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Fine vita, a chi piace la legge approvata dal Veneto (e a chi no)

Una Regione governata dalla Lega approva una legge sul fine vita. Il Governo, nel quale siede lo stesso partito, la impugna. Ma dentro il Carroccio c’è chi la difende, chi si oppone al ricorso e chi sceglie di non partecipare al voto. Il cortocircuito politico è servito

Il Governo Meloni impugna la legge sul fine vita del Veneto, ma la decisione apre una crepa proprio nella maggioranza che sostiene l’esecutivo. Il provvedimento era stato approvato da una Regione guidata dalla Lega; ora, davanti alla Corte costituzionale, finisce per iniziativa del Consiglio dei ministri. E nella stessa Lega le posizioni sono tutt’altro che compatte: Matteo Salvini non prende parte alla discussione né al voto, Roberto Calderoli si dichiara contrario all’impugnazione, mentre Luca Zaia rivendica la scelta compiuta in Consiglio regionale.

CHI HA VOTATO LA LEGGE SUL FINE VITA DEL VENETO

Mercoledì 2 settembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, la legge di iniziativa popolare sulle procedure di assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito. I sì sono arrivati da una maggioranza trasversale: Lega, lista Stefani e un consigliere di Forza Italia, insieme a esponenti delle opposizioni, tra cui Pd e Alleanza Verdi e Sinistra. Compatto il no di Fratelli d’Italia, con nove voti contrari, affiancati da due consiglieri di Resistere Veneto, due leghisti e Stefano Valdegamberi. Le astensioni sono arrivate da Forza Italia, Udc, Lega e lista Stefani.

Il dato politico è rilevante: il Veneto è la prima Regione amministrata dal centrodestra ad aver approvato una norma di questo tipo. E la spaccatura attraversa proprio la coalizione che governa la Regione: Fratelli d’Italia vota contro, mentre Lega e Forza Italia si dividono, lasciando spazio alla libertà di coscienza.

SALVINI SI SFILA, CALDEROLI SI OPPONE

Passano tre giorni dall’approvazione. Ieri il Consiglio dei ministri decide di impugnare la legge davanti alla Corte costituzionale, mettendo in evidenza le divergenze interne alla Lega: il vicepremier e segretario Matteo Salvini non ha partecipato né alla discussione né alla votazione; il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, invece, si è espresso contro il ricorso, puntualizzando che considera il provvedimento una legge di carattere organizzativo, che definisce linee guida nel quadro delle norme già esistenti. Zaia, dal canto suo, non arretra e rivendica il voto espresso in Regione: «Personalmente rivendico con convinzione la scelta compiuta dal Consiglio regionale del Veneto, che ho personalmente sostenuto e votato».

TAJANI CHIEDE UNA LEGGE NAZIONALE

La frattura non riguarda soltanto il Carroccio. Durante il Consiglio dei ministri Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha fatto mettere a verbale, a nome della delegazione di Forza Italia, la necessità di un intervento del Parlamento. La posizione degli azzurri è che una materia così delicata debba essere regolata da una legge nazionale, evitando che le Regioni procedano con norme differenti e potenzialmente in contrasto tra loro.

Zaia ha richiamato invece il vuoto legislativo nazionale, che da anni lascia alle Regioni il compito di confrontarsi con una materia sulla quale il Parlamento non è riuscito a intervenire. Anche Alberto Stefani difende il testo veneto e sostiene che la sua formulazione, diversa da quelle approvate altrove e modificata con emendamenti, possa superare il vaglio della Consulta.

LA PARTITA SI SPOSTA ALLA CONSULTA

L’impugnazione apre ora un contenzioso davanti alla Corte costituzionale. Il nodo sarà stabilire se e in quale misura la Regione sia rimasta nell’ambito delle proprie competenze, oppure abbia invaso prerogative riservate allo Stato. Non è un passaggio inedito: il Governo aveva già impugnato leggi regionali sul fine vita approvate in Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna.

Il ricorso non cancella automaticamente la legge veneta: sarà la Consulta a pronunciarsi sulla sua legittimità. Ma, prima ancora della decisione dei giudici, il caso ha già prodotto un risultato politico: una norma approvata da una Regione leghista viene contestata dal Governo di cui la Lega fa parte. E il partito, sul fine vita, si ritrova diviso tra chi rivendica l’autonomia della scelta regionale, chi contesta l’impugnazione e chi preferisce non esserci al momento del voto.

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