a differenza – in parte – degli Stati Uniti: un esempio emblematico è il caso di TikTok. Non abbiamo nessun vettore, quindi siamo attori passivi sia per mancato controllo sia per mancata distribuzione. Proprio i social sono diventati un vettore d’attacco importante per la destabilizzazione. 

In questo contesto, l’Intelligenza artificiale rappresenta un moltiplicatore di capacità. Tecnologie come deepfake, sintesi vocale e generazione di contenuti esistono da anni, ma oggi possono essere utilizzate su scala industriale. È possibile automatizzare la creazione di contenuti falsi, reti di bot, video e audio credibili, fino a simulare interazioni tra soggetti inesistenti che appaiono reali. 

Questo crea un grosso problema, perché rientra nella parte di abbattere il costo di questa tipologia di operazione, che era condotta nelle farm, come quelle in Cina, dove c’erano persone che conducevano questa attività dalla mattina alla sera. Oggi tu hai delle Ai che possono fare tutto ciò in maniera automatizzata. 

La Nato insiste molto sul concetto di resilienza cognitiva. Quali sono, secondo lei, le priorità per costruire una società capace di difendersi da disinformazione e propaganda? 

Non penso che sia un problema di facile risoluzione, perché è una sfida che inizia nelle scuole. Spesso il livello di alfabetizzazione digitale dei docenti è inferiore a quello degli studenti. Questo rende difficile costruire un sistema efficace di difesa per le nuove generazioni. Inoltre, le minacce evolvono molto rapidamente. 

Si sta andando verso una riduzione del tempo di esposizione di questi strumenti social per la nuova generazione, allo stesso tempo penso che per le generazioni attuali sia ormai una battaglia persa: oggi la limitazione di questo uso della battaglia cognitiva non funziona perché se io dimostro anche empiricamente che una cosa non è reale, purtroppo o per fortuna l’Internet ha livellato chiunque, quindi se io affermo che una cosa è vera o un esperto dice che una cosa è vera o è falsa, dall’altra parte qualcuno potrebbe sostenere il contrario e la mia opinione e l’opinione di queste persone è completamente livellata. 

Prima ancora della resilienza cognitiva bisognerebbe iniziare a riorganizzare la società su chi dice cosa proprio perché se tutti dicono tutto sulla piattaforma che rende tutti uguali, il numero delle persone interessate a far girare una determinata narrativa rispetto a un’altra espone il nostro sistema a gestire determinate tipologie di attività. 

Io non penso che sia qualcosa di facile risoluzione se non con un controllo molto più capillare dello strumento di attività e una fase di disintossicamento delle nuove generazioni allo strumento social. Cosa che sta in parte avvenendo perché stiamo iniziando a vedere nuovi movimenti in persone che semplicemente rifiutano l’utilizzo di strumenti informatici in un certo tipo. Secondo me è un trend che prenderà sempre più piede.

Secondo me la società ama l’abbondanza ma poi, come sempre, sul lungo termine, preferisce la qualità. Siamo passati dall’età dell’abbondanza all’età della qualità. Probabilmente con il tempo anche nel digitale potremmo assistere a una transizione simile, con una maggiore attenzione all’uso consapevole. 

Guardando al futuro, quali rischi concreti vede nell’evoluzione della guerra ibrida, tra deepfake, polarizzazione e campagna di influenza e quali contromisure dovrebbero adottare istituzioni, media e cittadini? 

Secondo me i rischi sono strutturali: rischi di polarizzazione sociale, che è la problematica più grave, rischi di creazione di nemici invisibili per distrazione di massa dell’operazione. Quali sono le contromisure? Io penso che non ci siano reali contromisure se non il divieto di uno strumento. Vietare strumenti difficilmente funziona nel lungo periodo. C’è anche un tema demografico: i social sono diventati mainstream solo negli ultimi vent’anni, ciò significa che se noi guardiamo la composizione della popolazione, meno di un terzo è nativa digitale. Due terzi della popolazione è nato in un mondo dove questi social non esistevano e che quindi sarà esposta successivamente a queste tecnologie. Quando qualcuno nasce in un altro mondo non ha gli strumenti per capire l’impatto reale di queste tecnologie, o cosa può succedere su queste tecnologie. Il che significa che abbiamo anche un problema demografico da questo punto di vista, per cui la stragrande maggioranza della popolazione non ha un’alfabetizzazione tale da poter capire e “pesare” quello che succede nel mondo dei social o nel mondo virtuale, pertanto diventa più facilmente manipolabile. Non a caso le correnti politiche che hanno sempre utilizzato lo strumento social come strumento di manipolazione, per creare panico e ansia, tendenzialmente raccolgono voti nella fascia anziana della popolazione, o comunque più adulta della popolazione, proprio perché all’avanzare dell’età correlata all’esposizione online si riduce la capacità 

di “difendersi” da attività di questo tipo. 

Nel suo lavoro ha definito il firmware come il vero punto di controllo del mondo digitale, sostenendo che il firmware, anziché l’hardware o il software, sia uno degli ultimi terreni su cui l’Europa può ancora giocare una partita geopolitica. Quali scelte concrete dovrebbe fare oggi l’Europa per non perdere anche questo vantaggio? 

L’Europa dovrebbe incoraggiare le tecnologie open source o open core: se io compro un router o un dispositivo di infrastruttura che deve funzionare con un determinato ambiente, devo separare quello che è l’hardware, da chi produce il firmware e da chi produce l’applicativo. Piuttosto che comprare tutto da uno singolo, tale per cui magari ho un vantaggio di integrazione, perdo la mia capacità di avere una leva negoziale per capire che cosa fa quel firmware. Il firmware è infatti il software che collega tutto quello che succede nell’hardware con tutto quello che succede nella piattaforma. Quindi se tu sei in mezzo riesci a vedere tutto quello che c’è nell’hardware e tutto quello che succede nel software. Purtroppo, l’Unione europea, in generale la politica europea, ha sempre trattato la tecnologia come un fattore di mercato e non come un fattore geopolitico, perché ha sempre avuto a cuore altre istanze come l’agricoltura, sicuramente importanti ma che non sono più strategiche. L’Europa dovrebbe in primis riconoscere il valore politico ancora prima che pratico dello strumento tecnologico e, in secondo luogo, quando si parla di firmware capire innanzitutto perché l’Europa ha perso sia l’hardware sia la piattaforma e perché il firmware è l’unica arma ancora in possesso del Vecchio continente, dominio ancora che non ha un vincitore netto e in cui ancora l’Europa potrebbe creare delle policy. Questa cosa non avverrà, l’Europa perderà anche questa sfida perché non ci sono rappresentanti politici che hanno un background tecnico, perché si è sempre prediletta un’estrazione giuridica all’estrazione tecnica, ma noi viviamo in un mondo tecnico e non giuridico. 

Articolo pubblicato sul quadrimestrale Start Magazine “La sfida cognitiva

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