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Perché Giorgia Meloni non vuole firmare il decreto su rimborsi e aumenti ai magistrati

La premier frena sul decreto. Pesano i costi e le ragioni politiche, ma l’Associazione nazionale magistrati è pronta a fare ricorso.

Giorgia Meloni ha dichiarato che non firmerà il Dpcm che sbloccherebbe gli aumenti di stipendio e gli arretrati spettanti ai magistrati dopo le sentenze del Consiglio di Stato. La spesa si attesta intorno al miliardo di euro, ma il governo ne contesta le tempistiche e la priorità di affrontare una spesa di queste dimensioni, a seguito delle già note difficoltà nel recuperare risorse necessarie per sostenere gli autotrasportatori, le famiglie e le imprese.

A causa di errori di calcolo dell’Istat per i trienni 2018-2020 e 2021-2023, i magistrati hanno però diritto ai rimborsi e agli aumenti di stipendio che gli varrebbero quasi 100mila euro lordi a testa. “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso”, tuonano dall’Anm.

QUANTO DEVE LO STATO AI MAGISTRATI

Tra arretrati e adeguamenti retributivi, la cifra calcolata in questi giorni è di circa 970 milioni di euro. Il contenzioso nasce dal metodo utilizzato per calcolare gli aumenti degli stipendi delle toghe, che vengono aggiornati ogni tre anni. Come ha riferito Il Sole 24 Ore, alle toghe spetterebbero circa 970 milioni, che si traducono in costi lordi a carico dello Stato per oltre 70mila euro a testa come arretrati una tantum e circa 20mila euro l’anno di retribuzione. Le cifre più robuste saranno indirizzate ai 10.638 magistrati che erano già in servizio nel 2018. Anche l’Associazione Magistrati della Corte dei conti è intervenuta, sottolineando che “gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori a quelli circolati, frutto di una ricostruzione basata su stime non note e in assenza di parametri certi”.

IL MURO DI PALAZZO CHIGI

La motivazione addotta dal governo è di natura economica. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si apprende su Domani, ha dichiarato che non firmerà, motivando così la sua scelta: “se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia. Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”.

Dietro il no di Palazzo Chigi c’è anche una questione politica. La premier non vuole firmare il decreto, dicendosi disposta a incontrare i rappresentanti della magistratura, e tale rifiuto arriva anche in seguito a una fase di forte tensione tra governo e toghe, segnata dallo scontro sulla riforma della giustizia e dal confronto sulla separazione delle carriere. La scelta di non firmare può anche essere letta, quindi, come un modo per evitare che l’esecutivo si assuma politicamente la responsabilità di sbloccare una spesa molto elevata a favore di una categoria con cui il governo è da tempo in conflitto. Il nodo, però, resta giuridico prima ancora che politico: le somme che lo Stato deve ai magistrati derivano da pronunce della giustizia amministrativa e non da un aumento discrezionale concesso dal governo.

LA REPLICA DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI

A tal proposito, dura è stata la replica dell’Anm, che tramite l’intervento del vice segretario Stefano Celli, ha fatto sapere che è il governo a decidere, ma se ci saranno margini l’associazione magistrati farà ricorso: “utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso”, si legge sempre sul quotidiano diretto da Emiliano Fittipaldi.

QUANDO AUMENTA LO STIPENDIO DEI MAGISTRATI

Legalmente, i magistrati non sono considerati allo stesso modo dei dipendenti pubblici, il cui stipendio è deciso tramite contrattazione collettiva. Gli stipendi dei magistrati sono fissati per legge e ogni tre anni vanno aggiornati. L’aumento si basa sull’aumento medio che i dipendenti pubblici hanno ricevuto nel triennio interessato. Ogni tre anni il governo vara un Dpcm con cui alza la paga dei magistrati. Ad effettuare il calcolo che stabilisce l’aumento è l’Istat, che dal 2018 ha effettuato dei calcoli sbagliati, scatenando ricorsi. Il 9 luglio 2025 davanti al Consiglio di Stato tali calcoli sono stati dichiarati sbagliati con due sentenze gemelle.

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