Mentre l’Onu denuncia la passività della comunità internazionale di fronte alle violazioni dei diritti umani e alle restrizioni imposte al popolo afghano, i dati del report di Med-Or tracciano il bilancio di un Paese in perenne emergenza
Aiuti esterni dimezzati, un deficit commerciale da record, disastri naturali a catena e un’escalation militare senza precedenti con il Pakistan. È la fotografia dell’Afghanistan dopo cinque anni di governo dei talebani, scattata dall’ultimo numero di “East Lines” di Med-Or, fondazione di Leonardo. Il rapporto evidenzia come l’Afghanistan si trovi in uno stato di “stabilizzazione di pura sussistenza”, eroso dalle sanzioni, dall’isolamento finanziario e dal congelamento degli asset esteri. Un’analisi confermata dalla stessa Onu, che ha denunciato apertamente la passività della comunità internazionale di fronte alle drammatiche violazioni dei diritti umani e alle restrizioni imposte al popolo afghano.
L’ALLARME DELL’ONU SULL’AFGHANISTAN
Le Nazioni Unite hanno lanciato un duro monito internazionale, denunciando il “silenzio assordante” della diplomazia globale sulla sistematica cancellazione dei diritti fondamentali in Afghanistan. A cinque anni dalla riconquista del potere da parte dei Talebani e dalla caduta di Kabul, le severe limitazioni imposte alla popolazione femminile continuano a incontrare la ferma condanna del consesso internazionale. Parliamo di vincoli come il divieto d’accesso all’istruzione superiore e all’impiego presso organizzazioni non governative e agenzie ONU, fino all’impossibilità di frequentare i luoghi pubblici senza accompagnatore.
La paralisi diplomatica, però, non sembra aver dato grandi frutti. Infatti, non ha impedito al regime dei talebani di consolidare il controllo sul territorio né ha fermato una normalizzazione de facto delle relazioni pratiche con diversi attori regionali.
ANATOMIA DI UNA CRISI
L’Afghanistan è in uno stato di “stabilizzazione di pura sussistenza”, eroso dalle sanzioni, dall’isolamento finanziario e dal congelamento degli asset esteri. È quanto emerge dal report di Med-Or “East Lines”, che disegna un quadro drammatico dell’economia afgana. Il reddito pro-capite rimane bloccato al di sotto dei 430 dollari, ulteriormente eroso dall’alta crescita demografica e dal rientro forzato delle masse dei profughi. Inoltre, tra il 2021 e il 2025, i finanziamenti esteri complessivi sono crollati del 53%, passando da 3,8 a 1,8 miliardi di dollari a causa del progressivo disimpegno dei donatori internazionali. Per compensare la voragine, il regime talebano ha inasprito il prelievo fiscale e doganale locale, portando le entrate interne da 1,6 a 2,2 miliardi di dollari (+37%). Tra il 2024 e il 2025, per la prima volta nella storia recente, le entrate statali interne hanno superato stabilmente il flusso totale degli aiuti umanitari esterni. Ciliegina sulla torta, la bilancia commerciale afghana mostra un disavanzo raddoppiato, passato da 4,5 miliardi di dollari nel 2021 a oltre 9,3 miliardi nel 2025.
Le esportazioni sono bloccate a circa 1,8 miliardi di dollari a causa della scarsa industrializzazione e delle continue chiusure di confine. Per contro, le importazioni sono schizzate a oltre 11 miliardi di dollari, confermando la totale dipendenza dell’Afghanistan dalle forniture estere di carburanti, beni alimentari e generi di prima necessità. Il settore dei servizi rappresenta il 50-53% del PIL, ma è concentrato sul commercio informale. L’agricoltura di sussistenza incide per il 30% del PIL ed è il principale pilastro occupazionale, nonostante il divieto talebano sulla coltivazione del papavero e la crisi climatica. L’industria resta del tutto marginale, attestandosi all’11-13% del PIL, a testimonianza dell’assenza di piani di sviluppo strutturale.
SICCITA’, TERREMOTI ED EMERGENZA PROFUGHI
Il report di Med-Or rivela che la popolazione afghana è devastata anche da ricorrenti shock ambientali e demografici. In primis, una nuova devastante ondata di siccità ha colpita il Paese, con precipitazioni in calo del 54% in ben 19 province. I frequenti terremoti che si sono susseguiti a intervalli regolari dal 2023 a giugno di quest’anno hanno definitivamente messo in ginocchio le infrastrutture di erogazione dei servizi essenziali. Infine, la storia recente dell’Afghanistan è stata caratterizzata anche dall’esodo dei profughi del Pakistan del 2025. Nel corso dell’anno, infatti, oltre 1 milione di cittadini afghani sono stati costretti a rientrare in patria tra espulsioni e deportazioni, di cui almeno 600.000 espulsi forzatamente dal Pakistan all’insorgere delle ostilità di frontiera.
I NUOVI RAPPORTI GEOPOLITICI
L’Afghanistan continua ad essere lo snodo focale delle tensioni dell’Asia centrale e meridionale. Tra la fine di febbraio e marzo 2026 si è acceso un confronto militare diretto a suon di raid aerei e combattimenti di frontiera con il Pakistan, nato dalle accuse di Islamabad a Kabul di tollerare e proteggere i militanti del Tehrik-i-Taliban. Il deterioramento dei rapporti con il Pakistan ha spinto il regime di Kabul a cercare un riavvicinamento con l’India[18]. Dopo l’incontro informale a Dubai tra il segretario generale degli Esteri indiano Vikram Misri e il ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqi di gennaio 2025, ad ottobre Muttaqi si è recato in visita ufficiale a Delhi per colloqui con il ministro Subrahmanyam Jaishankar. L’India ha così elevato la propria presenza diplomatica a Kabul al rango di ambasciata, pur senza riconoscere il regime. Infatti, l’unico Paese al mondo ad aver concesso il riconoscimento formale all’Emirato Islamico dell’Afghanistan è la Russia. A giugno di quest’anno, però, una delegazione talebana è stata ricevuta a Bruxelles per discutere la gestione dei rimpatri e dei flussi migratori.
Pechino, invece, ha avviato una normalizzazione *de facto* già a gennaio 2024, accettando ufficialmente le credenziali dell’ambasciatore talebano. L’obiettivo della Cina è l’integrazione commerciale tramite il corridoio di Wakhan e il ruolo di mediatore tra Kabul e Islamabad. Un altro attore importante per l’Afghanistan è il Turkmenistan, che quest’anno ha rilanciato con Kabul i colloqui per la fornitura di gas a Herat e per la costruzione del gasdotto TAPI verso India e Pakistan.

