Dal mondo

L’Australia tra Covid e ripresa economica

Australia

Melbourne intravede la fine del lockdown, ma l’Australia si scopre divisa. Le ricadute economiche – per quanto pesanti – potrebbero essere più contenute del previsto. L’approfondimento di Dario Privitera per il Caffè geopolitico

Come in un noto romanzo di Steinbeck, Melbourne vive ormai da mesi un lungo e ovattato inverno di isolamento. La città contende a Buenos Aires  il poco invidiabile record mondiale di durata del lockdown, un primato di cui i suoi cinque milioni di abitanti – incluso lo scrivente – avrebbero fatto volentieri a meno.

Una prima chiusura era stata decisa tra fine marzo e metà maggio e – a fronte di numeri tutto sommato trascurabili – aveva riguardato tutta l’Australia, con Sydney principale epicentro del contagio. Quando il peggio sembrava superato e cominciava a farsi spazio un certo ottimismo, anche sui tempi di ripresa dell’economia, ai primi di luglio Melbourne ha registrato una nuova e improvvisa impennata di contagi di proporzioni ben più serie, probabilmente causata da mancati controlli su viaggiatori internazionali di rientro in Australia. La questione è attualmente oggetto di una commissione di inchiesta, e potrebbe aver segnato indelebilmente la carriera politica del premier laburista del Victoria, Daniel Andrew.

La città ha inizialmente tentato di trovare un compromesso tra esigenze produttive e sanitarie, ma il picco di 720 casi dello scorso 30 luglio ha indotto il Governo locale a decretare un inasprimento delle misure già in vigore, dichiarando un coprifuoco tra le 8 di sera e le 5 di mattina e l’assoluto divieto di spostamenti oltre i 5 chilometri dall’indirizzo di residenza. Il trend è finalmente in calo, con meno di 150 nuovi casi al giorno, e le rigide misure attualmente in vigore dovrebbero essere gradualmente allentate a partire da metà settembre. Non solo a Melbourne, ma in tutto il Paese, si è ormai pronti psicologicamente ad accettare la nuova normalità per i mesi a venire, fatta di distanziamento sociale e limitazioni negli spostamenti.

In totale i casi di Covid-19 registrati in Australia dall’inizio della pandemia sono stati circa  25.500, con meno di 600 decessi (2,2%), la gran parte dei quali riconducibili a residenze per la terza età, secondo un triste e ricorrente cliché. Chiaramente si tratta di un dato decisamente migliore rispetto a quanto registrato nella stragrande maggioranza degli altri Paesi, ma gli effetti economici si preannunciano ugualmente pesanti.

DIVISIONI INTERNE TRA STATI

Non è soltanto Melbourne a pagare un prezzo alto: l’intero Stato del Victoria è isolato dal resto del Paese. Il Queensland, l’Australia Occidentale, l’Australia del Sud e la Tasmania hanno infatti vietato i viaggi interstatali, ma le misure stanno riguardando in modo arbitrario anche zone del tutto prive di contagi. Un quadro di confusione e di tensioni crescenti – anche tra i vari Governi statali – che sta causando enormi difficoltà alla circolazione tra i confini interi anche delle merci, e che ha indotto il Governo federale a intervenire per tentare di riportare ordine nella questione. La scorsa settimana il Primo Ministro Scott Morrison ha chiesto a tutti i leader degli Stati federali di soppesare maggiormente i divieti, basandoli su una più stringente definizione di “hotspot” (focolai), stilata sulla base di criteri scientifici. Le decisioni in materia rimango comunque in capo ai singoli Governi statali, ma è sempre più acceso il dibattito sull’esatta interpretazione del principio di interesse nazionale previsto dalla Costituzione australiana. Il Governo federale aveva interpellato l’Alta Corte, contestando i divieti di ingresso imposti dal Queensland e dall’Australia Occidentale, ma aveva in seguito deciso di soprassedere, anche alla luce del forte appoggio popolare che le misure hanno riscosso nei rispettivi Stati.

Parlando delle prospettive di evoluzione della crisi, il Primo Ministro ha confermato che l’Australia proseguirà nella sua strategia di “soppressione” del contagio, perseguendo al temo stesso l’obiettivo di minimizzare il più possibile il disagio economico. Facile a dirsi, meno ad attuarsi. Scott Morrison ha indicato il Nuovo Galles del Sud come un valido esempio di come un’attività di contenimento ben organizzata – test rigorosi e tracciamento dei contagi – possa consentire alla vita economica e sociale di riprendere, seppure con varie restrizioni. Ricordiamo che tale Stato ormai da quasi due mesi oscilla tra i 10 e i 20 contagi giornalieri.

Sul fronte dei confini esterni rimangono ancora in vigore a tempo indefinito le attuali restrizioni, sia in ingresso che in uscita. Sarebbero 18.800 gli australiani ancora all’estero, in attesa di rientrare in patria. A questi si aggiungono i detentori di permanent residency, l’unica categoria di visti ai quali è attualmente consentito rientrare in Australia. La procedura in vigore prevede un periodo di quarantena obbligatoria in hotel per chi arriva dall’estero, con spese di vitto e alloggio (tra i 2mila ed i 3mila dollari) a carico del viaggiatore. Per gestire al meglio gli arrivi è stato inoltre stabilito un limite di 4.000 ingressi a settimana, che sta comportando inevitabili rallentamenti. Melbourne ha temporaneamente sospeso del tutto gli arrivi dall’estero, per dedicare ogni risorsa alla gestione della crisi sanitaria interna.

L’ECONOMIA

Al termine dell’ultima riunione di gabinetto, il segretario del Tesoro, Steven Kennedy, e il ministro delle Finanze, Mattias Corman, hanno formalmente richiesto agli Stati e ai Territori, che complessivamente hanno già erogato $48 miliardi di dollari di aiuti e incentivi, di stanziare ulteriori $40 miliardi per tamponare le ricadute della crisi, a cominciare dalla crescita del tasso di disoccupazione prevista nei prossimi mesi. Il Governo federale, del resto, si è già impegnato a spendere oltre 150 miliardi di dollari per combattere la recessione. L’ultima misura approvata in ordine di tempo è il Job Trainer, un pacchetto di sussidi per tirocini e di investimenti in corsi di formazione.

A fine luglio il Governo aveva annunciato l’estensione del JobKeeper, il programma di sussidio salariale da 750 dollari a settimana, e del JobSeeker, con l’indennità di disoccupazione aumentata a 550 dollari a settimana. Entrambe le misure sono state prorogate di 6 mesi, ma vedranno l’importo delle prestazioni abbassarsi progressivamente in due fasi, a partire da settembre e dal primo gennaio.

Il Governatore della Reserve Bank (RBA), Phil Lowe Lowe, ha ribadito che l’attuale livello di debito potrà essere comodamente assorbito in futuro. Le stime della RBA prevedono che l’economia scenderà ancora del 6% nel corso della prima metà dell’anno finanziario (1° luglio-31 dicembre), per poi rimbalzare del 4% nel semestre successivo. Un andamento analogo è previsto per il tasso di disoccupazione, che secondo le ultime stime dovrebbe toccare il massimo del 10% a fine anno, per poi avviarsi su una lenta traiettoria discendente. Gli analisti ritengono comunque improbabile che possa arrivare sotto la scoglia del 7% prima del 2022. Il precedente – da più parti citato – è quello della ultima recessione del 1991, che richiese quasi un decennio di crescita ininterrotta per riportare il tasso di disoccupazione dal 10% al 5%.

LE PREVISIONI DI RIPRESA

Guardando al 2021, non mancano le voci di chi ritiene l’Australia proiettata verso una stabile ripresa. È della scorsa settimana un rapporto pubblicato dal Lowy Institute volto a dimostrare come – rispetto a molte altre economie sviluppate – la pandemia in Australia si risolverà con meno danni economici del previsto. Lo studio è stato curato dal dottor John Edwards, ex membro del CdA della Reserve Bank of Australia. L’analisi si focalizza sul monte totale di ore lavorate nell’economia. Stando allo studio, quella che nei mesi scorsi è stata descritta come una cessazione di ogni attività economica, ha visto in realtà un’ampissima percentuale della popolazione australiana pienamente attiva, seppure in remoto, per un totale di ore lavorate superiore al 90% rispetto ai livelli dello scorso anno. Il vero crollo di produzione si è concentrato nei settori della ristorazione e alberghiero, in viaggi e turismo, eventi sportivi, intrattenimento e arte, vendita al dettaglio, università e formazione.

A suffragare l’analisi ci sarebbero i dati relativi all’adesione al programma JobKeeper, ideato per aiutare le aziende a trattenere i dipendenti a rischio di licenziamento, che è stata inferiore rispetto alle attese. La recessione economica ha assunto la forma insolita di un’improvvisa cessazione dei consumi, con un enorme incremento dei risparmi e delle disponibilità liquide delle famiglie, che presumibilmente saranno alla base di una forte ripresa dei consumi  non appena la situazione lo consentirà.
Stando alle previsioni del Fondo Monetario Internazionale la contrazione economica negli Stati Uniti, in tutta l’area dell’euro, in Gran Bretagna e Canada sarà il doppio di quella prevista in Australia.

L’impatto per l’Australia di una minore domanda e produzione globale sarà mitigato anche da fattori geografici e politici, considerato che ben tre quarti delle esportazioni di beni sono verso l’Asia orientale (Cina, Giappone, Paesi ASEAN), una regione che sta crescendo più velocemente dell’Europa e degli Stati Uniti e che, nella maggior parte dei casi, ha gestito bene la pandemia. Mentre il PIL mondiale si contrarrà di quasi il 5% nel 2020, secondo le previsioni del FMI i Paesi asiatici in via di sviluppo subiranno un calo inferiore al 2%.

 

Articolo pubblicato dal caffegeopolitico.net

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