Dal mondo

Hong Kong sarà ancora il centro finanziario dell’Asia orientale?

Hong Kong

Le ultime vicissitudini hanno cambiato radicalmente lo status politico di Hong Kong. Bisogna quindi chiedersi cosa resta del maggiore centro finanziario dell’Asia orientale dopo l’emanazione della National Security Law lo scorso 30 giugno

Fin dal 1997, anno del ritorno alla Cina, Hong Kong appare come un esperimento abbastanza riuscito di democrazia. Tra i suoi punti di forza certamente la concessione da parte di Pechino della Basic Law che la rende a tutti gli effetti Hong Kong una città internazionale, liberale e piena di attrattive commerciali. Il sogno di creare a Hong Kong “un Paese, due sistemi” era già vivido nel 1979, quando Deng Xiaoping aveva iniziato a intavolare le trattative con Londra. L’esperimento Hong Kong stava funzionando anche dal punto di vista economico, visto che contribuiva negli anni Novanta per ben il 27% al PIL cinese. Tuttavia con il passare del tempo il modello Hong Kong è stato replicato senza red tape anche in altre città, come Shenzhen, Pechino, Shanghai e Guangzhou, riducendo così il peso percentuale di Hong Kong nel PIL nazionale al 3% di oggi. L’adozione della nuova National Security Law può quindi essere dipesa anche dall’andamento di queste stime economiche.

LA PORTA D’ORIENTE

Nonostante la stretta di Pechino su Hong Kong, molti business internazionali e investitori occidentali continuano a muovere capitali in questa parte d’Oriente. Difficile staccarsi completamente da una città del genere, geograficamente adatta al commercio portuale e culturalmente diversa dal punto di vista del senso degli affari rispetto al resto della Cina. Sebbene il suo contributo al PIL cinese non sia brillante come un tempo, gran parte degli investimenti privati esteri in Cina continuano a passare per Hong Kong. Per essere più precisi, dei 138 miliardi di dollari in entrata del 2018, ben 90 sono transitati per Hong Kong, mentre dei 143 in uscita 87 sono passati dall’ex colonia britannica. Secondo il banchiere Andrew Sheng gli investimenti esteri proseguiranno a Hong Kong, perché rappresenta pur sempre il mezzo più semplice per raggiungere la Cina continentale. Allo stesso tempo però la disputa commerciale tra Washington e Pechino rischia di coinvolgere anche Hong Kong, vista la presenza massiccia di banche private americane in città. Così la risposta americana alla National Security Law è l’Autonomy Act. Dal 14 luglio è infatti in vigore la legge americana che impone sanzioni per ogni soggetto del mercato presente a Hong Kong che accetta le limitazioni delle libertà imposte dalla National Security Law. Il Regno Unito invece ha fatto sapere che circa 3 milioni di hongkonghesi potranno iniziare il percorso per ottenere la cittadinanza britannica. Anche Taiwan si è schierata a fianco di Hong Kong, sebbene per certi versi sembrerebbe più che altro un dispetto nei confronti di Pechino.

COSA POSSIAMO ASPETTARCI

Hong Kong è uno dei centri globali per quanto riguarda private banking, fintech e contratti derivati. Inoltre l’ex colonia britannica, grazie alla proposta della Governatrice Carrie Lam, starebbe per diventare un centro finanziario offshore. Con la sua creazione sarebbe prevista l’offerta di un extra rendimento agli investitori per due motivi. Il primo è relativo alle ridotte dimensioni del mercato a Hong Kong, per cui si offre un premio di liquidità. Il secondo riguarda l’incapacità di prezzare correttamente le obbligazioni del mercato: anche in questo caso è prevista una compensazione attraverso un maggiore rendimento. Un flusso più ampio di capitali esteri da convertire in yuan quindi determinerebbe un apprezzamento della valuta cinese  È notorio inoltre che molti investitori stranieri sono particolarmente propensi nel depositare capitali a Hong Kong, visto che il dollaro locale è facilmente scambiabile con quello americano. Tuttavia, nell’arco di tempo tra settembre 2019 a marzo 2020, la città è passata dal terzo al sesto posto nel Global Financial Centres Index. Il peso maggiore sul futuro dell’hub finanziario è però in mano alle multinazionali del capitalismo della sorveglianza. La protezione dei dati è fondamentale per i grandi del business che operano a Hong Kong. Secondo Robert Koepp potrebbe non esserci più alcuna differenza tra l’ex colonia britannica e la Cina continentale, ragion per cui le grandi multinazionali, preoccupate dalla National Security Law e dal controllo sui dati ad essa legata, starebbero pensando di trasferirsi a Singapore. Il futuro prossimo di Hong Kong come hub finanziario è quanto meno incerto.

Articolo pubblicato su ilcaffegeopolitico.net

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