Dal mondo

Digital tax, a Biarritz accordo a sorpresa tra Trump e Macron

digital tax Francia

L’articolo di Nicola Bilotta e Davide Ceccanti per Affarinternazionali sull’introduzione di una digital tax europea discussa al G7 di Biarritz

Uno dei temi del G7 di Biarritz (24/26 agosto) che si prospettavano più caldi era lo scontro tra Usa e Francia sull’introduzione di una digital tax in Francia. A fine lavori, a sorpresa, i presidenti Usa Donald Trump e francese Emmanuel Macron hanno annunciato di aver raggiunto un accordo che scongiura il pericolo di ritorsioni commerciali statunitensi. A fronte del passo indietro Usa sull’imposizione di dazi, il governo francese si impegna a restituire la differenza di quanto pagato retroattivamente dalle multinazionali tra la tassa digitale francese e la nuova tassa digitale internazionale che dovrebbe essere elaborata dall’Ocse entro la fine del 2020.

IL CONTENZIOSO SULLA DIGITAL TAX

Nel luglio di quest’anno, il governo francese ha introdotto una tassa del 3% sui ricavi annuali prodotti dalla vendita di servizi digitali che le multinazionali generano sul territorio francese. La digital tax si applica alle aziende che hanno un fatturato annuale globale superiore a 750 milioni di euro (circa 830 milioni di dollari americani) e di cui almeno 25 milioni di euro (circa 27 milioni di dollari) siano generati in Francia.

La digital tax francese andrebbe a colpire circa 30 multinazionali – tra cui i giganti tecnologici statunitensi Amazon, Google e Facebook – e si stima che porterebbe circa 500 milioni di euro l’anno nelle casse pubbliche francesi.

Già prima che il Parlamento francese avesse effettivamente approvato l’introduzione di una digital tax, l’Amministrazione Trump aveva annunciato che avrebbe avviato un’indagine per investigare se il progetto di legge proposto dal governo francese potesse essere una pratica di commercio sleale che avrebbe danneggiato le grandi multinazionali americane. La tensione tra i due Paesi si era ulteriormente infiammata ad inizio agosto dopo che il presidente Trump aveva minacciato la possibilità di introdurre dazi doganali sull’esportazione di prodotti francesi – in particolare del settore del vino – nel caso che la digital tax  non fosse stata abolita.

PERCHÉ UNA DIGITAL TAX?

All’origine del dibattito vi è l’opinione che ci sia uno scarto tra dove le attività digitali creano valore e dove viene tassato il profitto che ne deriva. Il diritto internazionale vigente, modellato su una concezione della creazione di valore legata a beni materiali, prevede di applicare il criterio della “stabile organizzazione” per stabilire dove un’impresa debba pagare le imposte sui profitti ottenuti.

Come sottolineato fin dal 2013 dai report BEPS (base erosion and profit shifting) dell’Ocse il metodo più diffuso ai fini dell’elusione fiscale è la cosiddetta pratica del transfer pricing. Le imprese di uno stesso gruppo multinazionale scambiano beni e servizi intermedi (operazioni intra-gruppo) applicando prezzi superiori al costo di mercato e riducendo così la base imponibile in un Paese a favore di un altro.

Le autorità nazionali ed internazionali si adoperano contro queste pratiche cercando di stimare il costo ‘normale’ di un’operazione di trasferimento, ossia il valore monetario che lo scambio avrebbe avuto sul libero mercato, e intervengono ove non vi sia una corrispondenza.

Nel caso del settore digitale, questo tipo di intervento può risultare di difficile applicazione a causa di due elementi. Da un lato, il modello di business dei giganti del web prevede di monetizzare i dati prodotti dagli utenti nell’utilizzo di un certo servizio (ad esempio un social media) fornendo servizi aggiuntivi agli utenti stessi o alle imprese (ad esempio la pubblicità personalizzata). Il problema è che la produzione online di dati da parte degli utenti e la somministrazione di altrettanti servizi, prodotti in uno Stato e tassati in un altro, non rientra tra i criteri di produzione di valore individuati dal criterio della “stabile organizzazione”.

Dall’altro lato, l’economia digitale, come tutta l’economia in generale e in modo esponenzialmente maggiore, si basa in larga misura su asset non tangibili, come tecnologie, software e algoritmi. Essendo immateriali, questi sono sia facilmente trasferibili geograficamente che difficilmente stimabili in termini di contributo al profitto finale. Ancora una volta, i criteri tradizionali e le relative misure correttive risultano difficilmente applicabili.

Appare quindi evidente come le norme fiscali fatichino a tenere il passo dell’innovazione, col risultato che diversi studi indicano una tassazione effettiva media inferiore per il settore digitale rispetto a quello tradizionale, andando a ledere il principio dell’equa concorrenza tra imprese e del concorso al contributo alla cosa pubblica.

Bisogna tuttavia sottolineare che, come spiegato ancora una volta dall’Ocse per conto del G20, l’economia digitale viene adottata da tutte le imprese e diventa sempre più l’economia in sé più che essere limitata a un singolo settore o ad un gruppo di imprese. L’obbiettivo di lungo periodo dovrebbe perciò essere quello di riconciliare le norme fiscali generali con le tecnologie digitali, così da includere le seconde nelle prime.

DIFFICOLTÀ NEGOZIALI UE

A livello europeo, Margrethe Vestager, commissaria europea per la Concorrenza dal 2014, ha condotto una lotta decisa contro il trattamento fiscale preferenziale che alcuni Paesi accordano alle multinazionali. L’azione della Vestager è stata diretta in modo particolare contro giganti del web come Apple, Google e Android, multati rispettivamente per 13, 2.8 e 4.3 miliardi di euro, e i Paesi che li ospitavano.

Questi casi hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, spingendo nel marzo 2018 la Commissione europea a proporre un’azione di lungo periodo per la riforma della tassazione e una soluzione di medio periodo con una web tax del 3% sulle imprese con fatturato superiore ai 750 milioni di euro annui a livello globale e oltre i 50 milioni di euro a livello Ue.

Il presidente francese Macron si è fatto promotore politico della proposta in sede di Consiglio europeo ma, nonostante la Francia abbia trovato il convinto sostengo di alcuni Paesi, tra cui Italia e Spagna, l’opposizione resta molto forte per due ordini di motivi.

Da un lato, Paesi come Irlanda, Lussemburgo e Olanda, temono di perdere parte del vantaggio competitivo, dovuto in buona parte alla tassazione molto vantaggiosa, che spinge le grandi aziende tech a stabilire la propria sede fiscale nel loro territorio. Dall’altro, Paesi a forte tasso d’innovazione, come Germania e Paesi scandinavi, hanno il timore di scoraggiare gli investimenti digitali e la competitività dei loro settori di punta.

Si è quindi optato per lavorare a una soluzione a livello multilaterale, dando la precedenza al all’Ocse e al G20. Temendo che questo avrebbe di fatto cancellato il tema dall’agenda politica dei prossimi anni, diversi Paesi – come Regno Unito e Spagna – hanno cercato di sviluppare e adottare delle soluzioni nazionali temporanee che rimangono però difficilmente efficaci per via del mercato unico europeo e dell’alta mobilità internazionale del capitale

Anche l’Italia si era adoperata per lanciare una web tax introducendola sia nella manovra del 2017 sia con la prima legge di bilancio del governo Conte nello scorso dicembre. Ma, ad oggi, non è ancora stato approvato il decreto attuativo che la renderebbe attiva.

In questo quadro, un’iniziativa comune di Usa e Francia in sede Ocse potrebbe risultare decisiva per avviare la modernizzazione delle regole fiscali internazionali. Trattandosi però di una questione molto complessa, essendoci grandi interessi pubblici e privati in campo, e vista l’imprevedibilità cui Trump ha abituato la comunità internazionale, continua a esserci il timore che un accordo internazionale sarà di difficilissima attuazione anche nel medio-lungo periodo.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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