Il voto al Senato riapre lo scontro nel centrodestra. Attorno al Melonellum si muovono parlamentari di maggioranza e opposizione, mentre il nodo delle preferenze incrocia i calcoli su Vannacci e sul Rosatellum
La riforma della legge elettorale arriva al voto del Senato di martedì 15 settembre con il centrodestra ancora alle prese con il nodo delle preferenze e con una partita politica che coinvolge Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini, Ignazio La Russa e Francesco Boccia, secondo il quadro ricostruito dai quotidiani oggi in edicola. Mentre la maggioranza prova a tenere in piedi l’impianto del cosiddetto Melonellum, approvato in prima lettura alla Camera il 16 luglio, che prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza e una soglia del 42 per cento.
GLI SHERPA DEL CENTRODESTRA
Il lavoro politico sulla riforma si concentra anche fuori dall’Aula. Ieri pomeriggio, a via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia, si riuniscono gli sherpa dei partiti di maggioranza: Giovanni Donzelli, coordinatore di Fratelli d’Italia, Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega, Alessandro Colucci per Noi Moderati, Alessandro Battilocchio e Roberto Rosso per Forza Italia e Antonio De Poli per l’Udc. Secondo quanto racconta HuffPost Italia, il loro obiettivo è mettere a punto l’intesa sul Melonellum. Ma mentre il tavolo cerca di ricomporre le posizioni della maggioranza, al Senato si apre un nuovo fronte.
A Palazzo Madama la tensione ruota attorno all’emendamento del Pd sulle preferenze, che punta a introdurle sia nelle liste del proporzionale sia nel listone a cui è collegato il premio di maggioranza. È una modifica che interviene direttamente sull’impianto concordato dalla maggioranza: il testo del Melonellum prevede infatti i capilista bloccati nel proporzionale e il listone bloccato. La gestione dell’emendamento coinvolge anche Andrea De Priamo, presidente della Commissione, che secondo il racconto di HuffPost «lascia fare».
Il Foglio ricostruisce lo stesso passaggio, puntando però l’attenzione sul ruolo del presidente del Senato Ignazio La Russa. È lui, secondo la ricostruzione del quotidiano, ad aver consentito alle opposizioni di presentare subemendamenti alla proposta sulle preferenze. La partita, dunque, si svolge su due piani: da una parte gli sherpa della maggioranza provano a tenere insieme l’accordo politico sul testo; dall’altra, in Senato, l’emendamento sulle preferenze rischia di rimettere in discussione proprio uno dei punti su cui quell’accordo si fonda.
FRANCESCO BOCCIA TENTA LA TRAPPOLA
Ed è proprio sulla gestione delle preferenze che l’emendamento del Pd diventa una leva per mettere alla prova gli equilibri della maggioranza. Se Giorgia Meloni sostiene le preferenze, allora il Pd chiede di estenderle anche al sistema previsto dal Melonellum, eliminando i capilista bloccati. Da qui la domanda di Francesco Boccia: «Meloni vuole le preferenze? Servita. Dimostri la coerenza. Togliamo i capilista bloccati. Ma Forza Italia e Lega accettano?».
Il punto politico è quindi il rapporto tra la posizione di Fratelli d’Italia sulle preferenze e l’accordo raggiunto con gli alleati sul testo della riforma. Accettare la modifica significherebbe intervenire sull’impianto concordato; respingerla espone invece Giorgia Meloni alla contestazione di incoerenza sollevata dall’opposizione. È la trappola parlamentare descritta da Il Foglio, costruita attorno a un emendamento che rischia di trasformare il voto sulle preferenze in un test per la tenuta dell’accordo di maggioranza.
Nel frattempo, Ignazio La Russa rimane al centro della vicenda. Il presidente del Senato aveva già sostenuto, insieme a Marcello Pera, l’ipotesi del ballottaggio, una delle modifiche discusse nel percorso della riforma. Ora è invece la gestione dell’emendamento sulle preferenze a finire sotto i riflettori. Interpellato da Il Foglio sul perché sia stato consentito alle opposizioni di presentare subemendamenti, Andrea De Priamo, presidente della Commissione, risponde semplicemente: «Boh».
IL FATTORE VANNACCI
Dietro lo scontro sulle preferenze c’è però anche il calcolo elettorale. Forza Italia e Lega temono che il nuovo sistema possa favorire Vannacci qualora Futuro Nazionale restasse fuori dalla coalizione. Gli alleati avrebbero contestato a Fratelli d’Italia la soglia del 42 per cento e ricordato le proiezioni secondo cui, con il nuovo sistema, con il 10 per cento Vannacci otterrebbe 40 parlamentari, contro meno di 30 con il sistema attuale. Da qui la richiesta di alcuni esponenti della maggioranza di tornare al Rosatellum.
Il calendario, intanto, corre: il voto al Senato è previsto per martedì 15 settembre, mentre l’approdo definitivo alla Camera è previsto per lunedì 28 settembre. Il voto finale a Montecitorio potrebbe arrivare a metà ottobre.

