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Legge elettorale, oggi il voto segreto: cosa succede dopo

La maggioranza arriva al voto finale con tre fiduce incassate, ma con la paura che nel segreto dell’urna riemerga il partito dei malpancisti. E se la legge passa, la partita non sarà affatto chiusa: ricorsi, Consulta e tempi tecnici possono portare il calendario fino a febbraio, lasciando aperta la finestra per un voto in primavera

Oggi la Camera vota a scrutinio segreto il testo definitivo della nuova legge elettorale. Il governo ha blindato il percorso con tre voti di fiducia e ieri ha incassato anche il via libera all’articolo 8.

Sulla carta, dovrebbe essere il momento della conta finale e poco altro, ma il precedente di luglio non aiuta. Allora l’emendamento sulle preferenze fu bocciato per un solo voto, 188 a 187, e da quel momento la caccia ai franchi tiratori è diventata una delle attività collaterali più praticate nei corridoi del centrodestra. Oggi la posta è molto più alta: non un emendamento, ma l’intera legge elettorale.

MANTOVANO, I DEPUTATI E LA FOTOGRAFIA DELLA PAURA

La maggioranza può contare i presenti, convocare i deputati, verificare gli assenti e perfino tenere sotto osservazione gli umori dei gruppi. Quello che non può fare è guardare dentro la scheda. Ed è proprio questo che rende nervosa una coalizione nella quale il voto anticipato divide ormai più della legge elettorale stessa.

Il sospetto si concentra soprattutto su Lega e Forza Italia, perché sono i due partiti che avrebbero meno da guadagnare da un ritorno rapido alle urne. Secondo i calcoli che circolano in Fratelli d’Italia, per far saltare il provvedimento servirebbe un numero consistente di defezioni, eventualmente accompagnate da qualche voto dell’opposizione. Non basta il solito deputato che si è perso nel corridoio: basterebbe un piccolo problema politico, purchè ben organizzato.

E poi c’è il precedente delle donne del centrodestra. A luglio un fronte trasversale di deputate aveva contribuito alla bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, mostrando che sulle regole elettorali possono saltare le consuete appartenenze di partito. Nessuno sostiene che la storia debba ripetersi oggi; sarebbe sufficiente che la possibilità continui a essere presa sul serio per spiegare perché il voto segreto faccia così paura.

Il clima, del resto, è quello di una maggioranza che ha iniziato a sospettare persino dei propri sospetti. Tra i parlamentari circola la battuta «Mantovano ci controlla tutti», riferita alla rete di attenzione che si è stretta intorno ai possibili traditori. È una frase che vale più di molte dichiarazioni ufficiali, perché racconta una maggioranza talmente concentrata sulla possibilità che qualcuno la tradisca da aver trasformato la fedeltà dei propri deputati in un dossier politico.

SE PASSA, PERÒ, COMINCIA IL VERO PROBLEMA

Il paradosso è che, per Giorgia Meloni, anche una vittoria netta oggi non chiuderebbe affatto la questione. Anzi, forse ne aprirebbe un’altra: la legge, una volta approvata, deve essere promulgata dal Presidente della Repubblica, pubblicata in Gazzetta Ufficiale ed entrare in vigore. La Costituzione prevede un mese per la promulgazione e, salvo termini diversi, quindici giorni tra pubblicazione ed entrata in vigore. A questo si aggiunge il lavoro tecnico sui collegi: il governo avrebbe 90 giorni per adottare i decreti legislativi necessari alla loro ridisegnazione: non sono dettaglii da addetti ai lavori, è il calendario dentro il quale si inserisce il resto.

Contro la nuova legge sono già in preparazione ricorsi in una trentina di tribunali civili. I promotori contestano diversi aspetti della riforma, dalle preferenze alle firme per la presentazione delle liste, fino all’equilibrio di genere. L’obiettivo è ottenere dai giudici una rimessione delle questioni alla Corte costituzionale.

FEBBRAIO, UN NUOVO INIZIO?

Secondo la ricostruzione del percorso tecnico, i ricorsi potrebbero essere depositati appena la legge sarà entrata in vigore. Tra udienze nei tribunali, eventuali ordinanze di rimessione e tempi della Corte costituzionale, la prima finestra utile per una pronuncia della Consulta viene indicata già a febbraio 2027. Il percorso richiede almeno tre mesi e mezzo.

Questo non significa che i ricorsi blocchino automaticamente la legge o impediscano di votare, significa però che il centrodestra potrebbe trovarsi davanti a un bivio molto più preciso di quello che oggi racconta: da una parte, aspettare la pronuncia della Consulta e arrivare eventualmente alla primavera con il nuovo sistema elettorale già passato attraverso il vaglio della Corte e dall’altra, lasciare scorrere la legislatura fino all’autunno e affrontare nel frattempo un altro anno di governo, un’altra legge di Bilancio e un altro giro di tensioni nella maggioranza.

MELONI GUARDA ALLA PRIMAVERA, GLI ALLEATI ALL’AUTUNNO

A questo punto, l’ipotesi di elezioni in primavera non è più soltanto una suggestione. Lucio Malan ha evocato il voto a maggio insieme alle amministrative, mentre Lega e Forza Italia hanno frenato. La Lega vuole prima chiudere la partita dell’Autonomia; Forza Italia preferisce arrivare alla scadenza naturale della legislatura.I motivi di ognuno sono comprensibili.Per Matteo Salvini, andare al voto presto significa arrivarci con l’Autonomia ancora da chiudere e con una partita interna al partito che non è esattamente risolta. Per Antonio Tajani, significa mettere alla prova Forza Italia prima che abbia avuto il tempo di riorganizzarsi. Per Meloni, invece, il problema è opposto: aspettare fino all’autunno 2027 significa attraversare altri mesi di rapporti di forza e un autunno a discutere di conti pubblici, che potrebbero non esserle favorevoli.

OGGI SI CONTANO I FRANCHI TIRATORI. DOMANI I MESI

La questione domani, ad urne chiuse, non sarà chi ha votato sì o no, ma quanto rapidamente la nuova legge riuscirà a diventare davvero utilizzabile: collegi, decreti, contenzioso e macchina elettorale avranno tutti bisogno del loro tempo. Il calendario, salvo incidenti, porta così dall’approvazione di oggi all’entrata in vigore tra ottobre e novembre, ai ricorsi nei mesi successivi e a una possibile pronuncia della Consulta a febbraio. Dopo, se il Quirinale e la politica decidessero di accorciare la legislatura, la primavera sarebbe già lì.

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