Dal mondo

Cina, cosa c’è dietro le proteste di Hong Kong

Hong Kong

L’approfondimento di Stefano Latini per Affarinternazionali su il rapporto tra Repubblica popolare cinese e Hong Kong tra dipendenza e proteste

Un solo Paese, due sistemi. L’hub finanziario globale di Hong Kong, in perenne ascesa ed incastonato nel diritto classico anglosassone per il 90% della sua normativa – soprattutto sui diritti di proprietà e in materia di finanza – e la Repubblica popolare cinese, aperta al capitale ma a condizione che a fare da arbitro di parte resti il Partito comunista. Una politica complicata che, va ricordato, per decenni non ha mostrato segni di sbucciature vistose come accaduto invece di recente.

Gli attuali disordini politici a Hong Kong, provocati inizialmente dalla rabbia per un impopolare disegno di legge sull’estradizione ora dichiarato “morto” dal governo stesso, si sono evoluti in un movimento più ampio per difendere lo stato di diritto del territorio. Pechino osserva, senza infiammare la situazione, ma tenendo una posizione ferma. Una strategia sottile che in molti, in Occidente, non comprendono. Visto da Bruxelles o da Washington, il rapido sviluppo economico della Cina sembrerebbe aver ridotto nel tempo, quasi oscurandola, la rilevanza di Hong Kong per la terraferma, regalando così a Pechino un margine di manovra maggiore nel trattare l’ex colonia britannica anche con mano pesante. Questa visione, però, è sbagliata.

Sulla piazza finanziaria asiatica sono alloggiati centinaia di miliardi di capitali cash provenienti dalla terraferma, che ne fanno il vero moltiplicatore economico dei profitti delle grandi multinazionali di Stato cinesi. Ciò è reso possibile dallo stato di diritto e dal modello di libera-impresa di matrice anglosassone. Per questa ragione, obiettivo primario di Pechino sarà non abbattere ma sostenere e tutelare quello stesso insieme di norme che per fini politici, di gestione del potere e di convenienza, la Repubblica popolare ancora respinge sulla terraferma. Se Pechino soffocasse Hong Kong, infatti, toglierebbe ossigeno alla propria crescita globale come principale competitor degli Stati Uniti.

UN SOLO PAESE, DUE MOTORI DI CRESCITA E SVILUPPO

In effetti, sebbene l’economia di Hong Kong si sia ridotta rispetto a quella continentale, rimane però vitale per la Cina nel suo insieme. La centralità strategica di Hong Kong per l’economia cinese è sproporzionata rispetto alle sue dimensioni. La leadership di Pechino si rende conto che per motivi di prosperità, la Cina ha ancora bisogno di una Hong Kong capitalista, in senso anche estremo se necessario. Tuttavia, preservare l’esclusività economica di Hong Kong significa molto più che consentire la libera impresa. Implica, al contempo, un impegno forte per il suo stato di diritto, la chiave vera del successo economico di Hong Kong.

Negli ultimi quindici anni, gli investimenti cinesi in uscita verso Hong Kong sono aumentati in valori significativi sia in termini di flusso che di azioni. Secondo il ministero del Commercio cinese, l’anno scorso oltre il 58% del flusso di investimenti diretti in uscita dalla Cina – circa 70 miliardi di dollari – è andato a Hong Kong.

Entro la fine del 2018, il volume di azioni della Cina investiti sulla piazza di Hong Kong ha raggiunto i 622 miliardi di dollari. Tale importo rappresenta circa il 170% del Pil dell’intera ex colonia. Naturalmente, una grande quantità di investimenti cinesi non si ferma a Hong Kong, ma è semmai rimpatriata in Cina come profitti e fondi o inviata altrove nel resto del mondo per rafforzare la presa cinese, in particolare in Africa e America Latina.

LEGAME A DOPPIO FILO TRA CORPORATE CHINA ED EC COLONIA

Le aziende cinesi della terraferma effettuano una tale deviazione con i loro capitali via Hong Kong per sfruttare il favorevole contesto normativo del territorio e i servizi professionali disponibili. Le società cinesi che guardano a Hong Kong comprendono una crescente presenza di imprese statali (Soe), cioè partecipate ma con ampio margine d’intervento. Attualmente, delle 96 Soe centrali gestite dalla Commissione statale per la supervisione e l’amministrazione delle attività (Sasac) del Consiglio di Stato – stiamo parlando di multinazionali vere e proprie – tre hanno sede a Hong Kong, vale a dire China MerchantsChina Resources e China Travel Service, mentre 50 hanno almeno una filiale quotata alla Borsa di Hong Kong (Sehk).

E non è tutto. Infatti, il Sehk è ora sede di 250 società cinesi a loro volta collegate ad altre 421 società. Il valore di mercato, in termini di capitalizzazione, d’una simile rete commerciale supera i 1.500 miliardi di dollari, oltre un terzo della capitalizzazione di mercato totale della borsa di Hong Kong che vale 4.200 miliardi di dollari. È chiaro quindi che se il motore dell’hub finanziario di Hong Kong si arrestasse la prima a farne le spese sarebbe l’economia cinese, in una sorta di suicidio economico e finanziario assistito.

Hong Kong ha molteplici vantaggi che mancano nella stessa Cina. Innanzitutto, l’assenza di controlli sui capitali e una maggiore esposizione internazionale, che consente a Hong Kong di fungere da punto di ancoraggio per l’espansione globale. In secondo luogo, una solida infrastruttura finanziaria, che mitiga i costi operativi. E ancora, un quadro normativo efficace, incentrato sulla trasparenza e su norme minime prudenti. In sostanza, né Shanghai né Shenzhen probabilmente vinceranno questa competizione con Hong Kong, almeno a breve termine.

Inoltre, l’ex colonia britannica è anche all’avanguardia nell’internazionalizzazione del renminbi, la divisa cinese, di cui ora è “l’hub globale per le attività offshore “. Insomma, se oggi Pechino può guardare in faccia Washington lo deve molto, se non in larga parte, alle infrastrutture e al know how economico-finanziario offerto da Hong Kong alle sue multinazionali.

LA NEMESI DELLA REPUBBLICA POPOLARE

Alla base di tutti i vantaggi di Hong Kong sulla terraferma c’è il punto di forza dello stato di diritto. La ragione che ha spinto oltre un milione di cittadini a scendere in piazza coincide con la difesa di tali principi. Pechino dovrà capire, nel più breve tempo possibile, che preservare il sistema capitalistico di Hong Kong distinto dal resto della Cina è nel suo stesso interesse.

Per far questo, la Cina dovrà garantire a Hong Kong l’adesione al capitalismo del libero mercato e, soprattutto, un impegno incrollabile per lo stato di diritto, che nessuno dovrebbe dare per scontato. La contraddizione è evidente: alla fine è probabile che un solo Paese si risvegli non più con due diversi sistemi ma con un solo modello di società a prevalere, quello che per decenni tutti abbiamo ritenuto il “perdente” predestinato.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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