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Israele, cosa succede dopo lo stallo post elezioni

Israele

L’analisi di Andrea Dessì e Flavia Fusco per Affariinternazionali sul risultato delle elezioni dello scorso 17 settembre in Israele

Terminato lo scrutinio e concluse le consultazioni tra il presidente Reuven Rivlin e i leader dei nove partiti politici che hanno oltrepassato la soglia elettorale, la paralisi politica in Israele entra in una nuova fase. La situazione non è cambiata dallo stallo successivo alle elezioni dello scorso aprile, e come in un déjà-vu, non ci sono i numeri per formare un governo.

NESSUNA SOLUZIONE VICINA

A detta del presidente Rivlin sono stati fatti significativi passi in avanti, ma nonostante le rassicurazioni, anche l’incontro di lunedì sera con i due leader dei partiti maggioritari – la coalizione centrista Blue and White di Benny Gantz con 33 seggi e il Likud di Benjamin Netanyahu fermo a 32 – si è concluso con un nulla di fatto.

Il presidente Rivlin ha dato a Netanyahu il compito di formare un governo, il quale avrà 28 giorni di tempo – 42 in caso di estensione – per raggiungere l’obiettivo minimo di una maggioranza di 61 seggi in Parlamento. Questo rompicapo di matematica elettorale non avrà facile soluzione e la prospettiva più verosimile è quella di una impasse che durerà mesi. Sono in molti ad aspettarsi almeno tre tentativi di formare un governo, con i due leader maggioritari che faranno a turno sperando che l’altro fallisca per primo.

A prescindere da chi inaugurerà la fase negoziale resta da capire che colore avrà il futuro governo. In una situazione normale, un governo di unità nazionale, composto dal Blue and White e il Likud più altri sostenitori, sarebbe la soluzione più ovvia. Ma in Israele, specie in tempi di elezioni, c’è ben poco di ovvio.

OSTACOLI E TABÙ

L’ostacolo principale – oggi come ad aprile – rimane Netanyahu. Re Bibi, come spesso viene chiamato in Israele, non rischia solo politicamente ma soprattutto personalmente. Il tempo scorre, e il 2-3 ottobre è in programma l’udienza preliminare per le accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia mosse a suo carico, appuntamento che da mesi inquieta l’agenda politica d’Israele. Per questo Netanyahu sperava in una vittoria netta, per creare velocemente un governo capace di approvare una legge sull’immunità che gli avrebbe risparmiato l’imbarazzo di una apparizione in corte o, peggio ancora, di un’eventuale condanna.

Ad oggi né Netanyahu né Gantz hanno i numeri necessari per formare un governo. Durante le consultazioni con il presidente Rivlin, Netanyahu ha ricevuto 55 raccomandazioni (dal suo Likud, gli ultraortodossi di Shas e United Torah Judaism – UTJ e la coalizione dell’ultra destra messianica Yamina) contro le 54 di Gantz. A raccomandarlo sono stati il suo Blue and WhiteLabor-Gesher e Democratic Union, nonché due dei tre partiti arabo-israeliani (Hadash e Ta’al), notizia che per qualche giorno ha dominato le headlines per via del tradizionale tabù che vede i partiti arabi desistere dall’appoggiare partiti israeliani. Anche questa volta, comunque, il partito Balad si è rifiutato di raccomandare Gantz, e sebbene gli altri due partiti della Lista Araba Unita hanno indicato in Gantz il loro preferito – come era successo l’ultima volta nel 1995 durante il governo Rabin –, questo appoggio non si tramuterà in una loro partecipazione in un possibile governo guidato dal Blue and White.

LA MINORANZA PALESTINESE

La minoranza palestinese in Israele, quindi, rimarrà ancora una volta ai margini del potere politico, nonostante il successo elettorale di 13 seggi, conquistati grazie all’aumento della partecipazione alle elezioni (passata dal 49% di aprile al 60% di settembre). Uniti da una forte opposizione alle politiche espansionistiche e discriminatorie della destra nazionalista e religiosa in Israele, i partiti della Lista Araba hanno come primo obiettivo la caduta di Netanyahu, ma non solo.

Tra le rivendicazioni c’è la richiesta di bloccare le demolizioni di proprietà palestinesi nella Cisgiordania occupata, e specialmente a Gerusalemme est, dove le demolizioni hanno toccato nuovi record, fermare la costruzione di nuove colonie, ma soprattutto di abrogare la discriminatoria Nation State Law approvata nel 2018. Quest’ultima infatti traccia una netta distinzione tra cittadini di serie A e serie B in Israele calpestando i diritti della minoranza palestinese, il 20% della popolazione totale.

CHI DECIDE LA PARTITA

A questo punto i riflettori sono puntati su Avigdor Lieberman leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu. Saranno i suoi 8 seggi (aumentati di 3 rispetto ad aprile) a fare la differenza per la creazione di un possibile governo di coalizione nazionale tra il Blue and White e il Likud. Non è la prima volta per Lieberman nel ruolo di kingmaker. Già ad aprile aveva voltato le spalle all’ex-alleato Netanyahu, negandogli l’unico seggio mancante per raggiungere la maggioranza di 61, costringendolo quindi a indire nuove elezioni. La strategia di una chiusura totale verso i partiti ultraortodossi alleati al Likud sembra aver pagato. Il fatto che si sia rifiutato di appoggiare tanto Gantz quanto Netanyahu è indicativo della sua piena consapevolezza del peso politico che ha acquisito oggi in Israele.

ARRENDERSI O RISCHIARE

A più di una settimana dal voto, rimane difficile prevedere una risoluzione dell’impasse israeliano. Certo è che Netanyahu è il grande perdente dell’ultima tornata elettorale, Lieberman ne esce rafforzato e i palestinesi ancora una volta esclusi. Gantz chiude in pareggio, ma suona piuttosto come una sconfitta, perché il rivale Netanyahu continua a tenere in ostaggio l’intero sistema politico israeliano, piegandolo ai propri interessi personali.

Il rischio è che per evitare una condanna giudiziaria, Re Bibi sia disposto a mandare in fiamme l’intero regno, costringendo sia Gantz che Rivlin ad una scelta impossibile: approvare l’immunità, incrinando quindi le già fragili fondamenta della democrazia israeliana e compromettendo lo stato di diritto, oppure arrendersi a una profonda crisi politico-istituzionale che comunque non è detto si risolva con una definitiva uscita di scena di Netanyahu.

 

Articolo pubblicato su Affarinternazionali.it

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