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Repubblicani contro Trump

GOP contro Trump sui dazi al Canada: chi sono i sei ribelli

Primi scricchiolii per l’amministrazione Trump in vista delle elezioni di midterm. Oltre al calo di fiducia nei sondaggi, il tycoon deve vedersela con il tradimento di sei repubblicani che hanno votato a favore del blocco dei dazi al Canada 

L’amministrazione Trump registra i primi segnali di cedimento interno. Mentre i sondaggi iniziano a mostrare un calo di gradimento, giovedì la Camera dei Rappresentanti ha inflitto un colpo, seppur simbolico, alla strategia commerciale del tycoon: il blocco dei dazi contro il Canada.

Il voto (219 a favore, 211 contrari) è passato grazie al “tradimento” di sei franchi tiratori che hanno rotto la linea del partito unendosi ai democratici, segnando un potenziale spartiacque verso le elezioni di novembre.

CHI SONO I SEI REPUBBLICANI CONTRO TRUMP

Non sono bastati gli appelli e i trucchi procedurali dello Speaker della Camera Mike Johnson, incaricato di rimandare il più possibile il voto sulle tariffe, cercando nel frattempo di convincere i trenta deputati che avevano già manifestato seri dubbi sui dazi al Canada. Alla fine, il numero dei “ribelli” si è ridotto sensibilmente, ma non abbastanza da neutralizzare la minaccia.

I sei che hanno tenuto il punto anche in sede di voto sono Thomas Massie (eletto in Kentucky), Don Bacon (Nebraska), Jeff Hurd (Colorado), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania), Dan Newhouse (Stato di Washington) e Kevin Kiley (California).

Dopo il voto, Trump ha minacciato pesanti ritorsioni politiche, scagliandosi in particolare contro Massie  e Kiley, già finiti nel mirino del tycoon in occasione del voto sulla pubblicazione degli Epstein file, al punto da meritarsi l’appellativo di ‘Republican in Name Only’, repubblicani di facciata.

PERCHÉ I REPUBBLICANI HANNO VOTATO CONTRO TRUMP

Il malessere di parte del GOP nei confronti di Trump dipende innanzitutto dall’andamento dell’economia americana: nonostante la retorica della “America First”, i cittadini soffrono per il carovita e la scarsa “affordability” (la capacità di spesa delle famiglie), mentre le guerre commerciali stanno mettendo a dura prova le companies nei loro rapporti con i partner esteri.

Sul voto contro i dazi al Canada pesano poi gli interessi particolari di ciascun deputato nel distretto che rappresenta, oltre alla fedeltà all’ideologia classica del GOP, storicamente favorevole al libero mercato e ostile alle barriere doganali.

Quanto alla sicurezza pubblica e al contrasto all’immigrazione, altro pallino dell’amministrazione Trump, il GOP può guardare con favore alla stretta al confine col Messico, ma si trova a disagio di fronte alla repressione promossa dalla Casa Bianca nelle maggiori città americane.

L’OMBRA DI BIDEN

Del resto, anche i sondaggi segnalano un’inversione di tendenza nell’opinione pubblica sull’operato del presidente: addirittura, secondo il Pew Research, la maggioranza degli americani ora crede che Joe Biden abbia svolto un lavoro migliore del tycoon. Uno smacco per The Donald, che da anni dipinge ‘Sleepy Joe’ come il peggior inquilino della Casa Bianca nella storia americana.

STOP AI DAZI AL CANADA? COSA SUCCEDE ADESSO

Il voto della Camera apre una fase di incertezza istituzionale che difficilmente porterà a un annullamento immediato dei dazi. Il provvedimento passa ora al Senato, dove una maggioranza trasversale — simile a quella che già in passato aveva bocciato misure analoghe — potrebbe confermare lo stop.

Tuttavia, la strada si scontra con il potere di veto presidenziale: Donald Trump ha già fatto intendere che non esiterà a usarlo per blindare la sua strategia “America First”. Poiché per annullare un veto serve una maggioranza dei due terzi in entrambi i rami del Congresso, le probabilità di una revoca effettiva sono oggi vicine allo zero.

USA FUORI DALL’ACCORDO UMSCA?

Il vero pericolo si sposta dunque sul piano diplomatico. Irritato dalla fronda interna e dall’asse commerciale Ottawa-Pechino, il tycoon starebbe valutando l’opzione nucleare: l’uscita degli Stati Uniti dall’USMCA, l’accordo che lui stesso aveva firmato per sostituire il NAFTA. Una decisione definitiva non è ancora stata presa, ma la sola minaccia di abbandonare lo storico trattato mette a rischio decenni di integrazione economica nordamericana e lancia un’ombra inquietante sul futuro del commercio transfrontaliero tra i tre vicini.

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