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Liberaldemocratici Marattin Marcucci

Perché Marattin spacca i Liberaldemocratici

Marattin strizza l’occhio al centrodestra, ma Marcucci non ne vuole sapere. Il partito, che nei sondaggi galleggia tra l’1 e l’1,5%, rischia di dividersi prima ancora di trovare una collocazione elettorale.

Luigi Marattin vuole portare i Liberaldemocratici a destra. Andrea Marcucci, invece, non ha alcuna intenzione di spostarsi dal centro e di consegnare il partito a Giorgia Meloni. I Liberaldemocratici, che ambivano a costruire un polo autonomo, ora rischiano di consumare la propria autonomia in un conflitto interno. La Direzione nazionale del 3 novembre ha dato ragione al segretario, ma con una maggioranza ridicola: 26 voti favorevoli e 21 contrari. Traduzione: il via libera all’apertura al centrodestra arriva con una minoranza interna tutt’altro che trascurabile. E il grande paradosso è proprio che il Pld potrebbe scindersi prima ancora di capire con chi presentarsi alle elezioni.

PERCHÉ MARATTIN NON VUOLE ASPETTARE CALENDA

Lo sguardo a destra non è arrivato all’improvviso. Già il 15 ottobre, intervistato dal Foglio, Marattin aveva ipotizzato un accordo con il centrodestra: «se son rose fioriranno», aveva detto, aggiungendo la non trascurabile condizione politica di non ritrovarsi con Vannacci. Il segretario ha inoltre spiegato che le proposte del Pld, dal taglio delle imposte alla promozione della concorrenza, sarebbero difficilmente compatibili con l’attuale centrosinistra. E che il dialogo con Carlo Calenda e Pina Picierno non avrebbe prodotto le condizioni necessarie per costruire un progetto comune.

La conclusione, quindi, è piuttosto esplicita: se il centro liberale non riesce a costruirsi da solo, tanto vale guardare altrove. E quello sguardo, per Marattin, volge verso Giorgia Meloni. L’apertura di Marattin arriva in una fase in cui il centrodestra cerca di allargare il proprio perimetro. Il dialogo con i liberali può rappresentare un’opportunità per entrambe le parti: da un lato Marattin avrebbe la possibilità di dare una collocazione elettorale al Pld, dall’altro la coalizione di governo potrebbe provare a rafforzare la propria componente liberale.

MARCUCCI, L’EX RENZIANO CHE NON VUOLE MOLLARE IL CENTRO

Il presidente del Pld Andrea Marcucci però non ci sta e si oppone alla linea del segretario. Non è una questione di semplice antipatia politica: Marcucci rivendica il mandato fondativo del partito, quello di costruire un polo liberaldemocratico autonomo dai due schieramenti. La sua alternativa rimane un’intesa con Calenda e Picierno, con l’obiettivo di riunire le diverse anime liberali ed europeiste.

Un progetto che Marattin ormai considera poco praticabile, ma che per Marcucci resta l’unica strada percorribile. Il presidente ha contestato la possibilità di cambiare collocazione senza una discussione politica adeguata, e il suo avvertimento è stato netto: «È inaccettabile consegnare il partito a Meloni».

I NUMERI DELLA (POSSIBILE) SCISSIONE

La Direzione nazionale ha approvato la relazione di Marattin con 26 voti favorevoli e 21 contrari. Un risultato che sì consente al segretario di avviare interlocuzioni con tutte le forze politiche, non soltanto quelle centriste, ma che non può essere scambiato per una piena investitura. La Direzione è composta da 150 persone e il voto ha restituito una fotografia tutt’altro che rassicurante: quasi metà dei presenti ha contestato la linea della segreteria. Marattin potrà comunque contare su una rete territoriale che rivendica come elemento di forza. Secondo i numeri da lui citati, la sua posizione è sostenuta da 14 segretari regionali su 18 e da 48 segretari provinciali su 75. Una maggioranza organizzativa che non si è tradotta in un consenso altrettanto netto nella Direzione nazionale. Qui il fronte contrario di Marcucci ha dimostrato di avere ancora un peso specifico rilevante.

Il quadro è ancora più complicato se si guarda ai consensi elettorali: il Pld oscilla tra l’1% e l’1,5%. Numeri bislacchi che rendono difficile immaginare una scissione senza conseguenze e che trasformano questa disputa sulle alleanze in una questione di sopravvivenza politica.

DECISIVA LA PROSSIMA ASSEMBLEA?

Il confronto tra i due resta aperto e la frattura potrebbe arrivare già nella prossima all’assemblea di partito, dove la minoranza vicina a Marcucci potrebbe tentare di ribadire la linea originaria. Sullo sfondo c’è anche l’appuntamento di Bologna di domenica 7 novembre, dove Marcucci ritroverà Calenda e Picierno per discutere del progetto liberaldemocratico. Marattin, dal suo canto, può comunque rivendicare di aver vinto la votazione, a discapito del presidente che può comunque arroccarsi sul dato che quasi metà della Direzione non è disposta a seguire il segretario. Il rischio reale, al netto di tutto, è che i Liberaldemocratici nel tentativo di trovare una casa nel centrodestra finiscano per demolire quella che avevano appena costruito.

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