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Diritto d’autore, cosa prevede la direttiva approvata dal Parlamento europeo

Riforma del copyright, oggi il Parlamento europeo ha dato il via libera alla direttiva sul diritto d’autore in rete. Nell’Aula di Strasburgo ci sono stati 348 voti a favore e 274 contrari; 36 gli astenuti

Disco verde alla nuova direttiva europea sul diritto d’autore che riforma un settore assai cambiato negli ultimi anni. Si temevano colpi di scena per il provvedimento — che punta a garantire misure di remunerazione della proprietà intellettuale sul web — su cui Bruxelles ha lavorato per tre anni. Invece l’Aula di Strasburgo ha dato il via libera con 348 voti a favore e 274 contrari; gli astenuti sono stati 36. Ora sarà sufficiente l’assenso del Consiglio europeo, in caso contrario sarebbe stato rimandato tutto alla prossima legislatura e al Parlamento che nascerà dopo le elezioni europee del 26 maggio e che inizierà a riunirsi da luglio.

L’ITER DEL PROVVEDIMENTO

Il testo votato oggi è frutto dell’intesa raggiunta il 13 febbraio scorso tra Parlamento Ue, Consiglio Ue e Commissione Ue ed è stato approvato a fine mese dalla Commissione giuridica. Come si diceva, però, il provvedimento è stato formulato dalla Commissione europea nel 2016: poi una serie di emendamenti e un  braccio di ferro fra le lobby che rappresentano gli interessi delle diverse parti in causa, in particolare i giganti del Web – come Google, Facebook e Youtube – da un lato e le associazioni di editori, di discografici e in generale di chi produce contenuti dall’altro.

GLI OBIETTIVI DELLA DIRETTIVA COPYRIGHT E L’ARGINE AI COLOSSI DEL WEB

La proposta di direttiva formulata dalla Commissione (0593/2016) è intervenuta ad aggiornare una regolamentazione sul copyright ferma al 2001 quando, per esempio, Youtube neppure esisteva. L’obiettivo è dunque quello di adeguare le norme che tutelano il diritto d’autore in un mercato dominato da colossi internazionali che fatturano grazie al’uso gratuito di contenuti prodotti da altri: basti pensare che oggi le grandi piattaforme, tutte americane, intascano oltre l’80% dei ricavi derivanti dalla pubblicità che appare al fianco di notizie e contenuti altrui. Per questo l’Ue chiede ai colossi del web di responsabilizzarsi. Come? Stipulando licenze con i proprietari dei diritti oppure rimuovendo i contenuti protetti da copyright.

I CONTENUTI DELLA DIRETTIVA

Per fare ciò sono stati scritti due articoli, l’11 e il 13, che introducono una “link tax” e un “upload filter”, ovvero una tassa sui link e un filtro sul caricamento dei contenuti. Nella versione modificata e che sarà votata oggi in Aula sono però diventati rispettivamente articolo 15 e 17.

L’ARTICOLO 15 (EX ARTICOLO 11)

L’articolo 15 stabilisce che gli Stati Ue facciano in modo che “gli autori delle opere incluse in una pubblicazione di carattere giornalistico ricevano una quota adeguata dei proventi percepiti dagli editori per l’utilizzo delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione“. Quindi, per esempio, un giornalista deve essere remunerato dal suo editore che a sua volta viene remunerato dall’aggregatore digitale che utilizza l’articolo. Il tutto verrebbe messo nero su bianco in accordi bilaterali fra editori e aziende digitali.

L’ARTICOLO 17 (EX ARTICOLO 13)

L’articolo 17 prevede invece che “un prestatore di servizi di condivisione di contenuti online deve ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti”: in sostanza una piattaforma può caricare un contenuto protetto da copyright previa licenza e se non lo fa è responsabile della violazione. Previste alcune eccezioni: “Aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione” o “aver agito tempestivamente” per disabilitare l’accesso ad utenti indisciplinati. L’articolo in questione esclude o limita le responsabilità per le società che hanno un fatturato inferiore ai 10 milioni o che sono attive da meno di tre anni.

FAVOREVOLI E CONTRARI

La proposta di direttiva in questi anni è stata fortemente avversata e difesa da due gruppi contrapposti: da un lato ci sono i colossi di Internet – che difendono il proprio business e che sono contrari ai limiti imposti al ruolo di intermediatori, così come ai costi e alle licenze – e gli attivisti per la libertà del Web, cui si devono aggiungere alcune parti politiche minoritarie dell’Europarlamento dunque escludendo Popolari, Socialdemocratici e Liberali. Questi ultimi temono meccanismi di censura o comunque limitazioni alla diffusione di contenuti. Anche Wikipedia – che pure è esclusa dalle norme della direttiva – ha deciso di aderire alla protesta oscurando le sue pagine alla vigilia del voto.
Dall’altro lato ci sono i sostenitori del provvedimento, rappresentati principalmente dalle associazioni del mondo dell’editoria, della discografia, del cinema e dell’arte in generale (ad esempio in Italia la Siae, la Fieg e la Fimi) che vedono di buon grado l’aumento del proprio potere negoziale in vista di accordi con i giganti del Web, accusati di monetizzare il lavoro altrui, e che sono favorevoli a una riforma del settore per un’equa remunerazione degli autori di contenuti che viaggiano gratuitamente in Internet.

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