Dal mondo

Cosa hanno detto Google, Amazon, Facebook e Apple nel processo al Congresso

Google Amazon Facebook Apple
Illustrazione originale icinn.eu

Sundar Pichai (Google), Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Facebook) e Tim Cook (Apple) sono stati chiamati a rispondere sotto giuramento alla commissione del Congresso che ha indagato sulle loro presunte pratiche anticoncorrenziali

Il 29 luglio al Congresso americano si è tenuto il processo dell’anno. Sundar Pichai (Google), Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Facebook) e Tim Cook (Apple) hanno risposto per 5 ore e mezzo a raffiche di domande poste da una commissione parlamentare antitrust in merito all’accusa di posizione dominante che le loro aziende avrebbero nei rispettivi settori. I quattro CEO delle Big Tech si sono collegati da remoto con la commissione guidata dal deputato democratico David Cicilline. L’obiettivo dell’udienza era determinare fino a che punto Google, Amazon, Facebook e Apple (GAFA) impediscono ai loro avversari di svilupparsi creando così un mercato anticoncorrenziale. Per i democratici, come per i repubblicani, qualunque società che riporta informazioni capaci di influenzare il popolo americano rappresenta un pericolo, soprattutto a pochi mesi dalle presidenziali. Motivi per cui, secondo Cicilline, gli Stati Uniti sono entrati in un’era molto preoccupante dove “scegliere ormai non è più possibile”.

GOOGLE NEL MIRINO DEL CONGRESSO

Cicilline ha interrogato Sundar Pichai sul sistema di ricerca di Google, la posizione zero e la continuità degli utenti che detiene grazie alla pubblicità che obbliga le aziende a dipendere totalmente dal motore di ricerca. Principio, controbatte Pichai, che ha permesso lo sviluppo di molte di queste. È seguita poi la rievocazione del sospetto furto di dati a Yelp – i pareri degli utenti sarebbero stati recuperati da Google – e ancora il recupero di contenuti come avvenne nel caso Genius che, alla fine del 2019, chiedeva a Google un risarcimento di 50 milioni di dollari. Esempio che ha dato la possibilità a Cicilline di interrogare Pichai sulle pratiche di sorveglianza. L’imputato ha spiegato che la sua azienda si limita a studiare i dati che possono aiutarla a migliorare i servizi per i consumatori. Soddisfare gli utenti è infatti l’unica preoccupazione del CEO. I deputati hanno poi tentato di saperne di più sugli affari di Google con il Pentagono, ma senza successo: grazie a un sistema di intelligenza artificiale in grado di analizzare le immagini video, l’esercito americano poteva sorvegliare persone e pianificare interventi con droni. Nel 2018, una petizione interna aveva in seguito interrotto questa collaborazione denominata “progetto Maven”. Alle accuse sull’utilizzo della tecnologia Google da parte della Cina, Pichai ha risposto che l’azienda non collabora con l’esercito cinese. Sulle domande in merito a Doubleclick, all’accesso ai dati e alle e-mail di campagna elettorale finite automaticamente nello spam, il CEO ha spiegato che si tratta di algoritmi stabiliti da Google che non sono in alcun modo legati a una particolare ideologia politica.

AMAZON INTERROGATO SU RACCOLTA DATI E ABUSO DI POSIZIONE DOMINANTE

Come previsto, a Bezos sono stati concessi 5 minuti per esporre la sua storia americana. E questo, come previsto, non ha scoraggiato il Congresso a interrogare il CEO sulle accuse rivolte alla sua azienda. Sospettato di aver raccolto e utilizzato i dati di venditori terzi per produrre e vendere i loro prodotti a prezzi molto più convenienti, Bezos ha ammesso di non poter rispondere né sì né no, ma ha dichiarato che tali sospetti vanno contro la politica interna di Amazon. Alla domanda: “Non pensa che sia ingiusto per i venditori essere obbligati a passare dalla sua piattaforma?”, l’uomo più ricco del mondo ha risposto con grande tranquillità che esistono molte alternative al di fuori di Amazon. Cicilline ha insistito dicendo che è Amazon a dettare le regole del gioco e Bezos ha risposto che alla fine è il cliente a decidere.

FACEBOOK CONTINUA A SCONTARE LO SCANDALO CAMBRIDGE ANALYTICA

Le domande rivolte a Mark Zuckerberg hanno inevitabilmente riguardato l’acquisizione di concorrenti, in particolare WhatsApp e Instagram. Su quest’ultima il CEO di Facebook ha faticato a convincere il pubblico, spiegando che l’app era effettivamente considerata competitiva per la condivisione di foto. Presentando varie prove, soprattutto scambi di e-mail, la commissione ha voluto mostrare che l’acquisizione di Instagram è stata fatta perché percepita come una minaccia. Il deputato democratico Jerry Nadler è intervenuto dicendo che Facebook ha preferito acquistarla piuttosto che competere. “Questo è esattamente il tipo di acquisizione anticoncorrenziale per cui le leggi antitrust sono state concepite” ha aggiunto. Tuttavia i deputati sono sembrati molto più preoccupati dei contenuti riportati sulla piattaforma. Inutile ricordare le precedenti elezioni, che sarebbero state manipolate da fake news diffuse proprio su Facebook. Il Presidente della commissione ha infine portato l’esempio di un video che circolava qualche giorno fa e in cui si diceva che indossare la mascherina durante la pandemia è inutile. 14 milioni di persone hanno avuto il tempo di visualizzarlo e condividerlo anche su altre piattaforme prima che Facebook lo rimuovesse.

APPLE RESTA SULLE SUE POSIZIONI

Tim Cook ha categoricamente rifiutato di ammettere che l’Apple Store favorisce alcuni sviluppatori rispetto ad altri. Secondo lui, inoltre, la concorrenza è feroce, e sottolinea che Apple non detiene una posizione dominante sul mercato per le sue attività. Ugualmente interrogato su certe pratiche che annullano il principio di concorrenza, a Cook sono state richieste spiegazioni in merito a un’app di controllo rimossa dall’App Store. Tuttavia, il responsabile di Apple ha semplicemente insistito sul numero di applicazioni simili, circa 30, aggiungendo che in quel caso si trattava di un problema di privacy.

Resta ora da stabilire se saranno programmate future audizioni, il che è molto probabile data l’importanza della questione. Se Amazon e Apple nel peggiore dei casi potrebbero incorrere in una multa, Google e Facebook potrebbero vedersela peggio. Comunque vada per le Big Tech, la questione resta se stabilire o meno leggi antitrust più severe. Se così fosse avrebbero un effetto irrimediabile sul potere che gli Stati Uniti possono esercitare sul resto del mondo, in particolare contro la Cina. Il presidente Cicilline ha infine concluso dicendo: “I nostri fondatori si sono rifiutati di prostrarsi davanti a un re. Così noi non dobbiamo inginocchiarci di fronte agli imperatori dell’economia digitale”.

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