Il “libro dei sogni” si scontra sul muro dei conti pubblici: dopo la doccia fredda certificata dall’Istat, l’esecutivo dovrà sforbiciare le promesse elettorali. Ecco le misure a rischio
Adesso che la doccia fredda dell’Istat ha certificato che il rapporto deficit/Pil resta inchiodato a quel “maledetto 0,1 per cento” di troppo sopra la barra del 3%, a Palazzo Chigi si fa largo una dolorosa presa di coscienza: il “libro dei sogni” della prossima legge di bilancio va riposto in soffitta.
Come ricostruito da Marcello Sorgi ieri sulle colonne de La Stampa , la mancata uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo prima della fine dell’anno trasforma la finanziaria autunnale in un esercizio di purissimo equilibrismo, dove le maratone elettorali rischiano di scontrarsi con il muro dei numeri.
ADDIO AI REGALI: LA LISTA DELLE PROMESSE CASSATE
Come racconta Sorgi, fino a poche ore fa la lista della spesa appariva sterminata, pensata per contrassegnare una campagna elettorale permanente condotta con ritmo da “one woman show” dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nel paniere delle promesse spiccavano misure d’impatto: “la pensione a 64 anni”, “l’abolizione strutturale (e non per il solo 2027) del bollo auto”, “l’estensione della flat tax per gli autonomi anche a redditi più alti”, la “detassazione delle tredicesime”, il ritocco al secondo scaglione Irpef per i lavoratori dipendenti e persino un corposo rifinanziamento del Fondo sanitario nazionale per “togliere un argomento a Schlein”.
Progetti ambiziosi mentre gli alleati restavano a guardare con occhi sconfortati: da un lato Matteo Salvini, “alle prese con il congresso straordinario della Lega”, dall’altro Antonio Tajani, “non ancora ripresosi del tutto dalla gaffe sulle donne morigerate”. Ora però il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dovrà tirare i cordoni della borsa, sapendo che solo all’inizio del prossimo anno l’Europa dirà se i conti italiani sono davvero fuori pericolo.
LE DUE SCUOLE DI PENSIERO NELL’ANALISI DI SORGI
Secondo Sorgi, l’impasse sui dati di finanza pubblica spacca la maggioranza lungo la faglia di due scuole di pensiero diametralmente opposte, destinate a darsi battaglia da qui all’approvazione della manovra. Da un lato c’è la corrente dell’ortodossia e dei mercati guidata dal tandem Giorgia Meloni–Giancarlo Giorgetti: una linea d’azione fondata sul pragmatismo e sulla prudenza europeista, dove la premier e il titolare di Via XX Settembre “in questi anni hanno dimostrato di saper tener testa alle pretese dei partiti” con il doppio obiettivo di strappare margini di flessibilità a Bruxelles e non innervosire gli investitori sui mercati internazionali.
Sul versante opposto si colloca invece la scuola dello scostamento a tutti i costim aldeggiata da Matteo Salvini, con il leader leghista che, secondo la ricostruzione de La Stampa, spinge per forzare la mano e sostiene apertamente che di fronte ai paletti della Commissione UE “bisogna fregarsene e andare rapidamente a uno scostamento di bilancio in barba alle regole europee”.
IL PROBLEMA È QUANTO COSTA IL SOGNO
Le richieste sul tavolo non sono poche: la Lega spinge su pensioni, investimenti e infrastrutture; Forza Italia insiste sul fisco; il governo ha già indicato interventi sull’energia e può contare sugli strumenti di flessibilità europea per alcuni capitoli specifici. Il vero braccio di ferro della manovra non sarà soltanto quanto spendere, ma dove trovare i soldi per farlo. E dopo il 3,1% certificato dall’Istat, la domanda diventa inevitabile: quante delle promesse finite nel “libro dei sogni” riusciranno davvero a superare il passaggio dalla propaganda dei desideri alla contabilità del Tesoro?
Qui torna utile la formula di Sorgi: il “libro dei sogni” può restare aperto, ma i cordoni della borsa si stanno già stringendo.

