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caro benzina

Perché il tetto al prezzo dei carburanti di Eni e Ip non piace a benzinai e distributori indipendenti

Gestori e pompe bianche in rivolta contro il tetto ai prezzi dei carburanti introdotto da Eni ed Ip perché danneggerebbe la concorrenza. È l’accusa mossa da Figisc, Assopetroli e dagli operatori della rete, che chiedono l’intervento dell’Antitrust

Secondo il presidente di Figisc (Federazione Italiana Gestori Impianti Stradali Carburanti) Bruno Bearzi un gestore normalmente opera con un margine di circa 3,5–4 centesimi/litro, mentre il differenziale creato dal price cap Eni arriva a circa 16–20 centesimi/litro sul valore delle scorte. Questo perché i grandi gruppi hanno più leve per assorbire una compressione del margine, mentre gli operatori più piccoli devono necessariamente acquistare il prodotto a un determinato costo.

Di conseguenza, un gestore indipendente che compra il prodotto per rivenderlo non dispone dello stesso spazio economico di una società verticalmente integrata come Eni. Una problematica che riguarderebbe il 50% della rete, secondo Bearzi, composta da operatori che acquistano carburante da rivendere in convenzione e che quindi non possono replicare facilmente quel livello di prezzo. Figisc accusa i due gruppi di possibili svantaggio competitivo, dumping, concorrenza sleale e abuso di posizione dominante.

PRICE CAP ENI, CHI PAGA IL COSTO DELLE SCORTE?

Uno dei nodi centrali sul tavolo riguarda le scorte dei benzinai. Un gestore ha nei serbatoi carburante acquistato prima dell’annuncio del price cap. Se quel prodotto è stato acquistato a un prezzo più alto e viene venduto immediatamente al nuovo prezzo massimo, il gestore può subire una perdita sul valore della giacenza. Bearzi quantifica la riduzione del valore delle scorte dei gestori Eni nell’ordine di 16–20 centesimi/litro.

Eni ha previsto compensazioni di 1.500 euro per i gestori di impianti Eni di proprietà della società ma gestiti da terzi, come rimborso per lo smaltimento delle giacenze. Invece, per gli impianti convenzionati non di proprietà Eni, il rimborso della differenza tra il prezzo contrattuale di acquisto e quello che avrebbero praticato senza il price cap. La domanda è: i 1.500 euro saranno sufficienti a coprire la perdita media sulle scorte? Eni sostiene di aver calcolato la cifra sulla base delle giacenze normalmente presenti sulla propria rete. I gestori contestano invece l’adeguatezza della compensazione. Ip merita invece un discorso a parte. Infatti, Socar ha annunciato che il limite sarà introdotto progressivamente sulla rete IP e che il prezzo verrà determinato tenendo conto della sostenibilità della filiera. Inoltre, ha indicato la possibilità di estendere il meccanismo anche ai partner, ai retisti, alla rete a marchio Esso, ad altri operatori riforniti da IP. Tuttavia, bisogna attendere il prezzo massimo effettivamente applicato prima di poterne quantificare l’impatto.

CARBURANTI, IL RISCHIO È LA CORSA ALLE POMPE ENI

Figisc segnala anche il rischio di concentrazione della domanda. Infatti, secondo l’associazione, se Eni vende sensibilmente a un prezzo inferiore rispetto agli altri operatori, gli automobilisti possono spostare rapidamente i propri rifornimenti verso Eni/Enilive. Figisc sostiene che questo potrebbe produrre un aumento dei volumi sulle stazioni Eni; code; maggiore velocità di esaurimento delle scorte; necessità di rifornimenti più frequenti e distributori temporaneamente senza prodotto.

Eni stessa riconosce il problema della domanda, tanto che ha specificato che il price cap è legato anche all’andamento degli approvvigionamenti e che la durata iniziale è di 30 giorni, eventualmente prorogabile in funzione del mercato e delle forniture. In altre parole, l’approvvigionamento è una delle variabili che Eni considera nel decidere se mantenere la misura.

ASSOPETROLI CHIEDE DI ESTENDERE IL PRICE CAP

L’associazione che rappresenta le imprese della distribuzione e dell’extrarete ha applaudito al price cap, ma ha chiesto anche di estendere la misura per evitare che diventi distorsiva del mercato. Infatti, secondo l’associazione, anche ipotizzando che gli operatori indipendenti azzerino il proprio margine, non riuscirebbero comunque necessariamente a raggiungere i prezzi praticabili da Eni.

PERCHÉ L’EXTRARETE RESTA FUORI DAL TETTO AI PREZZI

Una delle lacune principali del tetto ai prezzi dei carburanti deciso da Eni, secondo Assopetroli, riguarda l’esclusione dell’extrarete, il mercato all’ingrosso da cui si riforniscono pompe bianche, agricoltura, pesca e autotrasporto. Un’assenza che fa sì che l’autotrasportare che acquista gasolio nel mercato extrarete potrebbe non poter godere del prezzo calmierato, al contrario dell’automobilistica che fa rifornimento a un distributore Eni. In altre parole, il price cap Eni non risolve automaticamente il problema del costo del gasolio per l’autotrasporto, perché il canale di approvvigionamento può essere diverso dalla rete retail.

“Chiediamo al Governo di aprire immediatamente un confronto con l’intera filiera distributiva per individuare insieme le soluzioni necessarie affinché le misure contro il caro carburanti siano generalizzate, realmente efficaci e non discriminatorie”, ha sottolineato il presidente Andrea Rossetti.

DALLE PROTESTE ALL’ANTITRUST: DOVE PUÒ PORTARE LO SCONTRO

Accuse che, ad oggi, restano ipotetiche, poiché l’AGCM non ha ancora accertato alcuna posizione dominante da parte di Eni e Ip in relazione al price cap. Tuttavia, Bearzi ha annunciato che Figisc intende confrontarsi con Faib e Fegica per arrivare a una posizione comune e valutare anche eventuali iniziative davanti all’Antitrust.

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