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ALI KHAMENEI_

Cosa può succedere se cade Khamenei: 4 scenari per l’Iran

Se dovesse crollare il regime degli ayatollah in Iran quali possibili scenari si aprirebbero? Chi prenderebbe il potere?

Le proteste della società civile iraniana stanno dilagando in tutto il Paese. Secondo la fondazione del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi sarebbero 2.000 i morti e migliaia di manifestanti arrestati. Il regime repressivo iraniano sembra essere sull’orlo del collasso, stanco e incapace di offrire risposte politiche ed economiche. Tra gli scenari post-Khamenei, non proprio democratici, Karim Sadjadpour, Senior Fellow al Carnegie Endowment for International Peace prende a riferimento quattro modelli del passato. Da tenere conto che il clima di sfiducia cronica frutto di anni di inefficienza dei leader iraniani ha impedito la formazione di istituzioni solide e di una classe dirigente autonoma. Tutti fattori da considerare nel dopo Khamenei.

I 4 SCENARI

Federico Rampini sul Corriere della Sera riferendosi ai possibili scenari post-Khamenei, cita l’esperto iraniano Karim Sadjadpour, Senior Fellow al Carnegie Endowment for International Peace che in un saggio su Foreign Affairs ha delineato quattro possibili ipotesi per il Paese: un’evoluzione simile a quella della Russia post-sovietica, un percorso cinese, un modello pakistano o una soluzione come quella in Turchia. Secondo Sadjadpour per la prima volta in quasi quarant’anni, l’Iran è sull’orlo di un cambio di leadership, e forse di regime. Già la guerra di 12 giorni a giugno ha messo a nudo la fragilità del sistema messo in piedi dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei e le “limitate capacità di un regime che ha perso gran parte del suo potere regionale”.

IL PERICOLO DI UN PUTIN IRANIANO

Sadjadpour avverte che la fine della teocrazia non è sinonimo di un esito liberale. Tutt’altro: un Iran “post-ideologico” potrebbe essere persino più cinico e destabilizzante per la regione. Proprio come accaduto nella Russia degli anni Novanta post-comunismo. La disuguaglianza e il saccheggio delle risorse hanno preparato il terreno per l’emergere di Putin. Anche l’Iran potrebbe produrre un Putin iraniano attingendo dai Guardiani della Rivoluzione o dai servizi di sicurezza e l’islamismo sciita potrebbe essere sostituito con un nazionalismo iraniano in chiave anti-occidentale ma corrotto e aggressivo.

MODELLO CINESE: MA IRAN NON È PECHINO

Così come dopo la morte di Mao la Cina ha mantenuto un sistema autoritario eliminando l’ortodossia ideologica ma puntando tutto su una forte crescita economica, così l’Iran potrebbe normalizzare i rapporti con l’Occidente, ridurre l’ostilità verso gli Stati Uniti e Israele e cercherebbe l’integrazione economica globale, senza però concedere pluralismo politico. Resta un’incognita: sfondare il tabù dell’apertura verso Washington. Inoltre secondo Sadjadpour l’Iran non avrebbe una forza lavoro così potente come Pechino. È una economia fondata sull’estrazione di una rendita energetica, più simile alla Russia.

PAKISTAN: UNO STATO DI MILITARI

Lo scenario post regime iraniano che vede come modello il Pakistan prevede invece la trasformazione dell’Iran in uno Stato di militari, in cui i Guardiani della Rivoluzione passano da potere informale a potere formale. Come in Pakistan, si potrebbe assistere a una situazione in cui è lo Stato a servire l’esercito. In questo scenario, i militari potrebbero lasciare che il caos sociale cresca, per poi presentarsi come «salvatori della nazione», giustificando il loro dominio in nome dell’unità nazionale. Anche questo humus potrebbe fomentare l’emerge di un nuovo Putin iraniano, oppure di un al-Sisi iraniano, autoritario e disposto a un’intesa con l’Occidente.

IL POPULISMO TURCO ALLA ERDOGAN

Infine l’ultimo scenario ipotizzato da Sadjadpour che prende a modello la Turchia vede l’emergere di un leader populista, legittimato dal voto, che erode gradualmente i contrappesi istituzionali dall’interno. Un futuro “Erdogan iraniano”, un mix tra nazionalismo, religione e voto popolare. Perché questo accada però sarebbe necessaria una riforma delle istituzioni: abolizione della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani, ridimensionamento dei Pasdaran, rafforzamento del Parlamento e del governo eletti. Condizioni poco realistiche, ma non irrealizzabili. Scenario anche questo che non garantirebbe una vera democrazia liberale.

CHI PUÒ PRENDERE IL POTERE?

Un’altra ipotesi alla transizione iraniana potrebbe concretizzarsi nella figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià. Dall’estero ha fatto sapere che la forma del futuro Stato iraniano dovrebbe essere decisa dal popolo, chiarendo che il suo ruolo “non è quello di far pendere la bilancia a favore della monarchia o della repubblica“.

Per decenni, Reza Pahlavi è stato il volto cortese dell’opposizione iraniana in esilio. Nel weekend tramite il suo account X ha invitato gli iraniani a “prendere possesso dei centri cittadini” e a prepararsi al suo imminente ritorno, innescando quelli che i media statali iraniani hanno descritto come “attacchi terroristici armati” in tutto il Paese. “Il nostro obiettivo non è più semplicemente scendere in piazza”, ha dichiarato Pahlavi in ​​una dichiarazione su X. “L’obiettivo è prepararci a prendere possesso dei centri cittadini e a mantenerli”.

C’è chi menziona anche il movimento di opposizione Mojahedin-e Khalq, guidato dalla dissidente politica Maryam Rajavi, che nel corso degli anni ha raccolto il sostegno di politici americani come l’ex vice presidente Mike Pence e l’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Rajavi ha affermato che il cambiamento “non arriverà dall’esterno dell’Iran, né sarà attuato dalla volontà di capitali straniere” e ha stilato un piano in 10 punti per il futuro dell’Iran.

 

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