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regolamento rimpatri

Come funziona il nuovo Patto europeo sui migranti

Il nuovo Patto europeo sulla migrazione  rappresenta la più ampia riforma del sistema europeo dell’asilo degli ultimi anni. Un insieme di 10 atti legislativi che intervengono lungo tutta la filiera. Il nuovo sistema non cancella il principio della responsabilità del Paese di primo ingresso, allora cosa cambia?

Per anni il sistema europeo ha cercato un equilibrio tra responsabilità dei Paesi di frontiera e solidarietà degli altri Stati. Dal 12 giugno le regole sono cambiate: il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo è entrato in applicazione e sostituisce il quadro precedente con un sistema comune composto da 10 atti legislativi.

Screening entro 7 giorni, procedure di frontiera, solidarietà obbligatoria tra Stati, nuove regole sui rimpatri e maggiore controllo dei movimenti secondari: la piattaforma individuata vuole tenere insieme tre obiettivi, ossia  controllare meglio le frontiere, accelerare le decisioni sull’asilo e distribuire le responsabilità tra gli Stati membri.

IL PRIMO INGRESSO RESTA, MA CAMBIA LA SOLIDARIETÀ

La prima novità riguarda l’ingresso nell’Unione. Chi attraversa irregolarmente una frontiera esterna deve essere sottoposto a identificazione, controlli di sicurezza e salute e verifica delle vulnerabilità, con registrazione dei dati nel sistema europeo.

Lo screening deve concludersi entro 7 giorni alle frontiere esterne e 3 giorni per chi viene fermato all’interno del territorio. Al termine, la persona viene indirizzata verso la procedura appropriata: asilo, procedura di frontiera o rimpatrio.

Il Patto introduce un meccanismo permanente, obbligatorio e flessibile di solidarietà per gli Stati sottoposti a pressione migratoria. La Commissione valuta quali Paesi abbiano diritto al sostegno e coordina il cosiddetto Solidarity Pool (ricollocamenti, contributi finanziari e altre forme di assistenza).

LA PROCEDURA DI FRONTIERA

Il primo obiettivo è la rapidità nella distinzione tra quanti necessitano protezione e coloro che non hanno titolo a restare nell’Unione: chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento della protezione internazionale pari o inferiore al 20%, chi ha ingannato le autorità o rappresenta un rischio per la sicurezza, viene inserito in una procedura urgente che dura al massimo 12 settimane, compreso l’eventuale ricorso, e può arrivare a 16 settimane in caso di trasferimento verso un altro Stato membro.

IL SECONDO PILASTRO: I RIMPATRI

Il nuovo sistema rafforza il collegamento tra decisione negativa sull’asilo e rimpatrio. A giugno Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo politico sul nuovo Return Regulation, destinato a creare un sistema europeo più uniforme.

Tra le novità figura un European Return Order e il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio: uno Stato membro potrà riconoscere e dare esecuzione a una decisione adottata da un altro Stato. Sono inoltre previsti strumenti più incisivi contro chi si sottrae al rimpatrio e la possibilità di creare return hubs in Paesi terzi, nel rispetto del diritto internazionale e del principio di non-refoulement.

Resta però il problema più concreto: decidere un rimpatrio non significa riuscire a eseguirlo. Servono accordi di riammissione e la collaborazione dei Paesi di origine o di transito.

EURODAC E MOVIMENTI SECONDARI

Il Patto interviene anche sugli spostamenti dei richiedenti asilo all’interno dell’Ue. I dati vengono registrati in Eurodac, che diventa uno strumento più completo per identificare le persone e ridurre i cosiddetti movimenti secondari, cioè gli spostamenti non autorizzati da uno Stato membro all’altro, rendendo più semplici i trasferimenti verso il Paese responsabile della domanda

GLI HUB E LA GESTIONE DELLE FRONTIERE

Il nuovo quadro europeo punta a concentrare una parte delle procedure nelle aree di frontiera e rafforza la cooperazione con i Paesi terzi. Per l’Italia, l’esperienza dei centri realizzati in Albania costituisce un precedente concreto, ma il modello europeo è più ampio e non coincide totalmente con quello italiano.

La questione da osservare sarà soprattutto la capacità di far funzionare contemporaneamente screening, accoglienza, procedure accelerate e rimpatri.

COSA CAMBIA PER L’ITALIA

Per l’Italia, la novità più rilevante è il superamento di un sistema fondato prevalentemente sulla responsabilità del Paese di ingresso, a favore di un modello che affianca a tale responsabilità un meccanismo europeo permanente di solidarietà.

Il nostro Paese, tuttavia, resta uno dei principali Stati di frontiera dell’UE e dovrà quindi continuare a garantire adeguate capacità amministrative e operative per l’identificazione e lo screening delle persone, l’accoglienza, la gestione delle procedure e l’attuazione dei trasferimenti.

La prima verifica della Commissione europea, condotta nelle tre settimane successive all’entrata in applicazione del Patto, ha riconosciuto gli sforzi compiuti, evidenziando al tempo stesso la necessità di ulteriori passi concreti per assicurare l’effettività dei trasferimenti. Una nuova valutazione è prevista per ottobre.

LA VERA PARTITA È L’ATTUAZIONE

Il nuovo Patto cambia quindi soprattutto il metodo di gestione della migrazione europea. Le regole sono comuni, ma il loro successo dipenderà dalla capacità degli Stati di applicarle.

Per l’Italia i quattro indicatori da seguire sono chiari: tempi dello screening, funzionamento delle procedure di frontiera, trasferimenti nell’ambito della solidarietà e rimpatri effettivi.

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