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Cosa sta succedendo in Serbia dopo la vittoria di Vucic alle elezioni

Serbia

Le elezioni parlamentari e quelle per il rinnovo dei Consigli regionali e municipali in Serbia si sono tenute lo scorso 21 giugno e hanno sancito il predominio del Partito Progressista (SNS) presieduto dal Presidente della Repubblica Aleksandar Vučić. L’approfondimento Christian Eccher per il Caffè geopolitico

L’opposizione ha boicottato la competizione elettorale in segno di protesta e il Parlamento è nelle mani dell’SNS, che ha ottenuto più del 60% dei voti. Osserva la giornalista del quotidiano Danas Jasmina Lukać che l’opposizione ha sbagliato a non presentarsi almeno a livello locale, dove avrebbe potuto ottenere importanti vittorie, soprattutto nel distretto di Vračar, che appartiene alla municipalità di Belgrado e che costituisce un seggio pilota: i cambiamenti politici in Serbia cominciano tutti qui,e chi ottiene il controllo di questa circoscrizione ha buone possibilità, in futuro, di vincere a livello nazionale. Le altre tre forze che hanno passato lo sbarramento del 4% sono l’Alleanza Patriottica Serba di Aleksandar Šapić e il Partito Socialista dell’eterno Ivica Dačić, che dai tempi di Slobodan Milošević riesce sempre a ritagliarsi la propria fetta di potere. In Parlamento sono entrati anche i rappresentanti delle liste nazionali minoritarie, come previsto dalla legge. È perfettamente inutile dare i numeri delle elezioni: il dato di fatto è che la Serbia è saldamente nelle mani di Vučić e il Paese sta lentamente scivolando in una forma di dittatura, neanche troppo mascherata.

COME SI SONO SVOLTE LE ELEZIONI?

La domanda che ci si pone è: il popolo serbo crede davvero in Vučić e nei suoi? Su cosa si basa il consenso del Presidente? La risposta alla prima domanda è no, o almeno non del tutto. Vučić ha creato un sistema clientelare e profondamente corrotto, basato su una ragnatela di favoritismi e ricatti. Una parte della popolazione è sicuramente vittima della tv di regime e ama il Presidente: il politologo Boris Varga sostiene che, sin dagli anni Novanta, la cassa di propaganda dei regimi serbi non è mai stata RTS, la tv di Stato, ma i network privati, come Pink e Happy. Negli ultimi tempi, però, anche ai meno informati non sfugge la dicotomia fra l’immagine rosea che della Serbia tracciano i media di regime e la realtà, che è fatta di povertà e disoccupazione. Non è un segreto che Vučić abbia l’appoggio dei principali attori della politica internazionale, a cominciare dall’UE: il patto non scritto che il Presidente ha stretto con Bruxelles lo vede impegnato a mantenere lo status quo nei Balcani e ad avviare una politica di riconoscimento de facto del Kosovo. In cambio le Autorità europee chiudono un occhio sulla sostanziale assenza di democrazia in Serbia. Vučić ha sicuramente un consenso vero, genuino, ma non così grande come i numeri spingono a pensare: basta dare un’occhiata alle numerose irregolarità che hanno contrassegnato le elezioni, segno di insicurezza da parte delle èlite al potere. In primo luogo, non è passata inosservata la presenza dei “treni bulgari”: alcuni funzionari dell’SNS si sono appostati davanti ai seggi elettorali e hanno consegnato ai votanti una scheda con la croce sul simbolo del partito del Presidente. Gli elettori dovevano semplicemente entrare in cabina, mettere in tasca la scheda regolarmente ricevuta al seggio, inserire quella già contrassegnata nell’urna e affidare la scheda intonsa allo stesso funzionario di partito seduto a poca distanza dal seggio. Nella città di Šabac, lungo il fiume Sava, le elezioni sono state annullate perché i casi di corruzione sono stati ampliamente documentati: per un voto l’SNS ha pagato dai 2mila ai 5mila dinari, vale a dire dai 20 ai 50 euro. I voti sono stati comprati soprattutto nei campi rom. La sera delle elezioni, il signor Siniša Vasiljković, emerito sconosciuto, è entrato in un bar in località Tabaković è si è pubblicamente vantato di aver personalmente portato al seggio almeno 80 persone, dopo aver dato a ciascuno di loro 2mila dinari. Dragan Eraković è riuscito a fotografare gli attivisti dell’SNS che, proprio a Šabac, regalavano generi di prima necessità ai rom in cambio del voto. Nei piccoli centri del sud del Paese il consenso di coloro che hanno un lavoro fisso e delle loro famiglie era invece garantito: se non si è nel partito, è davvero difficile trovare un impiego.

IL CORONAVIRUS, OVVERO SE ATENE RIDE…

Dal 7 maggio, data della fine dello stato di emergenzail coronavirus è scomparso dalle tv e dai media. La Serbia è improvvisamente guarita, ha buttato guanti e mascherine, i caffè si sono riempiti, gli stadi anche: il 10 giugno, c’erano 25mila persone allo stadio di Belgrado ad assistere al derby fra Partizan e Stella Rossa. I tifosi infatti appoggiano Vučić e il Presidente ha voluto premiarli. Per garantire presenze di massa ai comizi, centinaia di persone sono state invitate in tutto il Paese ad accalcarsi sugli autobus pagati dall’SNS per raggiungere Belgrado, senza distanza sociale, senza mascherine. A Novi Pazar, nel Sangiaccato, il candidato del Partito Socialdemocratico del Sangiaccato nonché Ministro del Turismo (e medico!) Rasim Ljajić, si è letteralmente buttato sui sostenitori che lo acclamavano dopo la vittoria elettorale a livello cittadino. Il 22 giugno il portale indipendente Birn ha pubblicato una ricerca in cui si vede come i dati diffusi dal Governo, che riferivano di una novantina di infetti e non più di uno o due decessi al giorno in tutto il Paese, non combaciassero con i numeri dei ricoverati negli ospedali. Pur di tenere le elezioni, il Governo ha mentito sugli effetti della pandemia in Serbia. A partire dal 10 giugno, ci sarebbero almeno 300 contagiati e 4 o 5 morti al giorno. Da parte della popolazione, però, non ci sono state proteste anche se per le strade si Belgrado e Novi Sad il malumore è palpabile. Il Governo accusa il popolo di irresponsabilità e minaccia nuove misure per arginare il virus, che però non potranno essere rigorose come ad aprile per non infliggere un colpo mortale alla già traballante economia serba. Colpiscono soprattutto le immagini della sera del 21 giugno, i baci e gli abbracci fra i dirigenti dell’SNS, i balli mozzafiato del Presidente e della premier Ana Brnabić, le risate e le dita all’insù in segno di vittoria. Il Ministro della Difesa Aleksandar Vulin, la Presidente del Parlamento Maja Gojković e altri membri del Governo sono poi risultati positivi al virus. Aleksandar Vučić, che è stato in continuo contatto con queste persone, ha visitato recentemente sia Mosca sia Bruxelles, ma non si sa se sia stato sottoposto a un test. Il capo è intoccabile e ha pure affermato che “questo virus non è poi così terribile”. Sui social si ripetono gli inviti privati affinché ognuno badi a se stesso, visto che il Governo non sembra interessarsi alla salute dei cittadini. A Novi Pazar l’epidemia ha costretto l’Esercito a intervenire e chi ha sintomi influenzali, in tutta la Serbia, aspetta ore in fila prima di poter essere sottoposto al tampone.

(N.d.R.: nuove restrizioni sono state infine annunciate il 7 luglio con il divieto di assembramenti e il coprifuoco a Belgrado per tre gioni. Ma la popolazione della capitale ha reagito violentemente alla notizia, protestando in piazza e tentando di irrompere in Parlamento. La polizia è intervenuta caricando la folla e lanciando lacrimogeni. In piazza c’erano sia la destra di Dveri che la sinistra di Ne davimo Beograd, cosa che sottolinea il carattere generale e variegato dello scontento anti-governativo).

… SPARTA PIANGE

I DS, il Partito democratico che ha deciso di boicottare le elezioni, sono andati al congresso nazionale divisi. Una parte si è ritrovata a Belgrado, una parte a Šabac. I belgradesi vorrebbero che tutti i partiti di opposizione affluissero nei DS, gli altri sono invece contrari a questa ipotesi. L’opposizione serba è in questo momento inesistente, lacerata da profonde divisioni interne che ne bloccano l’operatività. Sembra impotente di fronte alla ragnatela di clientelismo, propaganda e corruzione messa in piedi dall’SNS. Il Paese sta vivendo una situazione molto difficile: il virus mette a dura prova il sistema sanitario nazionale, le sfide a livello di politica internazionale sono enormi e gli emigranti tornati dalla Germania a inizio aprile a causa del lockdown europeo difficilmente potranno far ritorno lì dove lavoravano prima. Angela Merkel ha infatti deciso di limitare l’afflusso di manodopera dai Balcani e di impiegare i migranti mediorientali che si trovano in questo momento nel suo Paese. Insomma, si salvi chi può.

 

Articolo pubblicato su ilcaffegeopolitico.net

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