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Delfin, domani al voto il piano da 10 miliardi di Leonardo Maria Del Vecchio

Leonardo Maria Del Vecchio punta a rilevare il 25% dei fratelli uscenti, Luca e Paola, per salire al 37,5% di Delfin, la holding creata dal padre. Un’operazione da circa 10 miliardi sostenuta dalle banche, che domani si giocherà nel voto degli otto soci. Se l’intesa non dovesse arrivare, l’ultima parola passerà al tribunale lussemburghese 

Dopo la proroga del tribunale, i soci — in larga parte eredi di Del Vecchio — hanno tempo fino ad agosto per trovare un accordo sulle quote di Delfin. Lunedì è atteso il voto, ma lo statuto della holding e le posizioni note dei soci rendono difficile pensare ad un via libera immediato. Il tentativo di Leonardo Maria di salire nella holding di famiglia attraverso un’operazione a debito porta con sé il rischio che il costo ricada su Delfin… È anche per questo che la famiglia frena?

DELFIN, LUNEDÌ SI DECIDE SUL 25% DI LUCA E PAOLA DEL VECCHIO

Lunedì 27 aprile, presso la Delfin, la holding lussenburghese che custodisce tra le altre circa il 32% di EssilorLuxottica, si riuniranno nuovamente i soci — a quasi 4 anni dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio — per decidere le sorti della “cassaforte” di famiglia. Vi prenderanno parte: Claudio Del Vecchio, Marisa Del Vecchio, Luca Del Vecchio, Paola Del Vecchio, Leonardo Maria Del Vecchio, Clemente Del Vecchio, Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico. Al centro, la vendita delle quote di Paola e Luca, pari al 12,5 % ciascuno, per un totale del 25%. 

Come scrive Giovanni Pons su Repubblica, “ottenere il via libera dagli otto soci, come previsto dallo statuto, sarà quasi impossibile”, visto che alcuni sarebbero contrari — Rocco Basilico e, molto probabilmente, Claudio — mentre altri restano incerti, da Clemente a Marisa fino a Nicoletta Zampillo. Secondo il Corriere della Sera, invece, una prima intesa tra Leonardo Maria e i fratelli venditori sarebbe già stata raggiunta, spostando il nodo della trattativa soprattutto sui soci che restano. 

Il primo alt verrebbe, poi, dallo statuto stesso di Delfin che, costruito per evitare concentrazioni di potere, per questo tipo di operazioni richiede un consenso molto ampio tra i soci. E il diritto di prelazione esercitato da Leonardo Maria Del Vecchio non basta a chiudere la partita, perché anche il trasferimento delle quote deve essere approvato dall’assemblea. Insomma, uno stallo alla messicana che lunedì potrebbe sbrogliarsi o rimanere invariato, lasciando poi al giudice del Lussemburgo l’ultima parola sul prezzo delle quote.

IL PIANO DI LEONARDO MARIA DEL VECCHIO 

Leonardo Maria Del Vecchio, che dallo scorso inverno punta ad acquistare le quote dei fratelli, utilizzerebbe per l’operazione la sua holding personale, Lmdv Capital. Secondo quanto riportato da Repubblica, il piano è stato costruito con il supporto di banche internazionali, tra cui BNP Paribas e Crédit Agricole, pronte a finanziare l’acquisto con un prestito di circa 10 miliardi di euro che, a un tasso stimato intorno al 4%, comporterebbe oneri finanziari per circa 400 milioni l’anno. Per sostenere questo debito, il piano prevederebbe una distribuzione molto elevata degli utili di Delfin: fino al 100% del payout, cioè la totalità degli utili distribuita ai soci. Un salto enorme rispetto all’assetto attuale che, secondo Il Corriere della Sera, prevede la distribuzione dei dividendi al 10% degli utili.

I RISCHI DELL’OPERAZIONE

L’operazione, nelle intenzioni, mira a rafforzare il controllo di Leonardo Maria nella holding e rendere piu’ compatto un azionariato oggi frammentato tra gli eredi. Il rischio principale, però, riguarda la struttura finanziaria del piano. L’acquisto, infatti, verrebbe effettuato tramite Lmdv Capital che, dopo l’operazione, si ritroverebbe con un debito enorme. Il timore è quindi che Delfin finisca, nei fatti, per diventare la principale fonte di rimborso del debito, ovvero che la società più ricca e patrimonialmente solida venga usata — attraverso dividendi, garanzie o vendite di asset — per sostenere l’impegno finanziario contratto a monte. 

Il precedente che viene in mente è quello di Porsche-Volkswagen. Anche lì una holding familiare, Porsche SE, arrivò a detenere una quota molto elevata di Volkswagen, finanziata però con un indebitamento superiore ai 10 miliardi di euro. Con la crisi finanziaria del 2008, non riuscì più a sostenere il debito e fu costretta a negoziare un’inversione dell’operazione che portò, alla fine, all’integrazione delle attività operative di Porsche nel gruppo Volkswagen. Il paragone non è perfetto — contesti industriali e assetti societari sono diversi — ma il punto di contatto è nella logica finanziaria: usare il debito per rafforzare il controllo può funzionare finché il vento soffia a favore, ma espone a un rischio altissimo se le condizioni di mercato o gli equilibri tra i soci cambiano.

IL PESO DELLA QUOTA MPS DI DELFIN 

Dentro questa operazione, il tema bancario entra da più porte. Se la prima e’ quella del finanziamento al piano di Leonardo Maria, la seconda è Mps. Delfin possiede il 17,5% della banca senese e, se il piano di Leonardo Maria dovesse richiedere liquidità, quella partecipazione potrebbe diventare uno degli asset sul tavolo. La quota e’ abbastanza grande da cambiare gli equilibri della banca e, anche per questo, molti hanno indicato UniCredit come possibile interessata. Secondo Reuters, UniCredit ha avuto colloqui con Delfin in gennaio su un eventuale acquisizione della quota in Mps; la banca ha poi definito quelle indiscrezioni “speculative” e non indicative di un’operazione imminente. Dunque il tema esiste, ma non è un accordo chiuso.

C’è poi il ruolo dello Stato. Mps è stata salvata nel 2017 con l’intervento pubblico, quando il Tesoro arrivò a detenere il 68% del capitale, poi ridotto sotto il 5%. Anche con una quota ormai residuale, il governo continua ad avere un interesse su Mps, sia sul prezzo di eventuali dismissioni sia su chi possa diventare un azionista rilevante della banca. Quindi se quella quota si muove, non si muoverà da sola. Può anzi riaprire la partita in Mps e ridefinire gli equilibri tra le principali banche italiane.

IL GIUDICE COME ULTIMO ARBITRO

La partita, però, non si gioca neppure solo dentro l’assemblea. C’è un fronte giudiziario aperto in Lussemburgo, dove ha sede Delfin. Secondo quanto ricostruito da Repubblica, il giudice lussemburghese è stato chiamato in causa dopo l’assemblea Delfin del novembre 2025, quando il trasferimento delle quote di Luca e Paola non aveva ottenuto il via libera necessario. A rivolgersi al tribunale sarebbero stati gli stessi Luca, Paola e Rocco Basilico, con l’obiettivo di sbloccare la situazione rimasta incagliata nello statuto e arrivare ad una definizione del prezzo delle quote. Sempre secondo Repubblica, il tribunale ha accolto una richiesta di proroga presentata da Marisa Del Vecchio, concedendo tempo fino a metà agosto. Se la famiglia non riuscirà a decidere da sola, sarà quindi il tribunale lussemburghese a mettere un prezzo alla via d’uscita di Luca e Paola.

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