Leonardo Del Vecchio ha creato Delfin con una ricetta precisa per la longevità del capitale di famiglia: ai manager la gestione, alla famiglia la proprietà e alle quote una struttura pensata per renderne quasi impossibile la trasformazione in liquidità. Quattro anni dopo gli eredi cercano di ritagliarsi autonomia nella monade finanziaria lasciata dal padre spostando le proprie quote verso holding personali
Nel giro di pochi giorni l’erede più mediatico della dinastia, Leonardo Maria Del Vecchio, ha annunciato l’uscita da EssilorLuxottica prendendo le distanze dalla gestione di Francesco Milleri. Poco dopo ha scritto ai due revisori incaricati del controllo di Delfin chiedendo verifiche sull’operato del consiglio della holding, presieduto sempre da Milleri. Al malessere sulla governance si affianca poi la scelta di diversi eredi di trasferire le proprie quote in holding personali. I primi a poter procedere sono Luca e Paola Del Vecchio che oggi possono trasferire il rispettivo 12,5% di Delfin nelle loro società personali, Lufin e Nemora. Ma anche Clemente del Vecchio, Rocco Basilico e lo stesso Leonardo Maria hanno avviato una richiesta analoga. Delfin resta quindi intatta, ma attorno alle singole quote iniziano a formarsi strutture separate — quasi dei sottoinsiemi finanziari esterni all’insieme ma costruiti intorno a una sua quota — con cui ciascun socio prova a conquistarsi più libertà nella gestione del proprio patrimonio.
DELFIN, IL CONFLITTO SI SPOSTA SULLA GOVERNANCE
Nella lettera riportata dal Sole 24 Ore, Leonardo Maria Del Vecchio chiede a Fabio Scoyni e Lara Forte, i due revisori incaricati del controllo di Delfin, di “avviare un’indagine su una serie di criticità riscontrate nella gestione del board”. Sostiene di non avere ottenuto documenti e informazioni richiesti come azionista; contesta il comportamento del board nel fallito riassetto che avrebbe dovuto portarlo ad acquistare le quote dei fratelli; solleva possibili conflitti di interesse che riguarderebbero Mario Notari, notaio e consigliere di Delfin, e Romolo Bardin, amministratore delegato della holding; richiama infine un’esposizione legale negli Stati Uniti legata a Brooks Brothers della quale dice di non essere stato adeguatamente informato.
Per il momento non sono irregolarità accertate ma mostrano quanto l’assetto lasciato da Leonardo Del Vecchio stia stretto ad alcuni dei suoi eredi. Pur avendo la proprietà della holding in quote sostanzialmente paritetiche, il potere di amministrarla è concentrato in un consiglio composto da professionisti scelti dal fondatore. Anche le decisioni più sensibili sono protette da maggioranze qualificate, rendendo più difficile per un singolo socio imporre la propria linea. In quest’ottica le holding personali diventano per gli eredi Del Vecchio il secondo terreno su cui cercare più libertà.
LUCA E PAOLA, IL 12,5% DI CIASCUNO PASSA NELLE HOLDING PERSONALI
Luca e Paola Del Vecchio si sono mossi già nel novembre 2025 per cambiare la forma in cui detengono la propria quota, chiedendo entrambi di trasferire il rispettivo 12,5% a una società personale, Lufin per Luca e Nemora per Paola. Le richieste erano state respinte dall’assemblea di Delfin, facendo partire la procedura prevista dal diritto lussemburghese. Dopo il termine iniziale e una proroga di sei mesi concessa dal giudice, il 17 agosto 2026 si è esaurito il periodo previsto dalla procedura lussemburghese senza che la partecipazione venisse rilevata, permettendo a Luca e Paola di procedere al trasferimento.
CDV HOLDINGS: QUANDO IL SOTTOINSIEME EREDITA I VINCOLI DELL’INSIEME
Claudio Del Vecchio ha percorso questa via già nel 2015. E tutt’oggi il suo 12,5% di Delfin è detenuto attraverso CDV Holdings. Delfin possiede una golden share su CDV, una quota speciale priva di diritti economici ma dotata di specifici poteri di approvazione, che coinvolgono anche le clausole che regolano i trasferimenti. E anche lo statuto della società definisce il trasferimento in modo molto ampio, includendo operazioni dirette o indirette, volontarie o involontarie, mostrando che non basta cambiare il controllo della società che contiene la quota per aggirare le regole poste a protezione della partecipazione sottostante.
Nel testo statutario pubblico di Lufin, depositato nel Registro delle imprese lussemburghesi, non emerge con la stessa evidenza una protezione analoga a quella di CDV Holdings. La holding personale a cui Luca Del Vecchio trasferirebbe il proprio 12,5% può, secondo l’articolo 3.2, indebitarsi e concedere garanzie sui propri asset, anche a copertura di obbligazioni proprie o di terzi; l’articolo 7.1 prevede inoltre che nel registro dei soci siano annotati anche eventuali diritti di garanzia sulle quote di Lufin.
Lo statuto consente quindi alla holding di assumere debito e concedere garanzie, senza chiarire quali vincoli accompagneranno la quota di Delfin una volta trasferita al suo interno. Quando il 12,5% entrerà effettivamente in Lufin, insieme alla partecipazione arriveranno anche clausole capaci di intercettare un cambio di controllo della società? Quanto può diventare autonomo il sottoinsieme senza sottrarsi ai vincoli dell’insieme? La risposta conta anche sul piano finanziario, perché chiarisce fino a che punto le quote possano essere utilizzate come garanzia.
SE IL VALORE DELLE QUOTE DELFIN DIVENTA “BANCABILE”, CHI ACQUISTA POTERE?
La possibilità di usare come garanzia le quote detenute nelle holding private è uno degli elementi messi in evidenza da Repubblica. Questa struttura lascia agli eredi margine di manovra, ma introduce anche un altro interlocutore: le banche. Se quelle quote vengono date in garanzia, in caso di mancato rimborso e secondo quanto previsto dal contratto, la banca potrebbe rivalersi su di esse, aprendo almeno in teoria la possibilità di assumere il controllo della società che detiene la quota di Delfin. Resta da capire fino a che punto possa farlo senza incontrare i vincoli posti dagli statuti della holding personale e soprattutto quelli collegati alla partecipazione in Delfin.
Il tentativo di Leonardo Maria di acquistare le quote di Luca e Paola tramite la sua holding privata, Lmdv Fin, mostra concretamente che possedere miliardi di patrimonio non significa necessariamente poterli trasformare in altrettanto credito. L’accordo, firmato a fine aprile per circa 10 miliardi complessivi, lo avrebbe portato dal 12,5% al 37,5% di Delfin. Per finanziare l’operazione le banche avevano chiesto una protezione aggiuntiva: una lettera di patronage con cui Delfin si sarebbe impegnata a esercitare i propri diritti di prelazione o riacquisto se quelle quote fossero state messe in vendita per rimborsare il finanziamento. La soluzione evitava che, in caso di mancato pagamento, le quote potessero finire direttamente alle banche creditrici, ma avrebbe trasferito su Delfin una parte rilevante del rischio. Col risultato che il board aveva respinto la richiesta e contribuito al naufragio dell’operazione.
Trasformare il valore economico della propria quota in leva finanziaria sembra una delle strade attraverso cui gli eredi stanno cercando maggiore autonomia senza dividere Delfin, ma apre nuovi interrogativi. Quando una partecipazione diventa “bancabile”, cioè può essere usata come garanzia per ottenere credito, chi acquista davvero potere? Non conta più soltanto quale fratello possiede o acquista una partecipazione, ma anche chi lo finanzia, quali garanzie pretende e quali condizioni impone. Se il disegno originario di Leonardo Del Vecchio puntava a tenere compatto il patrimonio e impedire che un singolo erede potesse prendere il sopravvento, Delfin può oggi restare intatta sul piano societario mentre una parte dell’autonomia economica dei suoi proprietari potrebbe finire per essere negoziata fuori dalla holding.

