Dal mondo

Coronavirus, cosa sta succedendo tra Oms e Cina

Oms Cina

Il 18 e 19 maggio 2020 si è tenuta la 73ma Assemblea Generale dell’Oms che ha dato il via libera a un’inchiesta internazionale sulle responsabilità della Cina e dell’Organizzazione mondiale della Sanità. L’approfondimento di Federica Donati per il Caffè geopolitico

La 73ma Assemblea Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si è conclusa con l’approvazione unanime della risoluzione “COVID-19 Response”, che ha evidenziato la responsabilità degli Stati di adottare misure adeguate al proprio contesto nazionale e l’importanza di rafforzare la cooperazione e il coordinamento globale affinché questa pandemia possa essere efficacemente sconfitta. Sulla base di una proposta che era stata co-presentata, e depositata in vista dell’Assemblea, dal Primo Ministro australiano Scott Morrison e dagli Stati membri dell’Unione Europea, con il supporto di altri 100 Paesi, l’Assemblea ha inoltre acconsentito che venga intrapreso un “processo di valutazione imparziale, indipendente e completo” sulle origini della Covid-19 e sulla gestione dell’epidemia da parte dell’OMS.

Non essendovi nella risoluzione alcun richiamo diretto alla Cina o alla città di Wuhan, come primo focolaio dell’infezione, Pechino ha accolto favorevolmente la risoluzione. Nonostante inizialmente si fosse opposta all’avvio di un’inchiesta perché preoccupata dei risvolti politici che essa avrebbe potuto comportare, il Governo di Xi Jinping, oltre a ribadire la trasparenza e la tempestività dei propri interventi, alla fine ha acconsentito, a patto che l’indagine fosse condotta al termine dell’emergenza, con imparzialità e obiettività e sotto la guida del Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

LE PRINCIPALI ACCUSE RIVOLTE ALLA CINA E ALL’OMS

La volontà di far luce sulle fasi iniziali e sulla diffusione del coronavirus, insieme al voler indagare sulle tempistiche e sulla risposta sanitaria messa in atto dall’OMS, derivano da una serie di presunti ritardi, omissioni e ombre che si sono verificate nella gestione dell’epidemia. Nello specifico, la Cina è accusata di aver creato il nuovo virus in laboratorio e aver violato gli obblighi procedurali di notifica e condivisione delle informazioni previsti dagli articoli 6 e 7 del Regolamento Sanitario Internazionale. Una grave mancanza che ha avuto delle ripercussioni sulla presa di conoscenza e sulle risposte da parte dei Governi di tutto il mondo. In questa vicenda, a finire nell’occhio del ciclone per gli ipotetici agganci politici con la Cina, è anche il Direttore Generale dell’OMS. In carica grazie al supporto di alcuni Paesi asiatici, tra i quali appunto la Cina, Ghebreyesus è accusato di aver coperto quest’ultima, tenendo nascosta la reale portata del virus, e di aver tardato la dichiarazione sullo stato di “emergenza sanitaria di rilievo internazionale previsto dal Documento di Revisione del Regolamento Sanitario Internazionale del 2015. Esso infatti indica il dovere per l’OMS di allertare gli Stati e garantire loro una risposta adeguata e coordinata nel caso in cui si verifichi un evento che possa mettere a rischio la sanità internazionale. Sebbene fosse evidente che il virus si stesse diffondendo anche al di fuori della Cina, l’OMS ha decretato l’emergenza sanitaria internazionale soltanto il 30 gennaio 2020.

LA DIFESA DEL DIRITTO ALLA CONOSCENZA E DUE PROBABILI PROSPETTIVE

In una società sempre più interconnessa, nella quale i rischi per la salute sono molteplici, la necessità di indirizzare, anticipare e coordinare la governance globale della sanità con oggettività e tempestività è fondamentale per il futuro della salute pubblica mondiale. Nel rivendicare un diritto alla conoscenza e alla verità, la futura indagine potrà avere due possibili esiti. Nel caso in cui essa stabilisse l’origine artificiale del virus, le responsabilità internazionali della Cina per non aver prevenuto e contenuto la pandemia e non aver informato in tempo la comunità internazionale, oltre alla complicità dell’OMS nel coprire Pechino, si aprirebbe la possibilità per gli Stati – più temerari – appartenenti alle Nazioni Unite di fare ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG). Se invece l’esito dell’indagine rivelasse che il virus non è nato in laboratorio, ma è scaturito naturalmente dal mercato di Wuhan, e la Cina avesse informato l’OMS correttamente e tempestivamente e quest’ultima avesse agito a sua volta in conformità agli obblighi previsti, prevedendo le necessarie precauzioni, la prospettiva di convocare il Paese di fronte la CIG cadrebbe. In conclusione, l’avvio di un’investigazione potrà confermare la linea seguita dalla Cina e ripristinare, forse, la credibilità di entrambe nel panorama internazionale, oppure confermare i loro ritardi, reticenze e responsabilità.

 

Articolo pubblicato su ilcaffegeopolitico.net

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