Dallo scontro con il Dipartimento di Stato alle incursioni nella politica italiana, l’uscita di scena dell’inviato per le partnership globali Paolo Zampolli mette in luce i limiti di una diplomazia costruita sulle relazioni personali.
Non è bastata a Paolo Zampolli l’amicizia con Donald Trump: è stato lo stesso presidente a revocare all’italoamericano l’incarico di inviato speciale per le partnership globali. A far traboccare il vaso le recenti tensioni con il Dipartimento di stato e un duro confronto via mail con il vicesegretario Christopher Landau. Fino a dove poteva spingersi un emissario vicino al presidente, ma privo dell’autorità necessaria per intervenire autonomamente su dossier di politica estera?
LO SCONTRO CON LANDAU E LA REVOCA DELL’INCARICO
A svelare il retroscena sulla rimozione di Zampolli è Politico, che ha pubblicato i dettagli di uno scambio di mail tra Zampolli e Landau. Le comunicazioni documentano un conflitto protratto per mesi sulla catena di comando e sui limiti dell’incarico affidato all’imprenditore italoamericano.
Il 14 novembre Landau aveva intimato a Zampolli di interrompere ogni attività non direttamente collegata alla diplomazia culturale. Il messaggio, inviato anche ad altri funzionari, non lasciava molto spazio alle interpretazioni: l’inviato avrebbe dovuto attenersi al proprio mandato, senza intervenire su altre questioni. Zampolli ha contestato questa impostazione, sostenendo di rispondere direttamente a Donald Trump e affermando che soltanto il presidente potesse revocargli l’incarico. Detto fatto, nella giornata di ieri la revoca è arrivata dopo la pubblicazione delle ricostruzioni giornalistiche sul conflitto tra i due. Zampolli ha dichiarato di non essere rimasto sorpreso dalla decisione e ha ringraziato il presidente statunitense per l’opportunità ricevuta.
Special Envoys appointments are for one year. President Trump extended it for more than six months.
Years ago, he told me I was too good for modeling and brought me into real estate.
Now he told me: “Why do you want to work in government when you can close all these deals?”
The President is always right.
Serving him and the United States has been the greatest honor of my life. I am deeply grateful to President Trump, Secretary Rubio and the entire team.
Now it is time for the next chapter – back to business, building relationships and closing deals.
President Trump changed my life once. He just did it again. @POTUS @SecRubio
— Paolo Zampolli (@AMBZAMPOLLI) October 15, 2026
CHI È PAOLO ZAMPOLLI
Imprenditore 56enne italo-americano di origini milanesi, Paolo Zampolli è amico di Donald Trump da circa trent’anni. Trasferitosi a New York negli anni Ottanta, ha costruito il proprio impero tra moda, settore immobiliare e relazioni internazionali. Le sue origini imprenditoriali risalgono alla Harbert, attività di famiglia legata alla distribuzione di giocattoli. Arrivato negli Stati Uniti, ha progressivamente spostato i propri interessi verso la moda. Nel 1994 si è avvicinato al settore organizzando il concorso Look of the Year a Ibiza e negli anni Novanta ha fondato la ID Model Management, agenzia che lo ha introdotto nei circuiti internazionali.
Il suo nome è stato soprattutto legato a Melania Trump, che avrebbe presentato a Donald alla fine degli anni Novanta. E proprio il rapporto col presidente statunitense è diventato nel tempo uno degli elementi chiave del suo percorso professionale. Zampolli ha successivamente operato nel settore immobiliare, allacciandosi alla Trump Organization e frequentando gli ambienti vicini a The Donald. È inoltre legato alla società Paramount Group, attiva nel settore immobiliare che ha utilizzato modelle come agenti per la promozione degli immobili. Uomo indubbiamente carismatico, Zampolli non è un negoziatore tradizionale ma – come lo definisce Il Corriere – un facilitatore; qualcuno che si colloca a metà tra chi decide e chi vuole arrivare a chi decide.
IL PRANZO CON CONTE E IL DOPPIO GIOCO DELLE RELAZIONI
Sono tanti i casi per cui Paolo Zampolli è finito al centro delle cronache. Dalle ombre sul caso Epstein e la conseguente inchiesta di Report, alle accuse dell’ex moglie Amanda Ungaro, fino all’ardita proposta di ripescare l’Italia ai Mondiali 2026 a spese dell’Iran. Ma il caso più clamoroso, almeno per quanto riguarda la politica nostrana, sono i vari abbocchi con Conte, definito da lui stesso “un amico personale”, che hanno rinfocolato l’antica convinzione di un presunto canale diretto tra il presidente USA e il suo “Giuseppi”. Vicinanza che il leader pentastellato s’è sempre guardato bene dallo smentire, specie dopo gli attacchi seguiti all’incontro a pranzo tra i due e le indiscrezioni su un possibile accordo di compravendita del Grand Hotel Plaza di Roma.
La lettura maliziosa, però, è inevitabile: mentre Zampolli sosteneva di non occuparsi di politica, il suo accesso diretto a Trump poteva trasformare un pranzo tra conoscenti in un’occasione di visibilità per entrambi. Conte, viceversa, poteva mostrare di avere un canale con l’ambiente presidenziale americano e accedere a un canale preferenziale di dialogo. Ora che Zampolli non è più inviato speciale della Casa Bianca, la domanda però sorge spontanea: Giuseppe Conte ha perso il suo facilitatore per arrivare a chi decide?

