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Cosa aspettarci dalla presidenza della Germania in Europa. Intervista a Giuseppe Scognamiglio

presidenza germania

Quali scenari europei e globali possono aprirsi ora che la Germania ha assunto la presidenza della UE. Conversazione con Giuseppe Scognamiglio, direttore di eastwest e diplomatico

Dal primo luglio la Germania controlla la presidenza di turno dell’Unione europea. Le aspettative sono altissime, anche considerato il complicato momento storico che stiamo vivendo. Storicamente, tuttavia, Berlino si è sempre mostrata riluttante ad assumere un ruolo di leadership nell’Unione; il Paese è peraltro guidato da una cancelliera – Angela Merkel – certamente nota per il suo pragmatismo ma anche per la sua prudenza. Eppure, Germany is doomed to lead Europe, scrive l’Economist, “la Germania è destinata a guidare l’Europa”.

Per approfondire la questione, Policy Maker ha intervistato Giuseppe Scognamiglio, direttore della rivista di geopolitica eastwest e professore alla LUISS Guido Carli di Roma, con un passato da diplomatico e da manager.

La Germania ha assunto la presidenza dell’Unione europea. Che cosa possiamo aspettarci?

La presidenza tedesca è un momento molto importante per il presente e il futuro dell’Europa e per il ruolo di leadership che la Germania si vuole ritagliare. I due elementi sono connessi: non c’è futuro per l’Europa senza una Germania consapevole del suo ruolo di guida, e non c’è futuro per la Germania senza una reputazione europea.

Angela Merkel ha enunciato in maniera efficace le priorità della presidenza tedesca, utilizzando due espressioni chiave: “lavoriamo insieme” e “mostriamoci solidali”. È la prima volta che Merkel – e quindi la Germania: ormai si è raggiunta un’identità completa tra Paese e leader – pronuncia queste parole con questa forza.

Non sono frasi inedite, certamente. Ma stavolta non si tratta soltanto di annunci, ma di dichiarazioni sostanziali. Si parla di solidarietà e di coesione europea; si parla di stipendi minimi da garantire; si parla di protezione sociale di base; si parla di creare un cloud europeo, Gaia-X, per digitalizzare l’Unione e risolvere le disuguaglianze fra gli Stati membri. Si parla, in sostanza di diritti fondamentali.

Le indicazioni di Merkel sono forti e innescano un cambio di prospettiva da parte di tutti. Da parte cioè di quei Paesi che stavano conoscendo una deriva sovranista e populista, in reazione ad un’Europa troppo “austera”, troppo ligia ai pronunciamenti del patto di stabilità. Ma anche da parte di quei Paesi cosiddetti “frugali”, che stanno iniziando a comprendere che l’atmosfera politica è cambiata: Londra è fuori dall’Unione e il “nuovo corso” della Germania – grazie ad una ritrovata partnership con la Francia – non può essere fermato dalle perplessità dei nordici.

Relativamente al ruolo dell’Europa negli scenari globali, invece, cosa potrebbe cambiare?

Sembra che la presidenza tedesca voglia spingere in direzione di una voce europea finalmente autorevole e capace di collocarsi effettivamente in una posizione di equilibrio tra Cina e Stati Uniti. Bruxelles – ha suggerito il ministro degli Esteri tedesco – deve essere più assertiva nei confronti di Pechino e Washington. E questa assertività, tradotta nel concreto, significa per l’Europa rendersi innanzitutto un po’ più indipendente dagli Stati Uniti. Il processo di “bilateralizzazione” della politica americana e il nuovo isolazionismo statunitense erano del resto iniziati già prima della presidenza Trump; Trump lo ha solo accentuato, forse in una maniera meno rispettosa delle forme, ma la sostanza resta.

L’Unione europea, dicevo, deve rendersi più indipendente – anche sulla difesa – dagli Stati Uniti e deve interloquire con la Cina da una posizione di forza. Dalla Germania si evince la necessità di un dialogo costruttivo con la Cina, da tenersi però a livello europeo. Mi sembra un approccio condivisibile, anche perché se ogni Stato membro decidesse di dialogare singolarmente con Pechino si rischierebbero derive complicate da gestire.

All’inizio dell’anno Angela Merkel era data per finita anche dai giornali più autorevoli. Oggi invece sembra aver riguadagnato non solo consenso in patria, ma anche influenza a livello europeo. Com’è successo?

Anche noi di eastwest avevamo effettivamente titolato, nel numero di settembre/ottobre 2019, La fine di Angela. Se oggi Merkel è tornata è perché ha saputo cambiare radicalmente il suo mindset politico e culturale. E forse non lo avrebbe fatto se non fosse scoppiata la pandemia: la crisi del coronavirus l’ha scossa, costringendola ad abbandonare la tradizionale cautela e permettendole allo stesso tempo di riguadagnare lo smalto necessario a far compiere all’Europa un “salto” in senso federale.

Merkel rimane una leader poco audace, che tende più ad interpretare gli elettori piuttosto che a guidarli. È l’opinione pubblica infatti ad aver cambiato idea: il dibattito sui giornali si è animato e i tedeschi hanno compreso che la Germania non può esistere senza l’Europa. Per motivi culturali, reputazionali e politici, certamente, ma anche economici: i due terzi della produzione tedesca vanno a finire nel mercato europeo.

L’Unione europea si sta muovendo da un approccio intergovernativo ad un approccio federale. Faccio un esempio per far capire la differenza tra uno Stato federale e uno ancora in embrione come l’Europa: quando in Texas il PIL crolla di 100 dollari, supponiamo, Washington restituisce 25 dollari al Texas in difficoltà; nell’Unione europea, invece, quando in Spagna il PIL crolla di 100 dollari, Bruxelles restituisce 1 euro. La capacità di uno Stato federale sta nel fare leva sulle proprie risorse e ammorbidire gli shock asimmetrici.

La pandemia di COVID-19 può essere considerata uno shock asimmetrico?

Sì, perché non ha colpito tutti i Paesi allo stesso modo: alcuni hanno subìto danni maggiori di altri. Se si adotta però un approccio intergovernativo, si rischia di distruggere il senso di unione dell’Europa. L’approccio federale è invece quello del Next Generation EU, che distribuisce risorse a seconda delle necessità per riequilibrare la comunità.

Un approccio di questo tipo sarà sempre più possibile se si aumenta il bilancio dell’Unione europea. Oggi si sta riuscendo a portarlo dall’1% al 2% del PIL. Il budget federale americano ammonta al 25% del PIL: siamo ancora lontani, ma la strada è quella giusta.

La Germania ha capito che non poteva non essere la leader in questo percorso. D’altra parte, Berlino ha sempre detto di volere un partner autorevole alla guida: l’ha trovato nella Francia di Emmanuel Macron.

E per quanto riguarda l’Italia, invece?

L’Italia – come anche la Spagna, ad esempio – ha diversi problemi di natura politica che non le consentono di far parte di quel gruppo di Paesi che stanno cercando di rilanciare l’Europa.

In Italia siamo da poco usciti da un governo fortemente anti-europeista. La Spagna, invece, ha un governo molto debole e un problema di gestione delle spinte autonomiste.

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