Dal mondo

Difesa, passi avanti per integrazione mercato europeo

L’articolo di Michele Nones, vice-presidente dell’Istituto Affari Internazionali per Affarinternazionali

Nel silenzio generale (perlomeno in Italia), l’integrazione del mercato europeo della difesa ha fatto un altro piccolo passo avanti: il 24 aprile la Commissione europea ha presentato al Consiglio dei Ministri dell’Ue una proposta di direttiva volta ad esonerare dall’Iva le iniziative comuni europee nel campo della difesa, comprese quelle assunte dall’Eda -Agenzia europea di Difesa -, equiparandole a quelle sviluppate da sempre in ambito e dalle agenzie della Nato. Ovviamente la proposta ha un limitato impatto economico ed entrerà in vigore solo dopo l’approvazione del Consiglio, ma ha un importante valore politico perché riconosce parità di trattamento e di ‘protezione’ ai programmi di difesa europei e transatlantici.

LA LUNGA LENTA STRADA DELL’INTEGRAZIONE

Questa iniziativa si muove nella logica di eliminare le differenti norme e procedure nazionali che ostacolano la creazione di un mercato integrato e, quindi, basato su regole uniformi. Questa è, ovviamente, una premessa perché il grado di apertura alla competizione europea dipende soprattutto dalla volontà politica dei governi, sia nella fase di preparazione delle normative, sia in quella di applicazione.

Rispetto agli altri mercati, dove vi è sempre una resistenza da parte di qualche soggetto coinvolto (per interessi economici o burocratici/giuridici), nel settore della difesa pesa anche la forte condivisione di responsabilità e competenze stabilite dai trattati europei fra il livello nazionale e quello comunitario. L’inevitabile, seppur limitato, spostamento del baricentro verso le istituzioni europee deve, quindi, scontrarsi con più forti e diffuse resistenze al cambiamento in molte capitali europee: le differenti regole e procedure nazionali sono legate alla particolare storia degli Stati membri, ma finiscono spesso con l’essere utilizzate per rallentare il processo di integrazione. Anche se dovrebbe essere a tutti chiaro che il processo d’integrazione è indispensabile per mantenere e rafforzare l’unica vera sovranità possibile nel campo della difesa e della sicurezza, quella europea.

LE PREOCCUPAZIONI DEI CONCORRENTI AMERICANI

A confermare ancora una volta la validità di questa scelta strategica sono venute le recenti critiche americane alle due principali iniziative europee: l’Edf, il fondo europeo per la difesa che prevede di investire 13 miliardi di euro nel periodo 2021-27 per sviluppare nuovi equipaggiamenti militari europei, e la Pesco, il meccanismo per stabilizzare e allargare i programmi europei di cooperazione nella difesa.

L’accusa di volere chiudere il mercato europeo alle imprese americane è assolutamente ingiustificata e, per altro, non si capisce come l’Europa potrebbe rispettare l’impegno al rafforzamento delle capacità militari, assunto anche in ambito Nato, senza una maggiore collaborazione intergovernativa. Ma, da un altro punto di vista, la reazione americana dimostra che l’Europa della difesa, nonostante tutto, si sta muovendo e desta preoccupazioni nei concorrenti.

La vera chiusura è semmai quella del mercato americano come dimostrano gli stessi dati americani sull’interscambio: nel periodo 2014/’16 le esportazioni militari americane verso l’Unione europea sono ammontate a 63 miliardi di euro, quelle in direzione contraria a 7,6. Ma considerando le diverse dimensioni della spesa militare, gli acquisti americani corrispondono al 10% della spesa europea, gli acquisti europei al 2% della spesa americana.

IL RUOLO DELL’ITALIA

In questa nuova iniziativa europea, l’Italia ha avuto un ruolo importante. È stato, infatti, il nostro ministro della Difesa Roberta Pinotti a parlarne per primo alla riunione del Consiglio dei Ministri dell’Ue del marzo 2018 e a scriverne all’Alto Rappresentante Federica Mogherini il mese successivo, presentando una proposta di emendamento della Direttiva 2006/12 che era stata predisposta dal gruppo di lavoro interministeriale Difesa-Finanze che aveva istituito a gennaio.

Questo sforzo è stato premiato, ma probabilmente i nostri politici, avendo trasformato la campagna elettorale europea in uno scontro italo-italiano, non si accorgono di questi dettagli, che, invece, sono fondamentali per costruire una nuova casa comune. Non ci si dovrebbe, invece, dimenticare che l’Unione europea non è mai stata, e non poteva essere, un progetto completo e dettagliato da realizzare in tempi predefiniti, ma una costruzione innovativa fatta di piccoli mattoni (e, purtroppo, anche di ‘piccole demolizioni’). Tanto più in un terreno delicato come quello della difesa e della sicurezza.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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