Una scarpa oggi, l’altra dopo il voto. Una banconota tagliata a metà. Un paio di pantaloni. Una dentiera. Oggi, negli Stati Uniti, 5mila dollari
Il Trump dividend non nasce dal nulla. L’inchiesta di Filippo Ceccarelli su la Repubblica parte proprio dalla dichiarazione di Donald Trump e attraversa la storia italiana delle promesse elettorali, dalla pasta di Achille Lauro all’ICI di Silvio Berlusconi. Ma basta scavare un po’ più indietro per scoprire che il mercato delle speranze politiche aveva già un catalogo molto concreto: vestiti, birra, biglietti per la cena, posti di lavoro. E che, prima ancora dei bonus, esisteva un principio elementare: se non puoi comprare il voto con i soldi, prova con qualcosa che il votante possa portarsi a casa.
PRIMA DELLA PASTA C’ERANO I PANTALONI
Nell’America che arrivava al voto il 2 novembre 1880, in Maine circolava un’offerta elettorale da bancarella: un dollaro, oppure un paio di pantaloni, un cappotto, degli stivali o un cappello. Una cronaca raccolta dal Washington Post raccontava persino di un elettore che si presentò alle urne con i pantaloni ricevuti dai democratici e dichiarò di voler votare repubblicano: «Sì», spiegò, «perchè forse non sapete che il cappotto è repubblicano».
Nello stesso anno, all’altra parte dell’Atlantico, in Gran Bretagna, il voto aveva un listino ancora più fantasioso. A Macclesfield in vista delle elezioni del 1865 circolavano biglietti per la cena: sei scellini per un voto diviso(split vote), dodici per un voto pieno (plumper), e quei biglietti potevano perfino essere convertiti in birra. Vi furono poi lamentele per una «distribuzione aperta e spudorata» di bevande a nome di tutti e tre i candidati. A Oxford una campagna elettorale impiegò 744 “messaggeri”, 600 dei quali erano elettori: il lavoro era finto, il pagamento vero. E dopo quelle elezioni le commissioni d’inchiesta arrivarono a contare migliaia di persone coinvolte in pratiche corruttive.
Negli Stati Uniti il grande numero da circo era arrivato sette anni prima. Il 29 gennaio 1872, il senatore Samuel Pomeroy consegnò 7mila dollari al senatore statale Alexander M. York per assicurarsi il suo voto nella rielezione al Senato. York prese i soldi, li mostrò pubblicamente e fece saltare il tavolo. Il Senato americano conserva ancora oggi quella storia come uno dei casi più celebri della corruzione elettorale dell’epoca.
A NAPOLI LA MONETA DIVENTA UNA SCARPA
Poi arriva Achille Lauro e il marketing elettorale italiano trova il suo oggetto-simbolo. Nella Napoli affamata del dopoguerra, nelle sue campagne elettorali, giravano pacchi di pasta, zucchero e farina; la ricostruzione storica della sua campagna parla anche di scarpe spaiate e di banconote da mille lire tagliate a metà, con la seconda parte promessa dopo l’elezione. Il Partito Monarchico Popolare diventò così, nella battuta popolare, il partito della “Pasta Maccheroni Pomodoro”.
La storia della scarpa è talmente perfetta da sembrare inventata da uno sceneggiatore, e se biografie più caute l’hanno considerata una leggenda costruita dagli avversari, sul pacco di pasta le testimonianze sono molto più solide. Lauro arrivò a raccogliere circa 300mila preferenze nelle amministrative napoletane del 1952 e del 1956.
DALLA BANCONOTA AGLI “EURI”
Qui avviene la svolta: dalla corruzione del singolo voto si passa alla promessa di un beneficio rivolto a una platea di elettori. Il primo è uno scambio personale — soldi o favori in cambio della scheda —, la seconda è politica: promettere una misura di governo a tutti coloro che potrebbero beneficiarne è parte del gioco elettorale, anche quando la promessa è spudoratamente interessata. Di fatto però, cambia il contenuto, non il meccanismo.
Silvio Berlusconi porta la promessa dal vicolo alla televisione: il milione di posti di lavoro, l’abolizione dell’ICI, i cuccioli, le zone franche. Nel 2001 arriva perfino il contratto firmato davanti alle telecamere; nel 2014 la dentiera diventa una promessa elettorale esplicita.
Nel 2014 Matteo Renzi mette 80 euro in busta paga a milioni di lavoratori e arriva alla domenica 25 maggio alle europee con un PD al 40,8 per cento. Il bonus diventa immediatamente uno degli oggetti più riconoscibili della stagione renziana: non una scarpa, non un pacco, ma una cifra precisa che il cittadino può vedere direttamente sul cedolino.
Nel 2018 arrivano i 780 euro del reddito di cittadinanza di Luigi Di Maio e la quota 100 di Matteo Salvini. La politica torna a parlare attraverso numeri che si possono quasi mettere nel portafoglio: 780 euro, 100, flat tax. E anche le promesse personali diventano una categoria a sé: Elly Schlein promette di tingersi una ciocca di rosso se vince le primarie, Luigi De Magistris capelli azzurri in caso di scudetto del Napoli. Il politico, ormai, può perfino offrire se stesso come gadget elettorale.
COMPRARE TUTTI, NON UNO
E allora si torna a Donald Trump, che mercoledì 9 settembre ha fatto il salto definitivo: 5mila dollari a ogni adulto americano se i Repubblicani manterranno Camera e Senato. Il conto potrebbe aggirarsi attorno a 1.200 miliardi di dollari e la promessa dovrebbe comunque passare dal Congresso. Ma il punto giuridico è più sottile della battuta sul “voto comprato”: la legge federale americana vieta di pagare qualcuno per votare per un candidato, mentre la Corte Suprema, in Brown v. Hartlage, ha già distinto il pagamento privato in cambio del voto dalla promessa pubblica di un beneficio che arriva attraverso l’azione del governo. La differenza decisiva è tutta nella platea: non un assegno consegnato a chi dimostra di aver votato Trump, ma un beneficio promesso indistintamente agli adulti americani. La scommessa, dunque, è sul governo che verrà, non sulla singola scheda che entra nell’urna. E a quel punto la domanda cambia: non più quanto costa un voto, ma quanto può costare una promessa quando in ballo ci sono milioni di voti.

