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Israele, verso le quarte elezioni in due anni

Israele

Israele ancora alle urne anticipate: sarà una sfida tutta a destra. L’articolo di Nello del Gatto

Ad appena sette mesi dal suo giuramento, l’ibrido governo israeliano di emergenza ha mostrato in maniera definitiva la sua incapacità di resistere e il Parlamento si è dissolto, portando il Paese verso le quarte elezioni in due anni.

Si voterà in piena pandemia, probabilmente il 23 marzo, se il Parlamento non approverà una legge per trovare un’altra data. Ma a dissolversi non è stata solo la 23ma legislatura della Knesset: l’abbraccio mortale con il premier Benjamin Netanyahu è costato il futuro politico all’ex generale e capo di Stato maggiore Benny Gantz.

METEORA GANTZ

Questi si era presentato alle scorse tornate elettorali come l’unico serio oppositore al dominio del premier più longevo della storia di Israele. Aveva anche ottenuto i numeri per poter governare, ma non era stato in grado di formare alcun esecutivo, facendo ripiombare il Paese alle urne, nove mesi fa.

Dopo diverse esitazioni e rompendo l’alleanza che l’aveva formato e fatto crescere, ad esito delle elezioni di marzo scorso aveva accettato di sedere in un governo con Netanyahu. Nell’esecutivo uscente Gantz ha avuto il ruolo, creato appositamente, di “Alternate Prime Minister”, premier in alternanza, accettando di guidare il governo a novembre 2021, diciotto mesi dopo l’inizio del governo di coalizione con Netanyahu.

Gantz aveva giustificato la sua decisione e il voltafaccia a Yair Lapid, capo dello Yesh Atid – partito con il quale il suo Blu e Bianco aveva stretto una alleanza anti-Netanyahu – con la volontà di non far piombare il Paese nelle quarte elezioni di fila, soprattutto durante la pandemia. Circostanza che, invece, si è verificata alcuni mesi dopo.

Dopo dissidi che durano sin dall’inizio dell’avventura, la coalizione è scivolata sul bilancio: il Likud di Netanyahu avrebbe voluto approvare solo quello di quest’anno e navigare a vista su quello dell’anno prossimo; il Blu e Bianco invece approvare entrambi. Non solo: Netanyahu, che nell’accordo di governo aveva accettato il premierato a rotazione con cambio in corsa a novembre 2021, avrebbe fatto marcia indietro, chiedendo un rinvio della successione tra marzo e maggio 2022.

Il nodo giustizia inaccettabile per Gantz e i suoi, come pure le prese di posizione sulla riduzione dei poteri del ministro della Giustizia nelle nomine dei giudici. Questo, infatti, è un tema molto caro a Netanyahu, dal momento che il 13 gennaio ci sarà l’ultima udienza preliminare del processo che lo vede imputato in tre casi per abuso di fiducia, corruzione e frode. Anche se questa data è in forse, dal momento che proprio in queste ore la giudice che presiede la corte si è ammalata di Covid-19.

A febbraio, invece, dovrebbe cominciare il processo vero e proprio con l’audizione di testimoni e la presenza di Netanyahu che, fino a marzo, potrà partecipare sotto l’ombrello del premierato, che gli garantisce una certa immunità. Per dopo, non si sa, anche perché la legge israeliana non prevede immunità per i ministri, ma solo per i parlamentari se la Knesset decide in questo senso.

NETANYAHU SI DOVRÀ GUARDARE DAGLI EX AMICI

Stavolta Netanyahu, in una sfida che sarà tutta a destra, dovrà vedersela con suoi ex amici. A cominciare da Gideon Sa’ar, suo ex delfino che aveva anche conteso al premier la leadership del Likud candidandosi alle primarie un anno fa. Sa’ar è fuoriuscito dal Likud e ha fondato un nuovo partito di destra, New Hope, con il quale può rovinare i piani di Netanyahu.

Il Likud, secondo i sondaggi, è dato a 28-29 seggi contro i 36 dell’attuale Parlamento (la maggioranza in Israele è di 61 parlamentari su 120). Ma New Hope, anche unendosi agli altri ex alleati di Netanyahu, lo Yamina di Naftali Bennet e l’Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman, non riuscirebbe seppur per poco, ad ottenere la maggioranza, come pure Netanyahu con gli alleati storici ultra-ortodossi.

Gantz e il Blu e Bianco sparirebbero, prendendo dai 4 ai 6 seggi, mentre la sinistra rappresentata dai Laburisti, nati dalle ceneri del partito che ha fondato e guidato Israele all’origine, cesserebbero totalmente di esistere alla Knesset.

Difficile che Sa’ar possa ottenere l’appoggio, seppur esterno, della Lista Araba Unita, dal momento che sia lui sia Bennet sono più aggressivi di Netanyahu su questioni come insediamenti, questione palestinese e annessioni. Non a caso, il voto che ha portato allo scioglimento della Knesset, è stato favorito anche dal voltafaccia di una parlamentare del Likud che, contestando la mancata annessione dei territori come previsto dal piano Trump e annunciato dovesse avvenire lo scorso 1° luglio, ha votato per la dissoluzione e annunciato il passaggio a New Hope.

LA STRATEGIA DEL PREMIER

Netanyahu, per garantirsi la vittoria e qualche appoggio esterno, conterà soprattutto su due direttrici: il successo in politica internazionale che ha portato in pochissimi mesi Israele a stringere rapporti con quattro Paesi arabi (Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Marocco, con altri alla finestra) e il programma vaccinale contro il coronavirus che, iniziato il 20 dicembre, procede al ritmo di circa 60mila inoculazioni al giorno.

Per le elezioni, più o meno la metà dei 9 milioni di Israeliani dovrebbero essere stati vaccinati. E in questo, che porterebbe un allentamento delle restrizioni (Israele ha varato alcune fra le più dure nel mondo, con diversi lockdown e l’attuale rinnovo del divieto di ingresso di stranieri nel Paese) e alla ripresa delle attività, spera Netanyahu per allungare la sua striscia di premierato.

Articolo pubblicato su affarinternazionali.it

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