Dal mondo

Brexit, da oggi va costruito un nuovo rapporto con l’Ue

Brexit

L’analisi di Umberto Vattani per Affarinternazionali sul premier Boris Johnson alla prova Brexit

Le celebrazioni per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non sono il “fantastic moment” richiamato da Boris Johnson. Quello inizia dopo, nel momento in cui il premier britannico, messa al bando la parola Brexit, volta decisamente pagina e affronta di petto le questioni aperte. La priorità, per lui, non è più quella di vedere l’Ue come un’antagonista, ma di costruire un nuovo rapporto.

È realista: ha davanti a sé un Paese disunito in quattro nazioni e fortemente squilibrato per il marcato divario fra regioni ricche e regioni meno sviluppate. Sa che sarà impossibile affrontare queste situazioni senza l’Europa. Basti pensare ai nodi dell’Irlanda del Nord e della Scozia.

Nel giorno X, il 31 gennaio 2020, Johnson si reca nelle regioni del nord, dove i voti laburisti in libera uscita gli hanno assicurato la vittoria. Li considera “in prestito” e intende tangibilmente mantenere le promesse elettorali. Proprio lì, nelle aree più deboli del Paese, ha simbolicamente convocato un Consiglio dei ministri straordinario, senza preventivamente rivelare la sede.

Sono quelli i territori più a rischio, perché l’export del loro tessuto industriale – fatto di aziende meccaniche, dell’agroindustria e della grande distribuzione organizzata – è proiettato più verso l’Europa che su Londra. Per di più la capitale sottrae a queste aree professionalità e manodopera qualificata. Di qui l’importanza di concludere l’accordo di libero scambio con l’Ue entro l’anno, per evitare l’introduzione di nuovi dazi e la conseguente recessione.

LA NECESSITÀ DI UN ACCORDO CON L’UE E GLI USA

Per stipularlo, BoJo dovrà convincere i 27 Paesi dell’Ue che il Regno Unito, anche se non si allineerà automaticamente alla regolamentazione europea, ne condividerà gli obiettivi in tema di diritti sociali, sicurezza alimentare, ambiente e aiuti di Stato, per rispettare il principio di equa concorrenza. Farà poi valere il contributo che la Gran Bretagna può apportare all’Ue in termini di sicurezza e difesa, specie alla luce delle crisi in atto (IranLibiaSiria). David Frost, con uno staff di 40 esperti, condurrà il negoziato – prima sull’accordo di libero scambio e poi sulle intese settoriali (pesca, trasporti, energia, scambio dati) – e riferirà direttamente al premier.

Da conservatore, Johnson dovrebbe, come Margaret Thatcher, aborrire gli aiuti statali alle imprese; ma dai suoi primi atti, come il salvataggio della compagnia aerea Flybe, che assicura i collegamenti tra città periferiche del centro e del nord dell’isola, dimostra una sensibilità sociale sconosciuta alla Lady di Ferro. L’importante per lui è mantenere unito il Paese. Una volontà che rivelò già da sindaco di Londra quando dichiarò: “Sia chiaro che essere nazione vuol dire governare l’intero Paese, ricchi e poveri, giovani e vecchi, neri e bianchi, nord e sud in una maniera che unisca e non divida.” In questa direzione va il suo impegno, oggi, a investire per rafforzare il sistema sanitario nazionale, tema molto caro agli inglesi.

A parte l’Ue, sul tavolo c’è poi l’accordo con gli Stati Uniti, fortemente auspicato dal presidente Donald Trump, in bilico per gli inglesi fra grandi opportunità e insidiosi ostacoli. L’opposizione Usa all’adozione in Europa della rete 5G dei cinesi di Huawei è uno dei più spinosi. Una soluzione che si sta vagliando potrebbe consistere in una scissione tra i componenti tecnologici. La sua abilità a trattare con Donald Trump Johnson l’ha già dimostrata in occasione della crisi iraniana: ha appoggiato il presidente Usa, senza, però, allontanarsi dalle posizioni di Francia e Germania.

Le trattative gli riusciranno facilitate da un ampliamento dell’orizzonte negoziale, introducendo ulteriori accordi bilaterali con Paesi del Commonwealth, come l’Australia. Ciò completerà il quadro dei 20 accordi di continuità già sottoscritti e riferiti a 50 Paesi.

LA TRASFORMAZIONE DI BOJO

A giudicare dai comportamenti più recenti, il Johnson del secondo governo, quello post-elettorale, rivela una compostezza e un’attenzione ai problemi del Paese non riscontrabili nel suo esordio a Downing Street. Si trattava, allora, di vincere “fast and furious” le elezioni.

Conseguito l’obiettivo, il primo ministro di Sua Maestà appare assorbito da un piano articolato e ambizioso che rivela concentrazione e leadership. Ricorre ad argomentazioni trascinanti, fatte apposta per risvegliare quella parte del Paese che teme le prospettive negative dell’uscita dall’Ue, amplificate dai fautori del ‘Remain’. A costoro vuole trasmettere entusiasmo e fiducia nel futuro. Le parole d’ordine “ripresa della sovranità e dell’identità”; la visione di una Global Britain, quasi un’eco della magia dell’ “America First”, insieme all’offerta di un “fast track” per gli scienziati e all’incentivazione di un baby boom sono punti focali di questo piano di rilancio della Gran Bretagna nel mondo.

Non sorprenda che sia stato ricordato, di fronte a questa sua mutazione, l’Enrico IV di Shakespeare e le parole che pronuncia il re, nel ripudiare il suo compagno di bagordi Falstaff (traduzione di Mario Praz): “Non presumere che io sia quello che ero, perché sa Iddio e se ne accorgerà il mondo, che mi sono tolto di dosso quello che ero prima.”

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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