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Convenzione di Istanbul, anche l’Ungheria ha detto no

Convenzione

L’articolo di Massimo Congiu per Affarinternazionali sul rifiuto di Budapest a ratificare la Convenzione contro la violenza di genere

L’Ungheria si è aggiunta negli ultimi giorni ai Paesi europei che non hanno ratificato la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza di genere e alla violenza domestica per ostentate questioni di principio. Per la maggioranza governativa che egemonizza il Parlamento di Budapest il trattato promuoverebbe infatti “ideologie di genere distruttive” e sarebbe contrario alla legge ungherese e alle posizioni dell’esecutivo. Quest’ultimo sottolinea il fatto che il sistema giuridico ungherese contiene già da tempo strumenti per contrastare la violenza contro le donne e i minori e che, invece, la Convenzione di Istanbul sollecita un approccio tale da accelerare l’immigrazione in Europa.

Così i governanti ungheresi respingono in particolare gli aspetti del trattato riguardanti l’obbligo di concedere l’asilo ai rifugiati perseguitati per il loro orientamento sessuale o per motivi di genere. Le opposizioni hanno cercato di contrastare le ragioni del governo guidato da Viktor Orbán sostenendo che con l’isolamento forzato dovuto alle misure per contrastare la pandemia di Covid-19 le violenze domestiche sono aumentate, addirittura raddoppiate secondo Amnesty International Ungheria, ma il loro tentativo è stato vano.

LE PAROLE DELLE ONG

Per Dávid Vig, direttore di Amnesty International Ungheria, la mancata ratifica del trattato, che il Paese aveva firmato nel 2014, è un grave errore che espone le donne a maggiori pericoli di prima in quanto, a suo avviso, i violenti potranno contare su una certa impunità. Vig fa comunque notare che neppure prima della pandemia il governo era riuscito a prevenire e combattere in modo efficace la violenza contro le donne dato anche il numero di inchieste e procedimenti penali da lui definito vergognosamente basso.

Ma per il governo di Budapest – che è tra quelli dell’Ue in cui le donne sono meno rappresentate (e la stessa cosa vale anche per il Parlamento) – le leggi in vigore nel Paese sono più che sufficienti a contrastare la violenza sulle donne e quella domestica in generale. Non solo, secondo il sistema guidato da Viktor Orbán queste leggi offrono ai soggetti interessati una protezione maggiore di quella prevista dalla Convenzione di Istanbul.

IL TRATTO NELL’EUROPA ORIENTALE

Come abbiamo visto all’inizio, l’Ungheria non è l’unico Stato europeo ad aver respinto la Convenzione. Purtroppo, stereotipi sessisti e interpretazioni distorte date ai mezzi esistenti contro la violenza di genere e quella sui minori ostacolano spesso una tutela maggiormente efficace dei soggetti più vulnerabili. C’è comunque da aggiungere che, anche laddove la ratifica ha avuto luogo, si verificano sovente lentezze e problemi nell’applicazione dei punti contenuti nel trattato. Ma tornando alle mancate ratifiche, pregiudizi e pretese questioni di incompatibilità costituzionale, sono di solito alla base degli atteggiamenti di chiusura assunti da maggioranze governative di fronte a questa carta internazionale.

Rimanendo fra i Paesi del Gruppo di Visegrád (V4), la Repubblica Ceca, ad esempio, si è limitata alla sola firma della Convenzione, avvenuta nel 2016. Un sondaggio effettuato nel paese due anni dopo ha messo in luce il fatto che solo il 5-8% dei casi di violenza di genere viene verbalizzato dalla polizia. La percentuale di quelli che finiscono in tribunale sarebbe ancora minore. Anche la Slovacchia figura tra i Paesi che non hanno ancora ratificato la Convenzione.

E del gruppo fa parte pure la Bulgaria. Nel 2018 la Corte Costituzionale di Sofia ha dichiarato il documento anticostituzionale. Era stato firmato nel 2016 dall’allora ministro della Giustizia, Ekaterina Zakharieva. Due anni dopo il governo presentò al Parlamento il testo del trattato per poi ritirarlo di fronte a obiezioni sul suo linguaggio e sulla definizione del concetto di genere in esso contenuta. Il presidente Rumen Radev aggiunse che il linguaggio del trattato si prestava a molteplici interpretazioni e che la Convenzione non risultava essere in grado di prevenire le forme di violenza da essa contemplate in quanto continuavano a svolgersi anche nei Paesi ratificatori. I sostenitori del documento sottolineavano che il medesimo riconosceva il terzo sesso e il matrimonio omosessuale (aspetto incompatibile con la Costituzione che riconosce solo due sessi, faceva notare la Corte costituzionale).

Delle tre repubbliche baltiche, solo l’Estonia ha ratificato il documento; in Lituania ci sono addirittura problemi a portare avanti il dibattito parlamentare sull’argomento. Al momento 34 Paesi membri del Consiglio d’Europa hanno ratificato la Convenzione. Quelli dell’Europa centrale e centro-orientale, finora, non hanno contribuito granché alla sua diffusione e applicazione.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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