Dal mondo

Coronavirus, tre effetti sulla sicurezza internazionale

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L’analisi di Alessandro Marrone, responsabile del Programma Difesa dello IAI, per Affarinternazionali

Il Covid-19 difficilmente stravolgerà il sistema internazionale, non trattandosi di una rivoluzione paragonabile ad esempio alla fine della Guerra Fredda. La pandemia e la conseguente recessione economica in Occidente avranno però tre effetti importanti a livello militare, industriale e politico-strategico.

UN OCCIDENTE MENO DIFESO

I governi in Europa e Nord America stanno giustamente investendo ingenti risorse per affrontare sia l’emergenza sanitaria sia, su una scala molto maggiore, l’impatto socio-economico della quarantena. Ciò comporterà nell’immediato più debito pubblico, e in seguito tagli alle spese statali per far quadrare di nuovo i conti.

bilanci della difesa saranno quindi probabilmente soggetti a riduzioni. A seconda dell’entità e tempistica dei tagli, le capacità militari dei Paesi Nato – in particolare dell’Europa occidentale dove la percezione di minacce esterne è relativamente bassa – sarebbero danneggiate in misura più o meno significativa. Inoltre, a seguito della pandemia le forze armate alleate potrebbero vedere un ampliamento dei propri compiti proprio verso il campo della difesa dalla minaccia biologica, dovendo quindi fare di più con meno.

Con tutta probabilità non saranno invece intaccate le spese militari di Russia e Cina, identificate da Nato, Ue e Usa, con toni ovviamente diversi, come competitori strategici – se non avversari. Inoltre, il contesto internazionale sarà meno stabile e meno sicuro una volta passata l’onda del Covid-19, e richiederebbe non tagli quanto piuttosto un rilancio della capacità italiana ed europea di garantire la propria sicurezza.

UN’INDUSTRIA EUROPEA PIÙ DEBOLE

Secondo le stime del Fmi, nel 2020 il Pil aggregato dell’Ue crollerà del 6,1%, una caduta simile a quella di Stati Uniti (-5,9%) e Gran Bretagna (-6,5%) che stride con la crescita del 1,2% prevista per la Cina.

Nella generale recessione euro-atlantica soffrirà anche l‘industria dell’aerospazio, sicurezza e difesa. In primo luogo, per la drastica diminuzione degli ordini da parte delle compagnie aeree oggi in crisi. Il comparto industriale subirà inoltre il rallentamento della produzione causa quarantena, probabili crisi delle aziende dell’indotto – specie quelle più piccole – e il crollo delle quotazioni in borsa che riduce il margine di manovra finanziario.

Gli  Stati Uniti ricorreranno a forti misure di sostegno per la propria industria del settore. Un sostegno mirato è indispensabile anche in Europa, dove le industrie nazionali sono parte di una articolata rete europea di cooperazioni e forniture, specie nei settori aeronautico, navale, spaziale, elicotteristico e missilistico. Si tratta però di un’azione difficile per un’Unione in cui la politica industriale della difesa richiede cooperazione costruttiva tra gli Stati membri e con la Commissione Europea.

LA SFIDA PER L’UE E LA SICUREZZA DELL’EUROPA

Proprio sull’Ue la pandemia avrà effetti politico-strategici più gravi e duraturi. Nell’immediato, è a rischio un’iniziativa fondamentale per la difesa europea quale lo European Defence Fund. La sua prevista dotazione di 13 miliardi di euro potrebbe essere ridotta se l’Ue non dovesse mettere in campo adeguate nuove risorse per far fronte all’impatto  socio-economico della pandemia. Un eventuale taglio del EDF toglierebbe slancio tecnologico e produttivo ad un settore ad alta tecnologia, che impiega lavoratori qualificati ed è un volano dell’export europeo. Soprattutto, un settore cruciale per l’autonomia strategica europea nel campo della sicurezza internazionale. Unito alle riduzioni dei bilanci nazionali, un ridimensionamento del Edf azzopperebbe anche la Permanent Structured Cooperation (PeSCo), avviata da 25 stati membri per sviluppare insieme capacità militari – sviluppo che certo non avviene a costo zero.

Ben aldilà di Edf e PeSCo, è tutto il processo di integrazione europea a essersi preso una polmonite da Covid-19. La reazione dell’Ue  (istituzioni e Stati membri) è stata per settimane col fiato corto, generando una crisi di consenso in diversi Paesi, a partire dall’Italia dove secondo l’ultima rilevazione Demos il 70% degli intervistati ha poca (21%) o nulla (49%) fiducia nell’Unione.

Se di fronte alla drammatica recessione in corso l’Ue non darà risposte adeguate, la crisi socio-economica si trasformerà in una più forte contestazione politica dell’integrazione europea: una febbre ben più alta di quella seguita alla cattiva performance dell’Unione sulle crisi migratoria e finanziaria. In questo senso, la pandemia non cambierebbe ma accelererebbe un trend purtroppo già in corso.

In questo scenario si presenterebbe un rischio non solo politico, ma strategico e di sicurezza. Un’Unione in declino sarebbe infatti meno in grado di assicurare quella stabilità e pace di cui l’Europa ha eccezionalmente goduto per 75 anni. I singoli stati europei sarebbero più deboli di fronte alle sfide alla loro sicurezza nazionale, in un mondo governato dalla politica di potenza, e più tentati di prendersela con il vicino piuttosto che di far fronte comune contro minacce agli interessi condivisi. Uno scenario purtroppo ricorrente nella storia d’Europa, che potrebbe rappresentare la conseguenza più grave della pandemia per la sicurezza internazionale – e che va assolutamente evitato.

 

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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