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Giuseppe Conte Reddito 2.0

Come funziona il nuovo Reddito di cittadinanza 2.0 e quanto costa

Conte rilancia la versione 2.0 del Reddito di Cittadinanza. Favorevole il Pd, Italia Viva apre alla proposta. Ecco di cosa si tratta e quanto costerà.

Il Reddito di Cittadinanza torna al centro del progetto politico del Movimento 5 Stelle e si prepara a diventare uno dei temi del programma del campo largo. Il Reddito 2.0, già inserito nel programma pentastellato, ha incassato un primo via libera del Partito democratico e un’apertura prudente da Italia Viva. Le forze progressiste dovranno però trovare un’intesa definitiva su risorse, platea dei beneficiari e modalità di accesso alla misura (e anche sul nome da dare alla nuova proposta).

Giuseppe Conte ha annunciato l’intenzione di riproporre la misura alla coalizione, e intanto il centrosinistra prova a definire una strategia comune in vista delle prossime politiche. La road map del campo largo prevede la definizione del programma entro la fine di novembre, una manifestazione nazionale entro Natale e le primarie per la scelta del candidato premier entro febbraio.

IN COSA CONSISTE IL NUOVO REDDITO DI CITTADINANZA

Il Reddito 2.0 (questo il nome della proposta del M5S) è stato elaborato nell’ambito del programma politico presentato a NOVA. A lavorarci è Mario Turco, professore di economia aziendale, con l’obiettivo di recuperare la funzione originaria del Reddito di Cittadinanza, correggendone però le criticità emerse durante la prima versione.

Il punto di partenza è l’ampliamento della platea delle persone tutelate. Secondo le stime richiamate da Giuseppe Conte, in Italia ci sono circa 13 milioni di cittadini che vivono in condizioni di povertà assoluta o relativa. Il nuovo strumento, quindi, dovrebbe tornare a garantire un sostegno economico anche a una parte di quelle persone che oggi rimangono escluse dall’Assegno di Inclusione.

Il Reddito 2.0, però, non si limiterebbe alla semplice erogazione di un contributo economico. Una parte centrale riguarda la revisione delle politiche attive del lavoro, con particolare attenzione alla formazione professionale e ai percorsi di reinserimento dei beneficiari considerati occupabili. Il M5S punta a intervenire sul funzionamento dei centri e delle agenzie per il lavoro, vero punto debole del Reddito di Cittadinanza, rafforzando il collegamento tra formazione e reali esigenze del mercato. In questo percorso dovrebbero essere coinvolti anche imprese e Comuni, chiamati a collaborare nell’individuazione delle opportunità lavorative.

RISORSE, QUANTO SERVE PER FINANZIARLO

Il nodo economico è uno dei principali aspetti della proposta. Le prime stime del Movimento 5 Stelle indicano un fabbisogno complessivo compreso tra i 9 e i 10 miliardi di euro annui. Una cifra che dovrà essere letta considerando le risorse già destinate alle attuali misure di contrasto alla povertà. L’attuale Assegno di Inclusione, infatti, ha destinate somme per circa 6 miliardi di euro annui. Perciò, per dirlo come il Fatto Quotidiano, per la nuova misura servirebbero circa 3-4 miliardi in più rispetto alla spesa già sostenuta dallo Stato.

La differenza rispetto all’attuale sistema dipende soprattutto dall’allargamento della platea dei beneficiari. L’ADI (Assegno di Inclusione) è rivolto a nuclei familiari che presentano specifiche condizioni, come la presenza di minorenni, persone con disabilità, componenti con almeno 60 anni o soggetti in condizioni di svantaggio. Il progetto pentastellato, invece, punta a recuperare una copertura più ampia, includendo anche persone in difficoltà economica che non rientrano in queste categorie.

Resta da capire come reperire le risorse aggiuntive e quale sarà il peso effettivo della misura sui conti pubblici. Il confronto dovrà necessariamente passare dal tavolo del campo largo, dove il tema delle coperture si intreccerà con le altre priorità economiche e sociali della coalizione.

COSA CAMBIA RISPETTO AL VECCHIO RDC

Il Reddito 2.0 non nasce come una semplice riproposizione della misura introdotta dal Conte I nel 2019. L’intenzione del M5S è recuperare l’impianto originario, intervenendo sui limiti che avevano caratterizzato il vecchio strumento di sostegno alla povertà e le sue criticità.

La prima differenza riguarda la platea dei beneficiari. Il RdC era destinato ai nuclei familiari in possesso di determinati requisiti economici, patrimoniali e di residenza. Prevedeva inoltre un limite massimo di 18 mensilità di erogazione, con la possibilità di un rinnovo dopo un mese di sospensione. L’ADI ha ristretto il perimetro, concentrando il sostegno sulle famiglie con minori, disabili, anziani o persone in condizioni di svantaggio. Il nuovo progetto punta invece a recuperare una platea più ampia, ma senza limitare l’accesso alle famiglie considerate fragili secondo gli attuali criteri.

La seconda novità riguarda il rapporto tra assistenza e lavoro. Uno dei punti più contestati del vecchio RdC era stato il funzionamento dei meccanismi di inserimento occupazionale. I centri per l’impiego non funzionavano e l’offerta di lavoro era carente. Il nuovo strumento proposto intende intervenire proprio su questo fronte, rafforzando le politiche attive e rendendo più efficaci i percorsi destinati ai beneficiari occupabili.

Restano ancora da definire due aspetti fondamentali: quali saranno gli obblighi per i beneficiari occupabili e quali conseguenze ci saranno in caso di rifiuto di un’offerta lavorativa? E quali criteri verranno adottati per determinare importi e durata del contributo? Su questi punti, al momento, non esiste ancora un quadro normativo dettagliato.

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