Le vetrine infrante: una riflessione sui giovani che hanno infranto le vetrine di Milano, tra rabbia e desiderio di essere visti
Una vetrina infranta non è ancora una rivolta contro il mondo che vi si riflette. Può essere il tentativo di entrarvi, per impadronirsi, con la forza, delle promesse che espone. Le immagini dei disordini milanesi del 17 e 18 ottobre propongono diverse considerazioni.
La presenza di minorenni tra i fermati non spiega le violenze, ma impone di chiedersi come si arrivi così presto a parteciparvi e quale rapporto si abbia con la società. Sarebbe sbagliato leggere nei saccheggi il ritratto di una generazione. Ma ridurli a un problema di ordine pubblico risolvibile con l’identificazione e l’eventuale punizione dei responsabili lascerebbe intatta la domanda sulle condizioni che li rendono possibili. Accertare i reati e comprenderne il contesto sono compiti distinti ma entrambi necessari.
COSA RACCONTANO I SACCHEGGI SUL CONSUMISMO E SUL DESIDERIO DI POSSESSO
Che cosa si contesta infrangendo una vetrina per prendere la merce esposta? Il bersaglio è evidente. Il significato politico, molto meno. Un negozio devastato non dimostra una ribellione al capitalismo; un paio di scarpe sottratte non racconta tutto di chi le porta via. Le intenzioni restano spesso sconosciute.
È possibile violare le regole dell’ordine sociale continuando a desiderarne i simboli, riconoscendo le gerarchie di prestigio dalle quali ci si sente esclusi. Qui sta il paradosso. La trasgressione può così confermare ciò che sembra combattere. Se un oggetto viene sottratto per il prestigio che conferisce, quel prestigio resta intatto. Cambia il modo di procurarselo, non il significato attribuito al possesso. Non ogni furto si spiega così. Esistono l’opportunismo e la convenienza immediata. Le merci sottratte, intanto, conservano il loro potere.
MARCHI, SOCIAL E CONFRONTO SOCIALE
Un marchio può promettere considerazione, accesso a un ambiente percepito come distante. La pubblicità coltiva questa aspettativa. I social la moltiplicano mescolandola alle fotografie degli amici e alle vite esibite dalle celebrità.
Il confronto quotidiano rende più visibile la distanza tra ciò che si desidera e ciò che si può ottenere. Quando il possesso misura il valore personale, non poter acquistare può essere vissuto come una sconfitta.
COSA LEGA I DISORDINI DI MILANO ALLE PROTESTE IN FRANCIA
Il confronto con la Francia richiede cautela. La mobilitazione del 17 ottobre ha raccolto rivendicazioni sul carovita e sulle condizioni dell’istruzione, coinvolgendo studenti e sindacati. A Parigi e in altre città, come a Milano si sono verificati scontri e saccheggi.
Ma la vicinanza delle rivendicazioni non autorizza a identificare le manifestazioni con chi ha devastato i negozi, né a leggere ogni episodio di violenza come espressione di un movimento comune. Nella folla convivono persone con scopi diversi. C’è chi porta una protesta, chi cerca appartenenza, chi approfitta del disordine. La somiglianza delle immagini può favorire l’imitazione. Una scena diventa riconoscibile, un gesto ripetibile, prima che se ne comprendano le ragioni.
Il gruppo può attenuare la percezione delle conseguenze. Un gesto viene imitato e poi superato dal successivo. Non è una spiegazione universale, ma aiuta a capire come la violenza possa diffondersi senza un progetto politico condiviso o senza una regia che governi ogni comportamento.
LA RICERCA DELLA VISIBILITÀ
A questa dinamica il cellulare aggiunge un pubblico. La strada si svuota, il video resta. Chi ha partecipato può rivedersi, essere riconosciuto, ricevere approvazione. La visibilità può diventare una ricompensa e incoraggiare altri a imitare il gesto.
Non ogni saccheggio è pensato per essere filmato. Ma occorre chiedersi quanto pesi la prospettiva di essere visti nella decisione di agire. E occorre esaminare come le piattaforme selezionano e premiano i contenuti. La parola “algoritmo”, da sola, non spiega nulla, servono verifiche sui meccanismi di diffusione, non generiche invocazioni alla chiusura.
CHI PAGA IL PREZZO DEI DISORDINI
Per la democrazia conta anche riconoscimento fuori dal consumo e dalla visibilità. Il malessere non diventa una domanda politica soltanto perché esplode. Servono interlocutori e occasioni nelle quali una richiesta possa essere discussa e trovare risposta.
Occorre anche ricordare chi paga il prezzo immediato: lavoratori, commercianti, abitanti. La loro vulnerabilità non conta meno di quella dei ragazzi coinvolti. La risposta pubblica deve tenere insieme queste esigenze. Proteggere chi subisce violenza e accertare le responsabilità serve anche a tutelare il diritto di manifestare, che la confusione tra dissenso e disordini finisce per indebolire.
Alle istituzioni spetta anche un lavoro meno spettacolare: affrontare le difficoltà che emergono nella scuola e offrire ai giovani occasioni di partecipazione. Servono luoghi di incontro accessibili nei quartieri, e interlocutori riconoscibili, capaci di rispondere motivatamente a una proposta, anche quando la respingono. Chiedere fiducia senza consentire alcuna esperienza della sua utilità significa consumarla.
PERCHÉ ESSERE VISTI NON SIGNIFICA ESSERE ASCOLTATI
Non basta invitare i giovani a desiderare meno mentre si continua a misurare il valore delle persone attraverso il successo esibito. Bisogna rendere credibile la possibilità di contare anche senza possedere, di incidere senza conquistare un pubblico.
La distanza fra essere visti ed essere ascoltati riguarda la qualità della vita democratica. Se per un ragazzo rompere una vetrina appare più efficace che prendere la parola, la responsabilità del gesto resta sua. Ma la domanda su come si sia arrivati fin lì riguarda tutti.

