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Budget, Green deal e Difesa. Novità e tensioni nei palazzi europei

commissione

Che cosa si discute e si agita tra Commissione di Bruxelles e Parlamento Ue nel Taccuino europeo di Andrea Mainardi

BUDGET UE 2021-27 TAGLI A COESIONE, SICUREZZA E FRONTIERE

PROPOSTA DI HELSINKI (MA È SOLAMENTE UNA BOZZA)

La Finlandia – presidente di turno dell’Unione – ha proposto tagli più profondi alle spese di coesione dell’Ue per cercare di rompere la situazione di stallo sui piani del prossimo bilancio pluriennale 2021-27 del blocco. Meno denari anche per difesa e frontiere. La proposta di negoziato prevede l’1,07% del reddito nazionale lordo dell’Ue a 27, pari a 1.087 miliardi di euro per sette anni. Previsione inferiore alla cifra proposta dalla Commissione europea, che aveva richiesto l’1,11% del reddito nazionale lordo (Rnl), e a quella del Parlamento europeo, che aveva ipotizzato l’1,3%.

Tuttavia la bozza finlandese supera i livelli del 1% del Rnl che la Germania e altri contribuenti hanno dichiarato di essere disposti a sostenere.

Nel dettaglio, Helsinki suggerisce una riduzione del 12% nella politica di coesione rispetto al quadro finanziario attuale che durerà fino alla fine del 2020 – una riduzione più marcata rispetto al 10% precedentemente proposto dalla Commissione. I finanziamenti per l’agricoltura diminuirebbero del 13% – meno del 15% suggerito dalla Commissione. Tuttavia, la quota del 30,7 per cento è ancora significativamente inferiore alla fetta del 35,4 che la Pac ha assunto nel periodo 2014-2020. Il nuovo Fondo europeo per la difesa è stato proposto per una dimensione di 11,5 miliardi di euro, ma in base alla proposta finlandese sarebbe quasi dimezzato a 6 miliardi. Il Fondo sicurezza interna verrebbe tagliato di oltre 500 milioni rispetto al piano della Commissione, mentre la dotazione del Fondo per la gestione integrata delle frontiere – inizialmente prevista per 8,2 miliardi – scenderebbe a 5,5 miliardi.

La partita è tutta aperta. Le capitali europee più che scettiche sono certe che il Quadro pluriennale 2021-27 non sarà risolto durante la presidenza finlandese in scadenza a fine anno. Ci si aspetta che i negoziati proseguiranno fino al 2020. Dopo il primo semestre croato, toccherà alla Germania. E le carte cambieranno sensibilmente.

QUATTRO PRESIDENTI INSIEME

La presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen e il presidente del Consiglio, Charles Michel hanno celebrato domenica l’inizio dei loro mandati. Con loro i capi del Parlamento europeo e della Banca centrale europea, David Sassoli e Christine Lagarde, per una celebrazione del decimo anniversario del Trattato di Lisbona.

 

STARSBURGO HA DATO I VOTI

Si diceva della Commissione. Vediamo come è andata. Dopo un mese di ritardo dovuto agli stop a tre candidati – quelli di Ungheria, Romania e Francia – e il conseguente necessario nuovo casting, la Commissione guidata da von der Leyen è passata al vaglio del Parlamento il 27 novembre con 461 sì, 157 contrari e 89 astenuti. Jean-Claude Juncker cinque anni fa di voti ne aveva ottenuti un poco di meno: 423. Lega e Fratelli d’Italia hanno votato no alla fiducia. Forza Italia e Pd, a favore.

A differenza della compattezza mostrata il 16 luglio scorso per l’elezione della presidente – compattezza determinante per l’elezione dell’ex ministro tedesco, passata con soli nove voti di scarto – la fiducia novembrina ai commissari ha diviso i Cinquestelle. Dei 14 eurodeputati, dieci hanno detto sì, due no e due si sono astenuti.

Debito d’ossigeno sui cambiamenti climatici
Non fa tempo a battere record sul predecessore Junker, che Ursula già perde voti. L’assise, in plenaria a Strasburgo per le risoluzioni da portare alla Conferenza sull’ambiente – attualmente in corso a Madrid –, ha arricciato più di un naso. Von der Leyen ha incassato 429 voti a favore, ma 225 contrari e 19 astensioni sull’emergenza climatica. Ppe-Socialisti-Liberali non si sono presentati uniti a questa prima prova: i Popolari si spaccano, quasi la metà del gruppo vota no con Lega e sovranisti. Tra i contrari, anche la Cdu tedesca. Utili i sì di Socialisti&Democratici, di un centinaio di Popolari, dei Liberali, dei Verdi, della sinistra Gue, di tutti gli eurodeputati M5s.

GREEN DEAL, PRIMO IMPEGNO PER LA COMMISSIONE

Defezioni a parte, tra dieci giorni la Commissione europea presenterà il suo Green Deal. Lo ha annunciato la presidente von der Leyen alla Cop 25 dell’Onu a Madrid: “Il nostro obiettivo è diventare il primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050”. L’aveva promesso. Von der Leyen è intenzionata a far partire il Green New Deal europeo nei suoi primi 100 giorni a Berlaymont. Tradotto: carbon tax in arrivo, con imposte su emissioni e carburanti. Ma con dolcezza. Il piano prevede di cominciare dagli incentivi al mercato energetico green e all’uso dei mezzi pubblici.

Mille miliardi in dieci anni
L’ambizione von der Leyen si dettaglia in un piano investimenti verdi da mille miliardi di euro in dieci anni. Il Green Deal Ue sarà presentato all’Europarlamento mercoledì 11 dicembre. Poi vertice Ue a Bruxelles per il 12 e 13.

“No allo scorporo degli investimenti verdi dal deficit”
I ministri delle Finanze stanno discutendo nell’ambito del Patto di stabilità se scomputare dal calcolo del deficit gli investimenti verdi. Per von der Leyen è no secco. Lo ha chiarito venerdì scorso in un’intervista al Sole 24 Ore e ad altri quotidiani europei: “Temo che vi sarebbero troppe tentazioni per fare del green washing”, un ambientalismo di facciata. E aggiunge: “Dobbiamo essere molto coerenti nel mettere a punto concretamente misure e tecnologie di riduzione della Co2, ma credo che sia un obiettivo raggiungibile all’interno del Patto di Stabilità e di Crescita. Vi è una interdipendenza tra finanze pubbliche in ordine e sufficiente margine di manovra nel Patto a favore degli investimenti”.

A proposito di cambiamenti climatici
Due takeway da Christine Lagarde

La presidente della Bce Lagarde in audizione all’Europarlamento insiste per una politica espansiva. Si domanda se il target sull’inflazione, attualmente fissato a un livello vicino ma inferiore al 2% stabilito parecchi anni fa, sia ancora valido; e sul climate change risponde ricordando che il mandato della Banca centrale si concentra sulla stabilità dei prezzi. Ma – riassumiamo da un articolo del Sole 24 Ore – auspica un maggior margine di manovra sul contrasto al riscaldamento globale: “La lotta al cambiamento climatico è una priorità. Spero che possa diventare tra gli elementi fondanti della Bce, ad esempio usando anche il rischio di cambiamento climatico fra i suoi modelli”. Zampilla il dibattito, dato che i funzionari respingono la chiamata. (Bloomberg ne scrive qui).

GUERRA INTRA-NATO

Quello che si apre oggi, 3 dicembre, a Londra, è un summit per festeggiare il settantenne Trattato atlantico che si annuncia piuttosto elettrico. Tanti i dossier aperti per i leader dei 29 paesi Nato. Tra bisticci politici, nuove mire spaziali, conflitti terreni, Russia, Cina e il solito, dolente tasto dei big money. Tutta da decifrare come uscirà la Turchia dal vertice e dagli incontri bilaterali dopo la non poi così archiviata offensiva in Siria.

Disaccordi in vista
Si è scritto di summit. Ma occorre aggiornare. Ci ricorda il belga Le Soir: di vertice si poteva parlare la scorsa primavera; ora è stato ridotto a un incontro. E probabilmente qualcosa vuol dire. Oggi ricevimento a Buckingham Palace, poi cena al 10 di Downing Street. La discussione ufficiale è rimandata a domani, nei dintorni di Londra, in quel di Watford, al The Grove Hotel. Campo da golf incluso. Donald Trump apprezzerà.

“La sensazione generale è che la durata di questo incontro sia stata deliberatamente ridotta per cercare di limitare i disaccordi che hanno segnato i vertici precedenti”, riassume Amanda Sloat, ricercatrice presso il Brookings Institution.

Trump chiude il portafoglio
Stando alla Cnn, il contributo di Washington per l’Alleanza atlantica dovrebbe scendere dall’attuale 22% al 16%, attestandosi su livelli molto simili a quelli della Germania (14,8%). La differenza sarà interamente coperta tramite l’aumento delle spese degli altri paesi membri. Donald Trump ha più volte criticato gli alleati europei – in primis la Germania – che non hanno ancora raggiunto l’obiettivo fissato del 2% del Pil per la spesa in sicurezza europea e il finanziamento dell’Alleanza. Riporta Il Sole 24 Ore: l’Italia – sotto la media europea del 1,48% – investe l’1,15 percento del Pil. Significativi ritocchi in aumento per il nostro Paese sono previsti nel prossimo biennio.

La scelta di Trumpriferisce la stessa Cnn – parrebbe più che altro simbolica. Un funzionario della Difesa degli Stati Uniti ha dichiarato all’emittente statunitense che il denaro risparmiato contribuirà comunque a finanziare altri sforzi militari e di sicurezza Usa in Europa.

Ma la spesa per la sicurezza è in crescita
Alla vigilia del summit londinese, il segretario generale Nato, Jens Stoltenberg, ha riconosciuto che nel 2019 le spese per la difesa sostenute dai paesi europei e dal Canada sono aumentate in termini reali del 4,6%. Entro la fine del 2020 gli alleati avranno speso 130 miliardi di dollari in più rispetto al 2016. Sulla base delle ultime stime, l’aumento complessivo delle spese per la difesa raggiungerà quota 400 miliardi di dollari entro il 2024. Soddisfatto Trump. In un tweet, cinguettato dall’Air Force One in volo da Washington a Londra, ha accolto con favore l’aumento del budget per la difesa di molti paesi europei da quando – rivendica il presidente Usa – è salito al potere.

Guerre stellari
Preannunciata qualche tempo fa dal segretario generale della Nato, Stoltenberg, al summit di Londra i leader dei 29 discuteranno ufficialmente anche per riconoscere “lo spazio quale quinto campo operativo”, che si aggiunge a quelli terrestre, marittimo, aereo e cyber. Intanto la Nato ha firmato un contratto da 1 miliardo di dollari per aggiornare la flotta dei suoi 14 aerei Awacs. Prodotti dalla statunitense Boeing, gli Awacs (Airborne warning and control system) funzionano come radar e centri di comando volanti.

Proseguono galli e franchi subbugli Parigi-Berlino
E Bruxelles non sta a guardare
Il presidente francese Emmanuel Macron il 28 novembre ha ricevuto all’Eliseo il segretario generale della Nato Stoltenberg. Monsieur le président ha provato a smorzare i toni usati nell’intervista all’Economist di inizio novembre – quando aveva definito la Nato in morte cerebrale. Ma ha avanzato più di un interrogativo: “Il nostro nemico oggi è la Russia, come a volte sento? È la Cina? Io non ci credo. Il nostro nemico comune oggi è il terrorismo”. E ancora: “L’assenza di dialogo con la Russia non ha reso l’Europa sicura”. La diagnosi sulla Nato e l’apertura a Mosca ha fatto alzare più di un sopracciglio. La cancelliera tedesca Angela Merkel – che già aveva rimproverato apertamente Macron per i “commenti drastici” sull’Alleanza – ha rilanciato parecchio dubbiosa per l’appello a migliorare le relazioni con la Russia di Vladimir Putin. Ha insistito: la Nato rimane “una pietra miliare” della sicurezza europea; l’Alleanza “è un baluardo di libertà e pace”.

Stilettate tra partner
Macron ha spiegato ai giornalisti di avere notato “una disconnessione lampante e inaccettabile” negli ultimi due vertici Nato, dedicati solo a questioni finanziarie (stilettata a Washington?). Mentre – replica – non sono state date risposte alle domande strategiche sulla pace in Europa, i rapporti con la Russia, il tema della Turchia o su chi sia il nemico della Nato. Insomma: voleva suonare un campanello di allarme.

Stoltenberg ha sottilmente ma inequivocabilmente chiarito che ha un’analisi diversa: “La Nato è l’unica piattaforma in cui il Nord America e l’Europa possono affrontare insieme questioni strategiche come la lotta al terrorismo o come affrontare la sfida russa e l’ascesa della Cina”.

Punto e a capo.

Smanie francesi
Il fatto è che Macron è impaziente con la Merkel – non solo, ma anche – per le coltivate ambizioni nel rafforzare la capacità europea di fare di più per la propria difesa al di fuori dell’ombrello Nato. Berlino in realtà non si sottrae. Di un braccio Ue che collabori con l’Alleanza ha più volte detto. Visione condivisa dall’ex ministro della difesa tedesco Ursula von der Leyen. La neo presidente della Commissione europea però chiarisce: la Nato rimarrà responsabile della sicurezza europea. L’Ue non sarà mai un’alleanza militare. L’Unione è completamente diversa. Aggiungendo che i punti di forza del blocco risiedono nel commercio, nello sviluppo e nell’assistenza umanitaria. (Sul sogno di un esercito europeo coltivato da Macron, e relative gelate, da leggere Carlo Jean su Start Magazine. Di qualche mese fa. Attualissimo. Lo si trova qui).

Intanto a Macron va di traverso il Camembert
Previsti a Londra incontri bilaterali tra Trump e diversi leader europei. Macron compreso. E tanto per mettere ancora più pepe in un “summit non summit” già prevedibilmente litigioso, preparando la valigia per il Regno Unito, l’inquilino della Casa Bianca ha minacciato. I Paesi che metteranno la digital tax saranno colpiti da dazi fino al cento percento. Diversi i bersagli. Mirino principale la Francia che ha già una legge per far pagare le tasse ai giganti americani del web – da Google a Facebook passando per Apple e Amazon. Si tratterebbe di imporre tariffe per un valore fino a 2,4 miliardi di dollari sui beni francesi. Formaggi compresi. La minaccia riguarda anche altri Paesi europei, tra cui l’Italia. E a Londra Trump dovrebbe incontrare in un bilaterale anche il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

A PROPOSITO DI DIFESA, L’INTEGRAZIONE UE PARLA ITALIANO GRAZIE A OCEAN2020

La nuova difesa europea comunque c’è. E parla parecchio italiano. Grazie a Ocean2020, progetto di ricerca militare per la sicurezza nel Mediterraneo finanziato per oltre 35,48 milioni di euro dall’Ue e guidato da Leonardo. Ex Finmeccanica guida il team che vede la partecipazione di 15 Paesi europei con 42 partner compresi i Ministeri della Difesa di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo e Lituania e il supporto dei Ministeri della Difesa di Svezia, Francia, Regno Unito, Estonia e Olanda. Tra i partner industriali, tra gli altri Indra, Safran, Saab, MBDA, PGZ/CTM, Hensoldt, IntracomIDE, Fincantieri e QinetiQ. Tra i centri di ricerca, Fraunhofer, TNO, CMRE (NATO) e IAI.

Come si legge sul dorso economico del Corriere della Sera di lunedì scorso, tra il 20 e 21 novembre Ocean2020 ha mosso i suoi primi passi nelle acque del golfo di Taranto. Prima dimostrazione del progetto coordinato dalla Marina militare, con la simulazione di un’azione di interdizione e sminamento grazie alle tecnologie più avanzate. Gli asset coinvolti nella dimostrazione sono stati sei unità navali (di cui due fregate della Marina Militare italiana) e nove sistemi a pilotaggio remoto, cinque satelliti per l’invio di informazioni e immagini, due reti di comunicazione a terra, quattro centri nazionali di coordinamento (tra cui il Centro operativo della Marina presso Santa Rosa, vicino Roma) e un prototipo di centro di comando a Bruxelles presso l’Eda, l’Agenzia per la difesa europea. Una seconda prova generale è prevista nell’estate 2020 nel Mar Baltico.

“Ocean 2020 sta dimostrando che la ricerca e lo sviluppo congiunti in Europa funzionano”, sottolinea il vicedirettore generale della DG Grow della Commissione Ue, Pierre Delsaux. Per Leonardo “è stata l’occasione di mettere a frutto i nostri sistemi e dimostrare che la sorveglianza marittima può migliorare integrando piattaforme senza pilota con mezzi tradizionali”, evidenzia Giovanni Soccodato, chief strategic equity officer di Leonardo.

 

EUROPA SULLA LUNA, SOGNANDO MARTE

L’Agenzia spaziale europea ha ottenuto la sua più grande spinta finanziaria, con 22 Stati membri che hanno deciso di investire 14,4 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. La Germania contribuisce al 22,9% del bilancio, seguita dalla Francia con il 18,5% e dall’Italia con il 15,9%. Anche il Regno Unito ha aumentato il proprio contributo, toccando l’11,5% del bilancio.

Tra le implicazioni pratiche dell’investimento è che l’Esa potrà sviluppare una rete di satelliti in grado di tracciare le emissioni di biossido di carbonio in tutto il mondo. Inoltre svilupperà un sistema satellitare per supportare le reti 5G e inizierà a pianificare missioni sulla Luna e su Marte, in collaborazione con la Nasa. L’Esa finanzierà due unità di propulsione per le capsule dell’equipaggio di American Orion del valore di 2 miliardi di euro e procederà con Gateway, la prima stazione spaziale ad orbitare attorno alla Luna, permettendo alla fine agli astronauti europei di atterrarci. (Chiara Rossi per StartMagazine ha tutti i dettagli qui).

Tra spazio, difesa, ambiente e denari, ci si era quasi scordati della soundtrack della settimana. Ovvio, ma sempre gustoso, l’opening main theme di Star Wars. Poi A forma di fulmine di Vasco Brondi e Le Luci della centrale elettrica, dedicata al maghetto Harry Potter, alle superpotenze mondiali e agli scatenamenti a suon di bacchetta magica. Arrabbiati con quel cattivone di BoJo che a Brexit cotta e mangiata ci vuole tutti con passaporto in mano e visto elettronico per sbarcare a Londra anche solo per un fine settimana? Canticchiare sotto la doccia Schengen di Raphaël Haroche, ricordando che l’Uk non ha mai aderito a Schengen. E poi, diciamolo: non si può mica fare gli eurogreen pretendendo di pigliare un aereo come fosse un treno locale: partenza al mattino e ritorno la sera per un po’ di shopping a Regent Street. Boris non fa il cattivo. Tutela l’ambiente.  

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